4b) SCORZA
Dopo alcune ore di marcia spedita, Scorza e Baliji, sempre costeggiando il bordo roccioso delle pendici dei Monti Anunna, arrivarono a quello che rappresentava il limite della foresta sopravvissuta all'incendio.
Se Faggiola, Reverenda Madre delle Yaonai e prossima Grande Madre, aveva detto il vero, il territorio in cui i due stavano per penetrare era quello dove Gioturna aveva spadroneggiato indisturbata per giorni o settimane intere, uccidendo, trucidando e massacrando qualunque cosa su muovesse su di esso, senza pietà per nessuno. Soltanto l'arrivo provvidenziale della Grande Madre l'aveva obbligata a nascondersi ancora una volta sotto al vulcano che in un tempo aveva rappresentato il Centro del Mondo delle Yaonai, tuttavia, Baliji sapeva che quella belva immonda lo aspettava e poteva essere nascosta in ogni luogo, in ogni anfratto, pronta a tendergli un agguato al minimo cedimento di controllo da parte di Salice che Ride.
Attorno a essi c'era soltanto silenzio e lo spettacolo che li accompagnava mentre si avvicinavano a quella linea di alberi che tagliava l'orizzonte dalla piana fino alle pendici più ripide degli Anunna, era desolante.
Da quando erano partiti dalla grotta e si erano lasciati alle spalle i loro compagni, non avevano ancora visto niente muoversi nei luoghi che stavano attraversando.
Pareva che quelle terre, un tempo ricche di vita e selvaggina, fossero state ridotte a un deserto disabitato dall'incendio che aveva devastato in quel modo orribile il bosco e dagli aculei di Gioturna.
Quando infine si inoltrarono sotto le fronde delle prime fila di alberi badando bene a non fare rumore, ebbero la spiacevole impressione di entrare nella tana di una belva feroce contro la quale avevano ben poche armi, se non quello strato di roccia su cui camminavano da ore e che rappresentava l'unico baluardo e la loro migliore difesa contro l'Immonda.
Il pensiero costante per quello che avrebbero potuto trovare una volta che avessero lasciata la sicurezza data dalla pietra, non abbandonava un solo momento le loro menti, ma, per quanto avessero rimandato il più possibile il momento, il sole non aveva ancora raggiunto il suo apice nel cielo, che già dovettero lasciare il sicuro fondo roccioso dei monti per quello infido della selva, in quanto la direzione seguita dagli Anunna svoltava bruscamente a Nord, mentre la loro marcia avrebbe dovuto proseguire verso Sud-Ovest.
Se volevano raggiungere il Villaggio dei Mandi, da quel punto in avanti avrebbero dovuto attraversare la foresta e la prospettiva intimoriva entrambi.
Quando si resero conto che il momento era giunto, si fermarono ancora per un poco sul bordo solido, incerti su come fare a proseguire e non trovando il coraggio di fare il primo passo sulla terra morbida e ricoperta di fogliame del bosco.
Scrutarono attentamente ogni foglia, roccia e anfratto che potesse sembrare sospetto a prima vista, ma per quanto non avessero visto nulla, ancora non si risolvevano ad avanzare.
Gioturna poteva essere in agguato ovunque ad attendere il loro arrivo ed entrambi sapevano molto bene come agissero rapide le sue liane acuminate.
Scorza fece cenno a Baliji di attendere. Si allontanò veloce, guardando verso la foresta, quasi come se cercasse qualcosa.
"Signore, da questa parte!" mormorò il Tumbà dopo un po'.
Con una mano lo incitava a seguirlo.
Scorza era riuscito a individuare una stretta lingua di roccia che si insinuava in profondità tra gli alberi seguendo la direzione giusta.
Non era molto, era stretta, irregolare, in alcuni tratti li obbligava a saltare da una pietra all'altra per non calpestare il terreno, però li accompagnò ancora per un bel tratto.
La percorsero fino dove poterono, ma alla fine raggiunsero il punto in cui anche quella provvidenziale propaggine di pietra si infilava sotto terra e non poterono proseguire oltre.
Questa volta non c'era speranza di andare oltre camminando al sicuro.
Dovevano per forza scendere e camminare sul terreno.
Nessuno dei due ne era entusiasta, ma se volevano raggiungere il villaggio dei Ratnor entro la mattina, non potevano che andare da quella parte.
Da lì in avanti sarebbe stato pericoloso e lo sapevano tutti e due.
Entrambi ricordavano bene le parole che Faggiola aveva detto la sera prima.
Se la Reverenda Madre era convinta che la Grande Madre, benché seriamente ferita e in fin di vita, aveva obbligato quell'Immonda creatura a rintanarsi sottoterra, loro due le credevano ciecamente, ma la domanda che nessuno di essi osava esprimere a voce benché l'avessero ben chiara a martellargli nella testa, era un'altra ed era:
Per quanto avrebbe retto ancora la forza della Grande Madre nel costringere Gioturna a restare nel vulcano?
