1e) AL LAVORO
Riconoscendoli, i Tumbà lasciarono il lavoro e corsero incontro al Grande Vecchio e alla Signora.
Appena li raggiunsero, li sollevarono dal peso delle armi che trasportavano e, tramite il Capo villaggio, li misero al corrente di quel poco che gli esploratori avevano scoperto il giorno prima.
In poche parole Dan disse loro dei risultati ottenuti e di quello che volevano ottenere.
Era così contento e trafelato mentre raccontava i risultati conquistati, che la folta chioma gli ondeggiava avanti e indietro sul capo. Seduto al suo fianco, anche Zorkan alitava felice spalancando le fauci e mostrando i lunghi denti bianchi.
Con una nuova speranza nel cuore, Dan non si perse in inutili complimenti, perché le cose urgenti da fare erano ancora molte prima di potersi dire al sicuro e il tempo a disposizione poco, ma, disse diventando improvvisamente serio, bisognava tentare il tutto per tutto per salvare il villaggio.
Con un'autorità che Neko e Lilith non gli avevano mai visto prima, diede ai suoi uomini l'ordine di tornare indietro e quelli obbedirono senza discutere.
"Al lavoro, al lavoro, presto!" esclamò forte, vedendo che tutto il villaggio si rimetteva all'opera.
Avendo fretta di andarsene anche lui e non volendo perdere tempo ad accomiatarsi, con un semplice cenno del capo salutò i nuovi arrivati.
"Siate i benvenuti, miei Signori. Sono lieto di rivedervi sani e salvi, ma ora devo unirmi alla mia gente. Con permesso" gli disse ossequioso, dopodiché l'uomo e l'orso se ne andarono, lasciandoli soli.
I due rimasero impressionati della sicurezza che quell'uomo normalmente timido e riservato in pochi giorni aveva acquisito, tuttavia lo lasciarono fare e lo seguirono, unendosi a lavorare assieme agli altri.
La speranza portata dall'arrivo dei due Maggiorenti moltiplicò le forze a tutti quanti e almeno per un poco fece dimenticare la stanchezza che già rallentava i più deboli.
Insieme ai Tumbà, Neko e Lilith fino a sera fecero tutto quello che era possibile per mettere in sicurezza il villaggio.
Senza perdere tempo, lavorarono come forsennati.
Fianco a fianco, senza distinzione di età o sesso, gli abitanti del villaggio scavarono, tagliarono e sarchiarono per tutto il giorno.
Uomini, donne, giovani, vecchi, abili, disabili, tutti intenti a fare quel che potevano, eliminarono quello che avrebbe potuto ardere e si trovava tra le loro case e la foresta.
Tagliarono più canne che poterono, scavarono canali, portarono acqua dove scarseggiava e bruciarono tutto quello che riuscirono lontano dal gas della laguna. Era un pericolo, lo sapevano, eppure dovevano correrlo, perché se le fiamme dell'incendio si fossero avvicinate troppo ai bacini sotterranei, le conseguenze avrebbero potuto essere catastrofiche.
Un solo colpo di vento improvviso, una sola pula accesa e portata lontana, poteva causare un disastro difficilmente immaginabile.
L'estate era stata calda e secca e le canne, se lasciate dove erano a pochi metri dalla riva, all'arrivo dell'incendio avrebbero preso fuoco in un batter d'occhio.
In pochi momenti avrebbero portato le fiamme a un passo dalla laguna e allora il pericolo sarebbe stato maggiore e imprevedibile per tutti.
In un giorno solo, gli abitanti del Villaggio del Sole ripulirono duecento passi di palude in ogni direzione.
Nessuno fiatò, nessuno si lamentò.
Lavorarono a testa bassa, tagliarono e ammucchiarono senza sosta, bruciarono, sparpagliarono le ceneri nell'acqua, bagnando al medesimo tempo tutto quello che non era trasportabile.
Per quanto distruggere le canne fosse uno spreco inaccettabile per i Tumbà, questa volta le bruciarono senza rimpianti.
