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11a) PUNIZIONI DIVINE


Oggi era quel giorno.

Come gli era stato detto, prima di entrare nella galleria che passava sotto il vulcano, Flot tornò a cercare suo padre.

A tracolla portava una sacca da viaggio vecchia e logora.

Quando varcò il confine del Mondo degli Antichi Padri lo trovò seduto nel medesimo posto della volta precedente, fermo ad attenderlo.

Questa volta Aldaberon il Varego non lo invitò a sedersi al suo fianco, si alzò, gli andò incontro e insieme si allontanarono per un tratto di strada.

Dissero poche parole mentre camminavano fianco a fianco.

Imbarazzato, Flot stropicciava nelle mani il tessuto logoro della sacca da viaggio.

Era quella di Baliji e dentro vi portava il Ramo d'Oro delle Yaonai e la maschera funeraria di Lilith.

Con quelle poche cose avrebbe chiuso i conti con il passato e aperto una delle Sei Porte che portavano dal Mondo degli Antichi Padri al mondo dei viventi.

Il padre se ne accorse.

Approfittò del momento, visto che era di quello che voleva parlargli Aldaberon, prima che andasse a fare ciò che doveva.

"Ascolta Flot, ci sono alcune cose che devi sapere" iniziò a dirgli.

Era dalla scomparsa degli antichi padroni degli Elementi che non avveniva una cosa simile.

"Quando aprirai la Porta, i due mondi torneranno in contatto, i Sei Elementi si uniranno ancora una volta e il Fato riprenderà il corso che nella tua follia avevi creduto di poter interrompere. Le cose cambieranno rapidamente e in un boato la foresta delle Yaonai svanirà, distrutta per sempre".

Tutto sarebbe successo in fretta, gli disse, tutto sarebbe tornato quello che avrebbe dovuto essere da tempo e lui, Flot, sarebbe scomparso, inghiottito nel nulla.

Il suo Spirito non sarebbe più tornato indietro, così gli disse il padre, sarebbe svanito per sempre, ma almeno avrebbe ripulito il suo nome dal marchio dell'Infamia.

Questo gli concedevano gli Antichi Padri, nulla di più.

Flot ascoltò in silenzio, quando Aldaberon terminò di dirgli quello che doveva, accennò appena un assenso, poi s'incamminò, solo, per l'ultimo tratto della sua esistenza.

Non gli dispiaceva, in fondo se lo meritava.

Al punto in cui era arrivato, Flot voleva soltanto che nessun altro innocente pagasse ancora per la sua follia, perciò, quando seppe da Aldaberon quello che gli riservava il futuro, dovette sbrigarsi, salutare suo padre e andare sotto il vulcano, dove tutto avrebbe avuto fine.

Da solo aveva deciso di iniziare quella follia e da solo avrebbe terminato l'ultimo tratto di strada.

Il tempo e gli eventi stavano riprendendo a marciare lungo strade già segnate e avrebbero portato uomini e Yaonai ognuno verso il proprio destino.

Ormai era ora, attendere ancora non avrebbe avuto senso.

Fin dall'inizio seguì con attenzione la fuga di Baliji e dei suoi amici, da quando attraversarono il fiume Sardon a quando raggiunsero la colonna dei fuggitivi.

Scortati dalle ultime Zolle rimaste in vita, li vide scendere dagli Anunna, raggiungere la foresta e dirigersi a Sud, alla ricerca dei bambini del Semenzaio e dei Tumbà della palude.

Li vide muoversi velocemente per timore del vulcano, favoriti dalla scomparsa di Karahì e dell'inverno tornato mite e piovoso.

Si diressero sempre a Sud, mantenendo una rotta parallela benché discosta dalla colonna di fumo, per timore che gli crollasse addosso.

Ma per quanto veloce camminassero, la distanza da coprire era enorme.

Ai fuggiaschi gli ci vollero tutto l'inverno e tutta la primavera successiva per raggiungere la colonna, trovandola infine sul limitare della grande foresta, al confine della pianura che si trovava ai piedi di quei monti, che tre secoli prima ospitò i sopravvissuti del popolo di Walpurgis in fuga da Singaruk-ba-Balai, il sanguinario Capo degli Un.

