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1a)INCIDENTE MORTALE


Erano tutti giovani e inesperti, in quella squadra.

Fu un errore fatale non mettere almeno un veterano insieme a loro, ma quel giorno non c'era nessuno a disposizione, erano tutti stanchi, sfiniti dalla polvere e dai turni sfiancanti.

Si chiamava Jonathan, era entusiasta, impaziente, fiero di quello che poteva fare per la sua gente.

Verso metà giornata si era allontanato dal gruppo per spegnere uno sbuffo di gas, uno dei tanti che la compagnia aveva incontrato dalla mattina.

Non c'era nulla di strano, l'aveva già fatto altre volte, sapeva come si faceva, ma quella volta dopo aver battuto il piede per terra per soffocarlo, un soffio improvviso di gas lo prese in pieno, da sotto, infilandosi sotto il mantello Tumbà che ne contenne le fiamme all'interno.

Fu questione di un attimo. Non urlò nemmeno, si accasciò in ginocchio dopo essersi agitato per un poco, con il mantello che si allargò a raggiera attorno alla sua figura impedendogli di crollare a terra.

Era un gran burlone, Jonathan. Gli piaceva giocare, ridere e fare scherzi.

Tutti lo sapevano e sovente avevano riso ai suoi scherzi.

Era un ragazzo, soltanto un ragazzo.

Gli altri componenti della squadra erano come lui, giovani, spensierati, sopratutto inesperti, pensarono fosse un gioco e non diedero peso al fumo che usciva dal cappuccio.

Quando poi capirono che non si trattava di uno scherzo, per Jonathan era troppo tardi.

Quello che riportarono al villaggio della palude era talmente corroso e consumato dalle fiamme, che non lo si poteva nemmeno più definire un cadavere. Era più simile a un pezzo di legno contorto che al corpo di una persona.

Il gas e il fuoco avevano lavorato in fretta e non avevano lasciato scampo.

Gli altri tre ragazzi non riuscirono a fare niente per lui e forse fu meglio così, ma dovettero crescere molto in fretta dopo quell'esperienza, perché una cosa simile avrebbe potuto succedere ancora, a chiunque e in qualunque momento.

La notizia della disgrazia circolò veloce per il villaggio e quando lo venne a sapere, Wal ne fu molto colpito.

Fu lui a dare a Jonathan il permesso di andare e se ne sentì subito responsabile per averlo fatto, benché sapesse che non avrebbe potuto fare nulla per evitare quella disgrazia.

Tuttavia preoccuparsi era nella sua natura e non poteva farci nulla, ma era anche un Varego e sapeva che la vita poteva cessare in qualunque momento.

Così gli avevano insegnato, lassù al Nord e così aveva imparato a proprie spese in quelle settimane che aveva seguito l'incendio.

Non esisteva pietà quando si era in mezzo a quella polvere e la medesima cosa accaduta a Jonathan, poteva accadere a chiunque altro in qualunque momento.

L'unica consolazione fu che per quel ragazzo la fine arrivò rapida, clemente, giunse veloce e implacabile colpì, inaspettata fino a un secondo prima.

Purtroppo non era il primo a cui capitò una cosa simile e nemmeno sarebbe stato l'ultimo, perché tutto quello che restava della foresta era ridotto a un cimitero.

A centinaia, forse in migliaia erano periti tra le fiamme.

Ratnor, Sednor, Yaonai, nessuno avrebbe potuto dire con certezza quanti abitanti della foresta fossero morti in quell'inferno.

Solo i Tumbà erano passati quasi indenni in mezzo a quel disastro.

La fortuna questa volta era stata dalla loro parte solo perché vivevano vicino all'acqua e questo li aveva salvati.

Agli abitanti della palude fino ad allora era andata bene e la morte improvvisa di quel ragazzo, per quanto sgradevole, finì per essere vista come una parte del tributo da pagare alla furia che aveva devastato tutto quanto il loro mondo.

A tutte le squadre era successo, purtroppo.

Chi più, chi meno, tutti riportavano a casa ferite o bruciature.

Alcune volte andava bene, altre no.

Il più delle volte erano ulcere leggere, alle gambe, alle mani, al volto; cose più o meno gravi che guarivano in poco tempo.