Per loro quelle canne erano tutto, erano la vita stessa, la base su cui avevano costruito l' intera esistenza della loro comunità.
Isole mobili, capanne, vestiti, germogli commestibili, foglie, liquori, tisane e radici curative, tutto proveniva dalle canne che i Tumbà avevano imparato a usare in secoli di convivenza forzata.
Eppure nella boscaglia il fuoco avanzava, ne vedevano il fumo levarsi minaccioso sopra alle loro teste e togliergli il fiato quando il vento glielo spingeva contro.
Le esplosioni prima lontane ora si facevano vicine e per ognuna di esse, la conseguenza erano nuovi focolai e alberi in fiamme.
Il caldo dell'incendio, portato dal vento del Nord, li sovrastava come una cappa minacciosa, spargendo ovunque ceneri fluttuanti che, cadendo come una leggera e calda pioggia grigia, li spronava a non fermarsi.
Era un chiaro ammonimento che il pericolo avanzava e fare finta di nulla sarebbe stato inutile.
Un pericolo immenso incombeva sopra a tutti quanti e le canne sarebbero ricresciute in fretta.
Ricrescevano sempre, lo sapevano.
Tuttavia, ogni colpo di falcetto inferto su quegli steli delicati era una coltellata nello stomaco per ognuno di loro e li portava a non alzare lo sguardo se non per respirare un momento.
Eppure non tutti restavano a capo chino.
Tra di loro vi era una persona, una Sednor, che guardava con ansia crescente verso Nord-Ovest.
Una donna dura, con addosso la grinta della disperazione e la forza di un uomo, eppure pur sempre una donna, ansiosa e animata da sentimenti che faticava a tenere a freno.
Il suo sguardo andava oltre le fiamme e vagava in mezzo al fumo.
Era Mirta, la figlia del Setmin.
Aveva il padre e il compagno smarriti in quell'inferno e, da quando erano partiti giorni prima, non sapeva più nulla sia dell'uno che dell'altro.
Lavorava di ascia dal mattino e si fermava soltanto il tempo necessario per pensare a dove potesse essere Wal in quel momento.
Era grata per quel duro lavoro fisico che la distraeva, perché non avrebbe retto una sola ora in più ferma su Baliji.
L'attesa nella laguna, per quanto fondamentale per la sicurezza dei più deboli, era stata snervante e l'aveva resa irrequieta.
Restare fermi a contare i propri respiri faceva sentire impotenti e lei non amava sentirsi così. Non le piaceva restare immobile davanti a un pericolo.
Aveva passato due giorni interi nella laguna in attesa che il Capo villaggio decidesse cosa fare, poi, quando finalmente all'alba del terzo giunse l'ordine per tutti di tornare nella palude, lei accolse quel richiamo con gioia.
Era stanca di non fare nulla.
Con poche pagaiate fece voltare Baliji e oltrepassò il grande molo seguita da gran parte delle imbarcazioni che erano al largo sotto il suo comando.
Non vedeva l'ora di arrivare a riva e di fare qualche passo sulla terraferma.
Aveva dormito male e quel mattino aveva una fastidiosa nausea.
La tensione, la paura, si diceva, troppa tensione e troppo poco movimento.
Lasciati al sicuro sulle barche solamente i troppo deboli e gli ammalati non in grado di lavorare, come tutti coloro in grado di reggere un attrezzo, andò nella palude.
Portò con sé l'ascia, la sua, quella che aveva dovuto usare centinaia di volte per ordine di Flot di Yasoda, ma questa volta l'afferrò senza rimpianti.
Ringraziò la Signora del Cielo di poter essere utile in quel momento e fu con uno slancio carico di desiderio di riscatto, che aggredì i primi alberi che le si pararono davanti.
Quelli non erano abitati dalle Yaonai, erano piccoli, asfittici, soffocati dall'acqua e dal marciume della palude, poteva abbatterli senza timore di averne rimorso alcuno.
