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4g) MACABRE SCOPERTE


Come se avesse tagliato l'acqua, la lama aveva oltrepassato il ghiaccio senza sforzo.

Baliji sorrise davanti a questa sua vittoria.

Aveva colpito, sì, ma per salvarsi la vita.

Non aveva potuto mantenere la promessa che un giorno lontano si fece a Vinland, eppure comprese che alle volte si doveva reagire ai soprusi con tutta la forza della ragione.

Nello spasimo dell'agonia il mostro guardò sconvolto la mano caduta a terra e capì di essere stato sconfitto.

Un'ultima volta urlò la sua rabbia, poi, come una muta di cani arrabbiati, tutti assieme, uomini e Yaonai gli si scagliarono addosso colpendolo finché non crollò nel fango.

Anche Scorza lo colpì con tutta la violenza e l'odio di cui fu capace e nessuno di loro smise fin quando anche un solo pezzo di ghiaccio di quel corpo immondo rimase intatto.

Soltanto allora, ancora frastornato e incredulo dalla lotta, Baliji soffiando per la fatica e per la tensione accumulata, guardò verso la foresta e vide cadere l'ultimo Ka-ranta superstite sotto i colpi delle Schegge. Anche laggiù la lotta scemava.

La battaglia della foresta era terminata, dopo tanto clamore tornava la calma.

Il silenzio era rotto soltanto dagli spasimi dei feriti che non trovavano pietà nei vincitori.

Non vi era requie nei giganti dei Sei Regni.

Guardandosi attorno, vide che anche sei Yaonai erano rimaste a terra.

Le due che erano cadute sotto il peso della gamba del Ka-ranta giacevano sole, inerti nel fango a fissare il nulla.

Altre due sanguinavano copiosamente, le ultime avevano arti deformi e spezzati.

Le Yaonai superstiti dovettero scegliere se curare primi i vivi o pensare ai morti.

Nelle condizioni in cui si trovavano, le compagne rimaste indenni si prodigavano già come potevano per assisterle tutte quante, ma c'erano urgenze davanti alle quali anche la pietà dei vivi cedeva il passo.

Pensarono prima alle ferite.

Alle sorelle morte nessuna cura avrebbe giovato e dovettero lasciarle, eppure Baliji non poté sopportare lo scempio di quei corpi abbandonati nel fango.

Si tolse il mantello e li coprì pietosamente. Era il minimo che poteva fare per loro. Erano morte da valorose per proteggerlo e nemmeno si erano rivolti un saluto in tutto il giorno.

Fattolo, si rivolse ai suoi.

Stanchi e sporchi di fango, Fredrik aveva un taglio nel braccio e Thorball uno sulla guancia, però erano in piedi.

Si guardarono tutti e tre: uno a uno si salutarono. Erano vivi, tutti.

Ansimavano, erano fradici, cercavano di riprendere fiato dopo la lotta, però erano felici; soccorsi e soccorritori si toccavano e si complimentavano a vicenda.

A nessuno importò se i salvatori a loro volta dovettero essere salvati dalla trappola in cui caddero.

A nessuno importò se erano Vareghi, Sednor o Tumbà, erano tutti uomini e insieme avevano lottato per un fine comune.

Non ci furono diversità, razza o appartenenza che contassero in quei momenti, soltanto l'essere ancora vivi con qualcosa da raccontare alla sera, attorno a un fuoco.

La grandine smise di cadere. Poco alla volta divenne acqua, poi cessò di scendere del tutto.

Anche i fulmini cessarono e i tuoni, poco alla volta, si placarono.

Quando riprese a scendere, la pioggia si fece densa e si trasformò in neve.

La sera era giunta, entro breve sarebbe stata notte e il freddo si faceva intenso.

Le Yaonai illese lasciarono per un momento le compagne ferite e fecero dei gesti verso la foresta tornata a essere buia.

Quando le videro alzare le mani agitandole in saluti silenziosi, gli uomini non compresero subito quello che facevano, ma poi nel folto del bosco udirono passi profondi allontanarsi lenti come l'eco di un cuore che pulsava.

Deboli, sempre più deboli, si allontanavano.

Le Schegge, le Zolle e gli altri Giganti del Mondo dei Sei Regni se ne andavano così come erano arrivati, senza farsi vedere.

