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1d) RICORDI DOLOROSI

Come Yaonai, Lilith aveva percepito fin dall'inizio che nella foresta stava accadendo qualcosa di grave.

Per quanto ancora non sapesse cosa fosse successo, avvertì subito che sgomento, terrore e incredulità si diffondevano da un albero all'altro con la velocità del pensiero.

Nelle misteriose vie del bosco, le parole che giungevano da Sud correvano veloci da un capo all'altro della foresta, ma questa volta le notizie che lei e le sue Sorelle avvertivano furono subito confuse e disorientate.

Quando poi a Rasmet la situazione sfuggì al controllo di Flot e scoppiò il terribile incendio che diede il via a tutto questo disastro, come tutte le sue sorelle percepì immediatamente che qualcosa di orribile stava accadendo.

Le notizie si susseguirono frammentarie e confuse per tutto quel giorno, ma fu soltanto il giorno dopo, quando ci fu lo scoppio della sacca di gas sotto il Villaggio di Noah, che nessuna Yaonai capì più nulla.

Lei stessa venne sopraffatta da quella disgrazia a cui nessuna di loro era preparata.

Per quanto detestassero Flot e i suoi Ratnor, nessuna donna della foresta si aspettava una fine così repentina del tiranno che le aveva costrette in schiavitù per trecento anni, così in men che non si dica il caos, la paura, l'indecisione presero il sopravvento.

Terremoti sempre più profondi squassarono la foresta, fendendo il terreno.

Dove prima c'erano torrenti e alberi, profonde crepe ruppero le rocce su cui la foresta poggiava e da quelle risalirono in superficie gas e odori fetidi.

Quando la paura prese il sopravvento, Lilith non aveva ancora avuto modo di incontrare Faggiola e nessuna delle sue sorelle le diede più retta.

In un momento sparirono tutte.

Presero vie che solamente loro conoscevano per giungere il prima possibile dove più desideravano essere in quel momento, presso le loro amate Schegge.

Scapparono via veloci, si fusero nel primo albero che incontrarono e si incanalarono nella linfa di quelle radici non pensando alle conseguenze dei loro gesti.

Ognuna di loro temeva per la vita della propria Scheggia e da quel momento solo quel pensiero ebbe importanza nel loro animo.

Nella confusione e nel panico che seguì le Yaonai intasarono le vie, persero la strada, si incrociarono e si scontrarono a vicenda.

I terremoti sconvolsero vie dentro le quali da migliaia di anni la linfa scorreva veloce e precisa e le deviarono, le spezzarono o le ostruirono.

Alcune donne pianta restarono ferite, altre, sbagliando completamente strada, si ritrovarono in mezzo alle fiamme inattese e arsero vive prima di poter tornare indietro.

La confusione fu tale che nessuna fece più caso alla Signora dei Tumbà.

Lilith rimase sola e per un momento provò il medesimo desiderio delle sue Sorelle di Foresta: un frenetico bisogno di tornare a casa.

Un desiderio di protezione l'agitò nel profondo, poi si rammentò di non posseder più la propria amata Scheggia e venne presa dallo sconforto.

Rammentò quello che era successo; Flot, la sua rabbia cieca, l'innocente Scheggia che veniva abbattuta nel fiore degli anni, la disperazione in Lilith che impotente assisteva a quello scempio e la collera che ne era seguita.

La sua Scheggia.

L'aveva persa da molto tempo ormai. Non esisteva più. Era già cenere. Aveva avuto ragione Faggiola quando le disse che tutte loro, prima o poi, sarebbero tornate a casa e si sentì diversa.

Il suo desiderio era soltanto un ricordo doloroso impossibile da riavere e mai come in quel momento si sentì vuota e smarrita.

Si sentì una Yaonai a metà e non le rimase altro che fare ritorno verso l'unico luogo dove la sua vita avesse ancora un senso.

La palude, i Tumbà, i Caduti come lei, perché quello era il suo posto, in mezzo a coloro che un posto non ce l'avevano.

Nessuno badò a lei quando si allontanò a piedi, nello sconforto e nell'indifferenza più totale.