Lavorò sino allo sfinimento senza mai fermarsi, sporca di fango e cenere, mischiando lacrime all'acqua stantia della laguna.
Era preoccupata, ma non voleva che si vedesse.
La ragione le diceva che Wal avrebbe potuto non tornare più da quell'inferno, eppure un rimasuglio di speranza la portava a lottare con tutte le sue forze.
Non sapeva dirsi altro se non quello che ostinatamente il cuore le diceva, eppure si ripeteva costantemente: è salvo, è salvo, è salvo!
L'angoscia l'affliggeva da quando aveva saputo dell'incendio e non smetteva di guardare verso Nord-Ovest, dove si trovava Rasmet.
Come tutti sapeva che qualcosa di molto grave era successo in quel villaggio, ma l'incertezza che le poche notizie frammentarie le davano, era tremenda ancor più delle fiamme che incombevano su tutti loro.
Temeva per Wal e per suo padre e doveva sforzarsi per restare concentrata su quello che stava facendo.
Avesse ascoltato la volontà si sarebbe seduta in terra e non si sarebbe rialzata più, eppure si obbligò a lavorare ancora e di più degli altri.
Dalla mattina la nausea la tormentava e non riusciva a tenere niente sullo stomaco.
Maledetta ansia!, si ripeteva spesso
Restò con Fredrik e Thorball per tutto il tempo e fece quello che per anni aveva fatto contro il proprio volere: lavorò d'ascia.
Con quella stretta in pugno abbatté i pochi alberi che coronavano la palude dove la foresta cedeva il passo al fango.
Erano pochi passi guadagnati oltre il limitare della laguna, ma potevano rappresentare la salvezza per tutti quanti.
Lei e i due Vareghi erano in prima linea, più vicini al fuoco di tanti altri, ma era lei che aveva scelto il posto dove lavorare e i due ragazzi Vareghi l'avevano seguita senza discutere.
Un sentimento forte quanto il mare stesso li spingeva a farlo e nemmeno per un momento pensarono di non seguirlo.
Per nessun motivo avrebbero lasciato sola nel pericolo la donna del loro Compagno di Disgelo.
Come forsennati lavorarono d'ascia al suo fianco e abbatterono un albero dopo l'altro, attirando con il loro esempio altri coraggiosi che poco alla volta li raggiunsero.
La vista di una donna così vicina al pericolo sfidò i restii ad andare oltre la paura che provavano e molti Tumbà trovarono il coraggio di vincerla, alcuni affiancando i tre ad abbattere i tronchi, i più restando un passo indietro a svolgere altri lavori.
Furono tanti quelli che spaccarono i tronchi abbattuti e ne portarono incessantemente a bruciare i pezzi più piccoli; strapparono, sfoltirono e sterrarono, sulle ceneri gettarono acqua, fecero tutto quello che la necessità dettava.
Dove mancava la pratica, l'entusiasmo interveniva.
Bastò quello a sostenere tutti quanti, l'esempio, e con esso proseguirono incessantemente.
I due Vareghi e la Sednor nemmeno si fermarono per la pausa del pasto, appena si concessero un mestolo d'acqua che Mirta, appena ingeritala, faticò a tenere sullo stomaco.
Quando infine, poco dopo il mezzogiorno giunse anche a loro la notizia che Neko e la Signora erano tornati sani e salvi dalla foresta, la speranza si fece più grande, rallentarono un poco e si concessero qualche minuto di riposo.
Il solo sapere che i loro Capi erano finalmente arrivati, fece tirare a tutto il villaggio un sospiro di sollievo.
Unendosi a tutti gli altri, Mirta e i due Vareghi andarono a raggiungerli sulla riva del grande fiume.
La gioia che portò quel arrivo insperato fu tanta e una nuova luce di ottimismo comparve negli occhi dei Tumbà.
Ora che erano qui con loro, erano certi che il Grande Vecchio e la Signora avrebbero saputo cosa fare, li avrebbero salvati ancora una volta.
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