Quando arrivarono ebbero una sorpresa.

Quello che restava del popolo degli Eridani aveva prosperato, dissodato e seminato. Separato dai loro antichi nemici dalle poderose montagne che un tempo scavalcò, non conobbe mai i pericoli e le insidie che tanto spaventarono Walpurgis.

Gli Un rimasero sempre un pericolo lontano, velato e dopo un po', dimenticato.

Gli Eridani vennero accolti, sfamati, curati, ma ora quel popolo rinato dalle ceneri di una fuga precipitosa, temeva per il proprio futuro a causa di quelle medesime montagne che un tempo lo salvarono. Il Vulcano li minacciava.

Benché lontanissimo dalle terre che i primi Taurini dissodarono ai piedi dei monti, il cratere le minacciava con le scorie che, malgrado la distanza, il vento portava fino alle loro case.

Il fumo portato dalle correnti sovrastava le loro terre e si scontrava con i monti.

Lì si ammucchiava, si gonfiava e tornava indietro, cadendo in basso.

Turbolento all'arrivo, perdeva via via forza e consistenza, ma fermandosi scaricava in terra un pulviscolo impalpabile che ricopriva ogni cosa.

Da quando era iniziata l'eruzione, anche in quelle terre il sole era diventato freddo, i raccolti languivano e le scorte diminuivano.

Quando gli Eridani seppero dell'arrivo della colonna dei sopravvissuti, nonostante le difficoltà in cui si trovavano li accolsero con gioia e quando compresero che fuggivano dal vulcano, furono lieti di sapere dai Tumbà cosa accadeva da quelle parti.

Scoprirono di parlare dialetti talmente simili tra loro, da potersi comprendere facilmente e questo favorì l'accoglienza.

Terre lavorate, grasse e rigogliose si stesero ospitali davanti ai popoli della foresta, ma Dan il Capo Villaggio, Lilith, la Signora della Laguna, e Salende, Ratnor Sorella della Vita a capo della colonna dei bambini sopravvissuti all'incendio del Semenzaio, decisero insieme di fermarsi tra gli alberi ad attendere il ritorno di Neko e di Baliji, se mai questo ci fosse stato.

Prima di lasciare definitivamente il loro vecchio mondo, saggiamente vollero comprendere meglio quello nuovo che ancora non conoscevano, prima di riprendere la strada che li avrebbe condotti alla meta finale.

Solo il Grande Vecchio aveva attraversato quelle terre e solamente lui conosceva i passi montani per arrivare alla Terra dei Vitelli.

La vista di quelle immense montagne che a perdita d'occhio sbarravano la via sia a Est che a Ovest fin dove giungeva lo sguardo, fece dubitare a molti quanto fosse saggio proseguire ancora.

Tanti dei loro erano bambini e, tra i Tumbà, ben di più erano quelli malati e deformi.

Molti non avrebbero avuto le forze per scalarle e il prezzo della fuga sarebbe stato troppo alto da pagare.

Inoltre, per quanto ospitali e amichevoli fossero nei loro confronti, le popolazioni Eridane di quelle pianure non avrebbero visto di buon occhio più di cinquemila persone attraversare lacere, deformi e affamate i loro campi coltivati.

Perciò decisero di fermarsi. Avrebbero atteso anche un anno, se fosse stato necessario.

Dopo, una volta riuniti, avrebbero finalmente festeggiato e insieme avrebbero deciso per il futuro, seguendolo ognuno per il proprio cammino, ma fino ad allora avrebbero atteso.

E così fecero.

Quando poi, alla fine di una primavera umida e piovosa, quando le speranze già scemavano nella rassegnazione, i due gruppi finalmente si ricongiunsero, i fuggiaschi della prima ora furono lieti di avere notizie dal Nord e di sapere dai Vareghi appena giunti che in un modo o nell'altro, tutto era finito.

Anche se vedevano ancora la mostruosa colonna del vulcano levarsi lontana e passare sopra di loro prima di schiantarsi contro le montagne, almeno non avrebbero più dovuto temere Gioturna e Karahì.