Per quanto sul momento non potesse rendersene conto, quello sconforto che l'assalì violento, le salvò la vita e la portò verso la salvezza.

La terra non cessava di tremare e lei temeva il suo vibrare.

Era spaventata, confusa, abbattuta, eppure si sforzò di pensare lucidamente.

Dal giorno della partenza non aveva saputo più nulla di suo figlio ed era in ansia per lui.

Dalle poche notizie ricevute prima che succedesse il disastro, l'incendio pareva essere partito proprio della parti di Rasmet, dove Wal e gli altri si trovavano.

Non era abituata a restare senza notizie, voleva sapere, tuttavia non poteva.

Per la sua gente pensare di andare in un luogo equivaleva ad andarci subito, bastava pensarci ed era fatto, ma ora le cose erano differenti.

L'incertezza, l'impossibilità a sapere, la paura, la fretta di tornare indietro unite allo scoraggiamento nel sentirsi diversa dalle sue Sorelle, le consigliarono una prudenza alla quale non era stata, per nascita e rango, mai abituata.

Era una Tumbà come coloro che proteggeva, una senza casa.

Non si sentì degna di percorrere le famigliari vie delle Yaonai e prese la via della foresta, certamente più lenta, ma più sicura per una come lei.

Oramai non aveva che un pensiero solo: tornare al Villaggio della laguna.

Si tenne lontana dalle fiamme e fece un largo giro per arrivare al fiume.

Le ci volle un giorno intero di cammino, ma quando finalmente incontrò l'acqua, ne seguì la corrente con un senso di sollievo crescente.

Come Yaonai non amava il fiume Sardon, ma sapeva che solamente le acque che trasportava potevano fare qualcosa contro la distruzione del fuoco.

Non avendo più una Scheggia a cui tornare e temendo di morire lontano dalle persone che l'aspettavano, non lo lasciò più e ne discese il corso, seguendone la corrente.

Camminò in solitudine per due giorni interi e fu soltanto all'alba del terzo giorno dopo il disastro di Rasmet, a poco meno di due leghe dalla grande ansa sul fiume, che incontrò Neko curvo e stanco, carico di armi all'inverosimile, anche lui desideroso come lei di arrivare il prima possibile alla palude.

Il Grande Vecchio procedeva lento, facendo un rumore assordante di metallo trascinato e sbattuto sulle pietre, eppure incurante di mettere sull'avviso Gioturna o chicchessia.

Non gli importava.

Anche lui da tre giorni non vedeva nessuno.

La foresta sembrava disabitata, l'incendio, indomabile, divampava ovunque incessantemente.

Per quel che ne sapeva, al villaggio come in tutto il resto del bosco, oltre a lui potevano essere già tutti morti e ridotti in cenere.

Se proseguiva ancora era più per la disperazione di una speranza che per una meta certa.

Quando finalmente vide una figura umana giungere lungo la riva del fiume e in essa riconobbe Lilith, quasi non riuscì a credere ai suoi occhi.

Vedere che oltre a lui qualcun altro si era salvato fu un momento di gioia incontenibile per tutti e due.

Furono felici di sapersi entrambi vivi.

Fu un momento di felicità estrema, ma passato l'entusiasmo iniziale, bastarono poche concitate parole per capire che sia l'uno che l'altra ben poco sapevano di quello che era successo e meno ancora di quello che sarebbe successo dopo.

Esausti, si sedettero per riprendere fiato.

Parlarono tenendosi le mani. Entrambi avevano bisogno di certezze, di sapere che erano veramente salvi.

Dopo un po' Neko scoprì di avere ancora del cibo nella bisaccia.

Poche cose, pane, formaggio, alcune mele selvatiche, ma le tenne in mano come se avesse ritrovato un tesoro. Si era dimenticato di averle con sé, come di bere e mangiare.

La paura, l'agitazione, la voglia di salvarsi e di tornare a casa, tutto era stato più pressante e urgente, ma ora le offrì a Lilith come un dono e le divisero insieme. Erano giorni che nessuno dei due mangiava e le divorarono come il fuoco divorava la foresta.