Non lo sapevano.
Sia l'uno che l'altro potevano soltanto avere fiducia nel potere che la Grande Madre esercitava da millenni sopra Gioturna, ma se questo, malgrado fosse indebolito dalla malattia valeva ancora per il presente, per il futuro avrebbero potuto saperlo solamente provando ad avanzare.
Baliji sfilò lentamente lo spadone che portava sulla schiena e lo strinse forte nelle mani tese avanti a sé.
Vedendolo, Scorza lo imitò e fece lo stesso con il grosso pugnale Tumbà che portava infilato nello stivale, poi entrambi si guardarono per darsi un coraggio che faticavano a trovare e dopo un attimo d'indecisione, con un solo cenno della testa, decisero di andare.
Il Varego ormai si fidava del Tumbà e avrebbe lasciato a lui, alla sua esperienza e alla maggiore conoscenza del territorio che possedeva, il compito di trovare la strada.
Mossero insieme il primo passo e quando toccarono il suolo morbido della foresta, rimasero fermi e zitti in attesa, tenendo le armi ben strette tra le dita e attenti anche al minimo segnale di pericolo, pronti a colpire qualunque cosa fosse giunta a minacciarli.
Non successe nulla.
Dopo quelli che parvero infiniti momenti di tensione, tirarono un sospiro di sollievo e si rilassarono un poco, prima di decidere da quale parte fosse meglio andare.
Per quanto non fosse ancora del tutto tranquillo, Scorza, con un gesto secco indicò la direzione che avrebbero seguito e si mosse per primo.
Dopo un paio di passi, Baliji lo seguì.
La vecchia guida si era dimostrato di poche parole, aspro, ruvido, però schietto e sincero come pochi altri prima d'allora e a Baliji fece piacere parlare con lui.
Dopo l'inizio del Mese della Luna Perduta, quando Scorza affrontò apertamente Ranuncolo e Neko per osteggiare la sua venuta tra i Tumbà, non ebbe molte occasioni per incontrarlo ancora e scambiare con lui più che un saluto da distante.
In cuor suo pensava che in qualche modo il Sednor gli fosse tuttora ostile, che in fondo in fondo non lo avesse accettato come aveva fatto il resto del villaggio e lo considerasse ancora un intruso, invece, con somma sorpresa, scoprì che si sbagliava del tutto.
Nelle ore che passarono soli a camminare fianco a fianco, superato l'imbarazzo iniziale da parte di entrambi, il Tumbà si rivelò una compagnia gradevole, semplice ed essenziale nei modi, tanto quanto lineare e chiaro lo fosse nel pensare.
Aveva un animo profondamente spirituale, confidava sinceramente nel Sole Invitto ed era fiero di essere un Tumbà.
Come tutti quelli della sua gente detestava le persone che aveva servito per molti anni, però sapeva che i Ratnor erano manichini in mano a Flot di Yasoda e in fondo li compativa.
Gli raccontò di come un giorno, poco prima della Scelta che gli avrebbe permesso di diventare uno di loro, vedendosi negare quella possibilità da Flot e colto da un momento d'ira, affrontò il Figlio del Sole.
"Avemmo un diverbio" gli disse.
Flot da tempo lo teneva d'occhio perché Scorza aveva una cosa che gli interessava e gli aveva teso una trappola per obbligarlo a fare quello che voleva.
"Vedi questa?" disse a un certo momento, mostrando a Baliji la cicatrice che gli deturpava la fronte.
"Me la fece fare da Gioturna, sfigurandomi per sempre" aggiunse schernendosi dietro un sorriso amaro.
Per quanto si vedesse che il ricordo ancora gli bruciasse, fece il possibile per non cedere alla rabbia.
"Quella bestia era in agguato, pronta a intervenire a un suo cenno" riprese a narrare.
"Un solo aculeo fu sufficiente a rendermi imperfetto per i loro canoni. Mi sfiorò appena il volto. Pochi millimetri più in là e mi avrebbe passato il cranio da parte a parte. Se solo Flot avesse voluto, sarei sparito per sempre nelle sue spire, ma non era quello che il Figlio del Sole aveva riservato per me. Ancora mi capita di tremare quando ci penso".
Baliji l'ascoltò senza interromperlo.