Sapendo che non avrebbero ottenuto risposte dalle Yaonai, gli uomini non chiesero, tuttavia anche loro alzarono le mani e salutarono quei valorosi esseri che dal nulla erano giunti a salvarli e nel nulla ora tornavano, dopo aver vinto una dura battaglia assieme a loro.

Sapevano che senza di essi ogni resistenza sarebbe stata vana e potevano ringraziarli soltanto in quel modo.

Faggiola chiamò Baliji, gli riportò il mantello Tumbà che aveva deposto sui cadaveri delle due Sorelle morte e l'avvisò che dovevano andare.

Non era sicuro per lui restare ancora nella foresta.

Le spiegazioni sarebbero certamente venute, ma dopo.

Si salutarono velocemente e senza convenevoli si separarono in due gruppi; le Yaonai, recuperati i corpi delle due morte, aiutarono le ferite ad alzarsi e scomparvero nella foresta, mentre gli uomini presero la strada del villaggio.

Fu Scorza ad aprire la strada per tutti.

Radice e Baliji procedettero spalla a spalla, seguiti da Fredrik e Thorball. Camminarono veloci e in meno di un quarto d'ora attraversarono il punto dove un tempo la siepe di Gioturna contornava tutto il villaggio dei Ratnor.

Anche se la visuale era limitata dall'oscurità e vedevano solo a pochi passi avanti a loro, Baliji e Scorza distinsero chiaramente nel terreno un buco, un lungo solco scuro che segnava la foresta da una parte e dall'altra dello stretto passaggio che stavano oltrepassando.

La siepe della Guardiana era scomparsa. Gioturna non era più lì, si era ritirata nel suo covo infernale e al posto delle spire acuminate, aveva lasciato un profondo avvallamento che circondava per intero il villaggio di Mandi.

Da esso emanava un disgustoso odore di zolfo e di corpi in decomposizione.

Un ben triste viatico di benvenuto per i nuovi venuti.

Eppure quello fu soltanto l'inizio. Per quanto quel luogo fosse maleodorante e disgustoso, oltre a quello Il ragazzo e il Sednor incontrarono lo sfacelo totale.

Man mano che avanzarono guidati dai loro amici, ovunque il lezzo di cadaveri in decomposizione coprì ogni altro odore.

Benché l'oscurità nascondesse agli occhi gli orrori peggiori, entrambi non poterono sbagliarsi nel comprendere quello che successe durante e dopo l'incendio della foresta.

Coloro che si erano affidati alla Guardiana per la propria sicurezza e vi si erano avvicinati in cerca di protezione, vi avevano invece trovato la morte.

Nella sua furia distruttrice Gioturna non aveva fatto distinzioni di sesso, età e razza. Aveva colpito chiunque l'incontrava sulla sua strada.

A sua volta terrorizzata dalle fiamme che distruggevano il bosco, aveva spietatamente straziato le vittime che l'avvicinavano in cerca di aiuto, lasciandole agonizzanti dove le aveva trovate.

La neve che cadeva copiosa sopra ai cadaveri non bastava a coprire l'odore dolciastro della putrefazione.

Scorza biascicò una preghiera, Baliji ammutolì inorridito davanti a tanto orrore.

Camminarono in una diabolica e felice convinzione di essere ancora vivi, malgrado tutto.

Vedendo il loro disgusto nel comprendere quello che era accaduto, Radice disse soltanto: "Ratnor".

Superata la zona che un tempo fu sede della siepe, l'aria divenne più respirabile.

La piccola colonna di uomini arrivò ai primi alberi casa e li oltrepassarono.

Oltre al rumore dei loro passi, non udirono altro suono che il fruscìo della neve che cadeva.

In nessuno di essi incontrarono cenni di vita. Erano bui, inermi e davano l'idea di non essere più stati utilizzati da tempo.

Dovettero inoltrarsi ancora a lungo in quello che fu il villaggio Ratnor, prima di incrociare poche figure che sgusciarono via furtive nell'ombra sentendoli arrivare.

Ovunque era silenzio e su tutto aleggiava una cappa di paura, tuttavia rare, tremule luci si vedevano nelle stanze poste in alto degli alberi casa di quella zona.

Radice, indicandole, disse:

"Sednor, pochi anche loro, ma alcuni si sono salvati".

"Quanti" gli chiese Baliji e l'altro, con una scrollata di spalle cercò di mostrare indifferenza, ma lui capì subito che mentiva.