Ma altre volte andava peggio, bruciature su tutto il corpo, roba da urlare dal dolore e desiderare di morire piuttosto che vivere ancora.

Dall'inizio dei pattugliamenti già cinque dei loro erano morti per le fiamme nascoste sotto la cenere.

Soltanto la necessità di sopravvivere spingeva gli abitanti del Villaggio del Sole ad andare ancora a rischiare la vita in quell'inferno. Nessun altra ragione che questa.

Lo facevano e basta.

Ormai erano diventati insensibili a tutto, al dolore, al sudore, alla cenere che bruciava la pelle sudata, a quello che vedevano rivoltando la cenere.

Ancora adesso, dopo quasi un mese da ché iniziarono le perlustrazioni, di quando in quando i componenti delle squadre rivoltavano quello che pareva un tronco carbonizzato, per poi scoprire che era un cadavere di qualche sventurato che non era riuscito a fuggire in tempo dalle fiamme.

Il più delle volte i resti erano talmente consumati che nemmeno riuscivano a capire se si trattasse di un uomo, di una donna o di un animale selvatico: il fuoco e il calore li avevano corrosi e deturpati così in profondità da celare qualunque identità avessero avuto in vita.

Allora lo lasciavano dove l'avevano trovato, restavano nel dubbio e proseguivano nel loro lavoro senza farsi domande che non avrebbero avuto risposte.

Forse era un bene, perché proprio il dubbio di cosa realmente potessero essere stati in vita quei corpi contorti, divenne il miglior alleato per non farci più caso e non cedere agli incubi notturni.

Non potendo fare altro, i Tumbà accettavano quella realtà come inevitabile e andavano avanti.

Ormai ne avevano visti troppi per impressionarsi ancora.

La foresta, o quello che ne rimaneva, ne era piena. Se ne trovavano ovunque.

Dalla mattina Wal ne aveva trovati quattro, Radice due, Scorza e Gabriel uno a testa. Anche loro, come tutti, li rivoltavano e andavano oltre.

Ogni giorno dal villaggio uscivano almeno quindici squadre come la loro e ognuna si sparpagliava oltre la palude per tenere a bada i focolai nascosti.

Ogni brigata aveva un settore assegnato, ogni settore aveva un punto di riferimento all'orizzonte per non intralciarsi a vicenda.

I componenti si allontanavano per mezza giornata dal fiume, giravano tutto il tempo avanti e indietro spegnendo quello che trovavano e alla sera tornavano al villaggio prima che facesse troppo buio.

Era un lavoro temerario, assurdo, pericoloso, eppure necessario se volevano tenere lontano dalle loro case quello che più temevano: le esplosioni delle sacche di gas che si trovavano sotto il villaggio.

La laguna ne era piena, ogni isola mobile era collocata sopra a una di esse e ne spillava quotidianamente una minima parte, quello di cui aveva bisogno per vivere.

Tuttavia, quello che per secoli rappresentò la salvezza dei Tumbà, improvvisamente divenne il più grande pericolo per la loro vita.

Tutti al villaggio nella laguna lo sapevano, anche i bambini erano a conoscenza del pericolo che correvano in ogni istante della giornata, eppure i Tumbà non fuggirono dalle loro case e neppure si allontanarono da esse.

Dal gas traevano di che cucinare, illuminare e scaldarsi.

Fino ad allora il gas era stato vitale per la sopravvivenza del villaggio, ma adesso presentava l'altra faccia della medaglia.

Il pericolo di una esplosione incombeva su tutti loro in qualunque momento della giornata.

Sarebbe bastata una sola scintilla portata dal vento nel punto sbagliato e anche nella laguna avrebbe potuto saltare tutto quanto in aria come era successo nei villaggi Ratnor.

Nessun Tumbà era perito durante l'incendio e nessuna isola aveva subito danni così gravi da non essere già da tempo riparati, ma il pericolo reale venne dopo, trasportato nell'aria, nei focolai nascosti, nelle scintille, sempre presente da dover essere costantemente tenuto a bada in ogni modo.