Tra un morso e l'altro l'anziano Maestro raccontò alla Signora che aveva avuto appena il tempo di riprendersi le armi, che il vento gli portò l'odore del fumo.

Non era il primo incendio nella foresta che incontrava e l'esperienza gli fece temere subito il peggio. Senza perder tempo si allontanò, ma procedette a fatica.

Le lame pesavano, le cotte di maglia gli impedivano di fare passi lunghi, gli archi e gli scudi gli battevano sulla schiena. Portare da solo le attrezzature di tre guerrieri Vareghi non era cosa da poco, eppure lui proseguì, caparbiamente non smise mai di mettere un piede davanti all'altro. Era venuto apposta per prenderle, non poteva lasciarle indietro senza prima aver provato il tutto per tutto.

Se le avesse lasciate ora non le avrebbero ritrovate mai più e ben presto, lo sapeva, quelle armi sarebbero divenute preziose.

Temendo di non andare abbastanza veloce, camminò per tutto il giorno e la notte successiva senza mai fermarsi e con il cuore in gola, ma quando Noah esplose e vide levarsi la colonna di fumo e fiamme dalla foresta, comprese che la caparbietà dimostrata fino a quel momento fu la scelta giusta da fare.

Difatti si trovava abbastanza lontano dal luogo del disastro, da salvarsi la vita.

La terra vibrò violentemente, si sollevò, gli fece perdere l'equilibrio. Venne scaraventato in terra con violenza, ma nonostante tutto poté rialzarsi senza danno. Era vivo, ma non ancora in salvo. Il fuoco incombeva, il tempo era scarso.

Dopo fu soltanto uno spostarsi lontano, rapido come poteva, scappando da terremoti, esplosioni e crepe nel terreno.

Era appesantito dalle armi Vareghe, eppure la distanza guadagnata in precedenza, compensò la minore velocità che poteva mantenere.

Aveva perso il senso dell'orientamento, il sole, velato da una spessa coltre di fumo, non poté essergli d'aiuto.

Vagò, girò a vuoto, cercò il fiume senza sapere dove guardare. Il fumo, le crepe, gli scoppi e gli incendi avevano cambiato la foresta. Niente era più come prima.

Non c'erano più punti certi con cui orientarsi. Tutto era cambiato.

A un certo momento temette di non rivederlo mai più. Si era perso.

A forza di andare avanti, non sapeva più dire dove si trovava.

Lui che in gioventù nell'incertezza aveva attraversato il mondo a piedi, a cavallo e in nave; lui che una volta tentò di beffare il destino volutamente perdendo la strada, ora che la cercava non la trovava più, era smarrita.

Per la prima volta dopo più di un secolo, si sentì disperato.

Tutta l'esperienza, tutte le avventure passate, non gli servirono a nulla.

Fu come un ciocco trascinato dalla corrente.

Solo il caso lo portò nella giusta direzione e quando finalmente poté posare piede sulla riva del Sardon, tirò un sospiro di sollievo e di gioia.

Lì il fuoco non era ancora giunto e i terremoti non avevano sconvolto il paesaggio tanto da non essere riconosciuto.

Con i suoi pellegrinaggi ciechi si era tenuto a Est e ora si trovava a monte della grande ansa. Quando lo capì si inginocchiò e pianse.

Erano secoli che non pregava più gli dei dei suoi padri.

Nessuna divinità lo interessava da molto tempo, eppure in quel momento rivolse gli occhi al cielo e rese grazie.

Era angosciato, teso, non sapeva nulla del destino di tutti gli altri, però era vivo e ora poteva proseguire verso una direzione certa. Era poco, eppure era una speranza. Veloce per quanto poté prese a seguire la corrente del fiume. Aveva ancora qualche ora di luce e non voleva perdere nemmeno un minuto.

Si sarebbe fermato con il buio, non prima.

Quando poi venne sera, una pallida luna riuscì a oltrepassare il fumo dell'incendio, illuminandogli la strada e rendendo meno spettrali le pietre della riva.

Camminò tutta la notte, dicendosi che presto avrebbe riposato, per quanto il momento giusto del riposo parve non arrivare mai.