Il giovane soffriva e molto. Soffriva per il suo popolo:

"Venti, forse trenta al massimo, non so" disse "Nessuno lo sa con certezza. Pochi escono, gli altri sono barricati lassù e non si muovono per giorni interi. Escono solo per fame e poi spariscono ancora. Hanno paura, come tutti noi. Contro la Guardiana queste armi sono inutili" disse brandendo l'ascia bipenne.

Nel buio le lame ricurve dell'arma riuscirono a riflettere la poca luce che ancora restava del giorno ed emisero un flebile bagliore.

Pareva avesse capito che si parlava di lei e si vergognasse della sua impotenza.

Baliji l'aveva riconosciuta, era l'ascia sacra conservata da millenni nella stanza del vulcano e se ora era in possesso di Radice, voleva dire una cosa sola: suo cugino era riuscito ad arrivare fino al vulcano e ne era tornato vivo.

Quell'arma doveva contare molto per lui, se aveva deciso di correre un così grande pericolo solo per andare a riprendersela.

Si chiese se anche lui avrebbe avuto la medesima determinazione nel portare a termine la sua missione in quel vulcano maledetto.

Al solo pensiero provò una stretta al cuore perché sapeva che non aveva altra scelta che quella.

Gioturna l'attendeva e, la prossima volta che si fossero incontrati, solo uno tra di loro due sarebbe rimasto in vita.

Ormai c'era, il suo destino gli aveva incrociato la via e lui non poteva più deviare.

La strada che per molto tempo fu incerta, tortuosa e alle volte intricata, era divenuta una sola, ritta e innegabile davanti a lui.

Quello per cui si era preparato tanto accuratamente negli anni della solitudine, era finalmente giunto a compimento e ora ne temeva l'esito.

Lo scontro finale era prossimo e soltanto lui avrebbe potuto salvare i suoi amici e tutti coloro che gli avevano affidato la loro vita, eppure mai come in quel momento si sentiva il meno adatto a combatterlo.

"La Grande Madre, dov'è?" domandò a Radice per distogliere la mente da quei pensieri funesti e vide il Sednor indicare davanti a loro.

A non molti passi scorse nell'oscurità la figura imponente di un albero che non faticò a riconoscere, tanto era grande e appariscente.

Era quello dove aveva incontrato la prima volta Salice che Ride in primavera, il giorno del loro Matrimonio della Foresta.

Era il più alto, il più maestoso, il più bello di tutto il villaggio, era l'albero casa della Grande Madre e del Padre di Tutti.

Baliji lo rivide con una certa commozione, quasi che fosse un ritorno a casa segnato dal destino, dopo aver compiuto un lungo cammino.

Era come se un cerchio aperto mesi prima nella gioia e nella speranza per pochi, si chiudesse ora dopo tante peripezie e tanta sofferenza per molti.

Su in alto, una stanza sola era illuminata.

Quasi dove lo sguardo faticava a vedere, una porta si stagliava nella luce traballante di una lampada:

"È lassù" fece Radice, indicandogliela ancora.

Baliji annuì e comprese: era lassù che dovevano arrivare, ma questa volta non c'era la primavera ad attenderlo, non la sorpresa, la novità, la scoperta di una vita nuova.

Ad accompagnarlo verso colei che mesi prima divenne sua moglie ora non c'erano due ali di folla, ma soltanto dolore, silenzio e neve che frusciava cadendo.

I cinque uomini si arrampicarono in fretta sull'albero casa, in silenzio, arrotolandosi innumerevoli volte su se stessi lungo la spirale che li conduceva in alto.

Le stanze che incontrarono lungo la salita erano vuote e mute come mostruose ferite cicatrizzate nel corpo di una Yaonai che non c'era più da molto tempo.

Quando arrivarono in alto, davanti alla porta illuminata, Scorza si mise da un lato e lasciò passare prima Baliji e Radice.

Fuori, a guardia dell'ingresso, assieme al Tumbà rimasero i due Vareghi.

Appena i due furono entrati nella stanza, chi a lungo aveva atteso il loro ritorno li accolse con un urlo di gioia.

Vedendolo arrivare, Mirta si lanciò verso Baliji e gli gettò le braccia al collo, incurante dell'imbarazzo generale.

Rimasero abbracciati a lungo, in silenzio, indifferenti agli altri e degli sguardi fissi su di loro.

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