Solamente una pioggia forte e insistente avrebbe potuto porre fine a quei viaggi disperati tra mucchi di cenere e sbuffi di gas, eppure nessuno di loro desiderava ancora vederla arrivare.

Sarebbe stata una soluzione peggiore del pericolo che incombeva in ogni momento su tutti loro, perché avrebbe sicuramente spento focolai nascosti e brace sommersa, però avrebbe anche ingrossato il fiume, agitato le acque del Sardon e divelto alberi lungo il suo corso.

Se avesse piovuto, tutto il lavoro dell'ultimo mese, tutti i preparativi già ultimati per la partenza, sarebbero risultati vani.

Tutto avrebbe potuto bloccarsi se il fiume Sardon gonfiava troppo.

Se le sue acque si fossero ingrossate, la piena avrebbe travolto le loro barche, la traversata sarebbe diventata rischiosa e il successo di tutta l'operazione sarebbe stato reso vano in un batter d'occhio.

Nelle sue acque tumultuose i Tumbà sarebbero rimasti presi in trappola come topi, chiusi tra l'incendio che aveva distrutto ogni cosa a Nord e il fiume in piena a Sud.

Il problema era il cibo.

Le scorte di cui ancora disponevano nei magazzini al di qua del Sardon, non sarebbero bastate per tutti fino alla primavera.

Assieme a quelle che avevano già traghettato dall'altra parte del fiume, a malapena avrebbero coperto i mesi invernali e ora non c'era più speranza di trovare qualcosa da raccogliere o coltivare.

L'incendio aveva portato via tutto, anche gli orti e le piante da frutta. Tutto era andato in fumo.

A parte il pesce che ancora pescavano nel Sardon, non vi era altro cibo fresco da raccogliere o cacciare.

Già attingevano alle scorte che avrebbero dovuto portare attraverso il fiume per superare i mesi invernali.

Eppure, non avevano avuto scelta, ora che le bocche da sfamare erano aumentate.

Tra Tumbà, Sorelle della Vita, i bambini del Semenzaio, le Sednor che erano con loro e coloro che poco alla volta arrivarono alla spicciolata attraverso la foresta sfuggendo al fuoco che avanzava, non meno di cinquemila persone dovevano mangiare tutti i giorni.

Non era poco e nemmeno volendo potevano permettersi il lusso di aspettare le piogge.

Tutto era cambiato così velocemente che Wal e i suoi amici ancora faticavano a capire come potesse essere avvenuto un disastro simile.

Chi sapeva quello che era successo, se era sopravvissuto, si trovava a Nord, lontano dal loro villaggio, oltre al disastro.

Flot, Salice che Ride, Ranuncolo, nessuno sapeva più nulla di loro.

Per quanto i Tumbà avessero tentato di inviare degli esploratori fino al vulcano, sinora nessuno di loro era riuscito a passare per arrivare a quello che restava della foresta.

All'inizio partirono dei volontari, ma tornarono indietro tutti quanti, ustionati e mezzi asfissiati dalle esalazioni. Poi nessuno se la sentì più di provare.

Nemmeno Lilith era più in contatto con la Grande Madre, visto che con la foresta erano andate perse anche le segrete vie Yaonai che passavano da un albero all'altro e anche da quella parte ogni comunicazione era diventata impossibile.

Infine, le cose da fare divennero troppe e troppo urgenti per tentare d'inviare ancora qualcuno a vedere quello che rimaneva della foresta oltre il vulcano.

Quindi, dopo la Festa di Rasmet, gli abitanti del fiume non avevano più avuto contatti con nessuno.

Da allora il mondo che per secoli avevano conosciuto, era stato spezzato in due.

Tutto quello che sapevano, era quello che vedevano.

E quello che vedevano, non era confortante.

Wal guardò il vulcano, a Nord, il punto di riferimento del settore che battevano quel giorno. Fumava e sbuffava pericolosamente più del solito, emettendo polvere e cenere dal cono perfetto.

Quel giorno anche la montagna era impaziente e lui, inquieto, voleva tornare indietro il prima possibile.

Da quando Mirta gli aveva detto di essere incinta era sempre ansioso e se la sapeva in mezzo al pericolo, non riusciva a darsi pace.

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