"Sebbene ancora vivo" continuò a dire il Tumbà "caddi a terra terrorizzato. L' attacco fu talmente rapido che non ebbi modo di reagire e di pensare. Ero insanguinato dalla testa ai piedi. Vedevo quella lunga liana agitarsi come un serpente attorno al mio volto e non osavo muovermi. Da un momento all'altro mi aspettavo che Flot le facesse un cenno per un colpo di grazia che mi avrebbe finito, invece questo non venne. Ero folle di terrore, mi urinai addosso e Flot rise davanti alla mia vergogna. Quando si ritenne soddisfatto della mia paura, fece ritirare l'Immonda e mi aiutò ad alzarmi. Rideva ancora del mio sgomento e della ferita che non mi avrebbe permesso di divenire un Perfetto, uno di loro. Era dispiaciuto che questo avesse dovuto toccare a me, ma gli servivo e questo, mi disse, mi aveva cambiato il destino. Non sarei mai diventato un Perfetto. Nonostante fosse quello che desiderassi di più dalla vita, per quella ferita alla fronte alla Scelta mi avrebbe fatto scartare. Una sfortuna, per me, disse deridendomi, che poco tempo prima fosse morto il cantore della Festa della Primavera e a lui piacesse la mia voce. Aveva bisogno di me, però prima di dirmelo, voleva darmi quella lezione per farmi capire chi comandava in quel luogo. Era soltanto una dimostrazione della sua potenza, voleva che sapessi che Gioturna era in suo potere e che in qualunque momento, a un suo cenno, avrebbe potuto farmi sparire per sempre. Sarebbe bastato un aculeo, un attimo, disse osservando con disgusto il sangue che mi scendeva dalla fronte sul volto. Poi venne al dunque, in cambio della vita mi fece una proposta. Se promettevo di non fare parola di quello che mi aveva causato la ferita sulla fronte, mi avrebbe permesso di vivere al suo servizio".
Scorza si fermò un momento. Abbassò lo sguardo e sospirò, prima di continuare:
"Ero solo, terrorizzato, stremato e sanguinante: accettai. Non potevo fermare da solo Flot e quel mostro infernale. Uniti erano imbattibili, però giurai a me stesso che un giorno mi sarei vendicato di entrambi. Attesi, attesi, attesi a lungo. Non avendo altro, cercai conforto nel Sole Invitto. Lo pregai di farmi avere la vendetta che desideravo, ma rimasi deluso. Anno dopo anno vidi passare molti giovani come te, Baliji. Tanti Padri di Tutti, giovani, belli, illusi di contare qualcosa, fino a ché scomparivano nel nulla, arsi vivi sulla Pira Sacra senza lasciare altra traccia del loro passaggio, se non le loro urla strazianti quando ormai era troppo tardi. Vidi tante Yaonai morire inutilmente e per ognuna di esse a primavera intonai il Canto di Walpurgis. Ma con gli anni, vedendo che nulla cambiava, poco alla volta persi la speranza di potermi vendicare. Poi invece arrivasti tu, ingenuo e preda del Figlio del Sole come tutti quelli che ti avevano preceduto. Per me saresti stato l'ultimo per cui avrei cantato. Al tuo arrivo avevo raggiunto i quarantanni e la mia permanenza a Mandi era terminata. Ormai ero vecchio per i Ratnor. Presso di loro, la mia sorte era segnata: subito dopo la Festa del Matrimonio sarei stato allontanato del Villaggio. Era la mia ora e lo sapevo. Dopo aver cantato per te venni scacciato e quando me ne andai, mi sentii sconfitto. Avevo accettato l'umiliazione di Flot convinto che un giorno avrei potuto regolare i conti con lui e invece quel momento non era mai venuto. Lasciato il villaggio Ratnor tornai alla palude. Ero deluso, amareggiato. In quei giorni non vedevo soluzione, avevo dubitato di ogni cosa, del dio che avevo a lungo supplicato, ero arrabbiato con me stesso, con il mondo, con il Gopanda, con tutti, ma ora invece, grazie a te, sono contento, perché vedo che le cose cambiano. La fuga, il passaggio oltre il fiume, l'abbandono della laguna, per me non erano che un segno che il mio dio andava riprendendo il posto che gli spettava. Sapere di Flot di Yasoda in fuga, il viaggio lungo il fiume per andare incontro a Gioturna, per me erano desideri di una vita intera finalmente soddisfatti e non me li sarei lasciati sfuggire per nulla al mondo. Grazie a te, adesso che il mio dio tornava a essere potente tra i Signori dei Sei Elementi, mi ripagava di tutta la mia pazienza e mi dava la possibilità tanto a lungo attesa di vendicarmi. Per la prima volta da tanti anni, grazie a te, sono sereno, mio Signore" aggiunse stringendogli con ardore le mani nelle sue "andrò incontro al mio destino con te, fino alla fine, se vorrai".
Senza dubbi, senza rimpianti, senza rincrescimenti di nessun genere, quando finì il racconto, quasi avesse esaurito le parole, Scorza tacque e seguitò a camminare come se nulla fosse successo.
Eppure man mano che Baliji lo sentì parlare e narrare la sua storia con tanta devozione nei suoi confronti, sentì crescere dentro di sé un sentimento di riconoscenza verso quella gente, che aveva saputo dargli una fiducia in cui ormai non credeva più di essere degno da anni.
La loro fede incrollabile, la loro forza nell'affrontare difficoltà immani nonostante ogni cosa li contrastasse, non era solo ammirevole, era di più, era confortante.
Un esempio per chi, come lui, aveva smarrito tutto lungo la strada e faticava a ritrovarlo.
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