"Non ora, dopo, ancora un poco" si diceva, temendo che da un momento all'altro il cuore o il fiato dalla stanchezza estrema lo tradissero.

Eppure caparbiamente metteva un piede dopo l'altro avanti a sé.

Era un richiamo forte e tremendo a farlo continuare, ancora peggiore del cadere a terra esausto e senza forze: il timore, il dubbio, di essere rimasto solo.

Alle prime luci del mattino, ancora camminava.

Era esausto, fiacco sotto il peso delle cotte che raschiavano sulle pietre. Erano due giorni che avanzava senza sosta. A breve sarebbe crollato, quando finalmente si rese conto di non essere solo.

Vide una figura umana che scendeva la riva del fiume alle sue spalle. Una donna... forse una Yaonai... Lilith, MIA Signora!!

Lasciò cadere a terra le armi e la raggiunse di corsa.

Quello fu un momento di vera gioia per entrambi.

L'incertezza del destino dei loro cari tormentava l'animo di ambedue e su una cosa sola furono in grado di darsi reciproca certezza: il peggio doveva ancora arrivare e dovevano affrettarsi a rientrare.

Per quello che poterono si rassicurarono a vicenda con parole piene di speranza, ma segretamente, nel loro intimo, tutti e due temevano quello che avrebbero potuto trovare al villaggio e si sentivano in colpa per aver lasciato soli i Tumbà.

Erano stati degli sciocchi, erano partiti tutti, trascurando la sicurezza degli altri.

Avevano lasciato solo Dan al villaggio, non pensando, non prevedendo che potesse accadere una cosa simile.

Nessuno avrebbe potuto immaginare un disastro del genere, eppure la loro leggerezza tormentava l'animo come un tarlo malefico e li spingeva a non fermarsi se non lo stretto indispensabile.

Tuttavia il carico era pesante e le forze di Neko allo stremo.

Rivelando una forza insospettabile, per fare prima Lilith prese le spade e gli archi dalle spalle del Grande Vecchio e marciarono più spediti.

Oramai sapevano dove si trovavano e il giorno era ancora giovane.

Da solo Neko disperava di poter arrivare prima di sera, ma ora che erano in due a portare tutto quel peso, le cose cambiavano. Insieme potevano farcela.

Poche leghe ancora e sarebbero arrivati alla grande ansa.

Per quanto la via del fiume fosse sicura, volevano arrivare prima del buio e sapere le novità.

L'incendio era scoppiato tre giorni prima e le fiamme erano ancora distanti, ma temevano per le esplosioni che sentivano avvicinarsi.

Non sopportavano più l'ansia; l'impazienza rodeva l'anima tanto quanto il non sapere.

Camminarono spediti per quanto poterono, fianco a fianco senza quasi aprire bocca se non per respirare.

Quando poi, poco dopo il mezzodì, stanchi e trafelati giunsero all'ansa e in lontananza videro che il villaggio esisteva ancora e che tutto pareva essere come l'avevano lasciato, la speranza ritornò nei loro pensieri.

Prima ancora di essere avvistati videro i Tumbà lavorare sparpagliati nella foresta di fronte alla laguna e sospirarono di sollievo.

Ne furono lieti, era una buona cosa: non si erano dispersi e non si erano persi d'animo.

Troppo indaffarati, i loro protetti neppure si accorsero del loro arrivo.

Allora, quando il desiderio di essergli vicini fu più forte di ogni altra cosa, Neko e Lilith chiamarono con tutto il fiato che avevano in gola, urla di gioia e di rabbia arrivarono prima di loro alle capanne del villaggio del Sole.

Quando dalla laguna finalmente li udirono, i Tumbà, improvvisamente festosi, non furono i soli a ritrovare la speranza.

Anche Dan, fino a quel momento serio, solitario e silenzioso, troppo intento a dare speranza dove non ne vedeva alcuna, quando li riconobbe tirò a sua volta un sospiro di sollievo: finalmente non era più solo a prendere decisioni per tutti.

C'era una speranza in più, ora.

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