Con quelle buone notizie fecero festa per una settimana.

Bevendo e mangiando in allegria ascoltarono e riascoltarono cento volte le storie di uno e dell'altro.

Se ne saziarono e se ne inebriarono.

Le gesta di ognuno divennero quelle di tutti.

La leggenda della sconfitta delle due sorelle malvagie, Gioturna e Karahì, di racconto in racconto, di falò in falò, prese corpo e forma poco per volta .

Quelli furono giorni di spensierata gioia e sazietà per tutti i sopravvissuti.

Giorni in cui tutti si immaginavano che il futuro potesse essere, se non colmo di gioia, almeno gravido di novità.

I ricordi nefasti poco alla volta sbiadirono.

Per quanto le ferite dell'animo fossero troppo profonde per saldarsi definitivamente, per lo meno non subirono nuove lacerazioni e, in un modo o nell'altro, almeno le ferite del corpo guarirono.

Flot, da lontano vide tutto questo.

Fu felice di vedere che poco alla volta, col passar del tempo, le cose migliorassero per molti di loro, anche se per alcuni le ferite subite e le conseguenze delle vicende vissute, furono più pesanti che per altri.

Se ne dispiacque molto, specialmente per il suo amico, perché Baliji non guarì mai del tutto alle mani.

Nonostante le attente cure di Ranuncolo e di Mirta, della mano destra a malapena poté muovere le dita e della sinistra perse quasi del tutto la sensibilità al tatto.

Eppure non lo vide mai lamentarsi per il prezzo che dovette pagare per essere libero di vivere la propria vita.

Baliji era fiero, del suo nome e di quello che aveva.

Donò l'anello del Sole a Mirta durante una grande festa, davanti a tutti coloro che erano sfuggiti al disastro.

E dopo pochi giorni, quando in primavera terminò il tempo dell'attesa, divenne padre di una bambina dai capelli tanto chiari da meritarsi il nome di Ali Bianche, che in breve per tutti fu solamente Ali.

Come il nonno Ranuncolo la piccola aveva gli occhi di due colori, uno nocciola e uno tanto chiaro da sembrare bianco; della nonna Lilith invece, i capelli, che le crescevano a una velocità impressionante e le mani fredde.

Salende e le altre Sorelle della Vita si risollevarono poco alla volta, ripresero a vivere e si dedicarono a quello che sapevano fare meglio: allevarono i bambini del Semenzaio come se fossero stati loro, ma per quanto fecero, mai riuscirono a dimenticare la fine atroce di quelli che dovettero abbandonare nella foresta in fiamme.

Mai più si lasciarono crescere i capelli, in segno di perenne lutto per quella immane disgrazia.

A parte il figlio che Salende concepì da Baliji, Alfons Desiderio, le altre Postulanti rimasero sterili per scelta e seguitarono a rasarsi il capo tutti i giorni.

Si punirono in quel modo per essere sopravvissute all'incendio e quando anche l'ultima di loro con il tempo avesse cessato di vivere, con la loro fine anche le ultime vestigia Ratnor sarebbero scomparse nelle pieghe nel tempo.

Flot ne fu lieto.

Dopo la loro scomparsa, nulla sarebbe rimasto di quella follia insana che aveva ammorbato il mondo per colpa sua.

Baliji sapeva che molti di quei bambini erano figli suoi, eppure incoraggiò i Tumbà a ospitarli e farli diventare parte del nuovo popolo che stava sorgendo.

Erano Sednor e come Tumbà sarebbero vissuti, liberi del proprio destino.

Sednor, Tumbà, Yaonai, Ratnor Postulanti, oramai vivevano assieme unendosi senza distinzione di razza o stirpe.

Una nuova gente si stava formando, legandosi gli uni agli altri come i sentimenti portavano.

I destini di molti si incrociarono nei modi più strani e Faggiola e Radice diedero l'esempio, unendosi davanti a tutti, all'inizio della primavera, poco dopo la nascita della figlia di Mirta e Baliji, Ali.

La Grande Madre di un popolo sconfitto dal tempo e il Maestro del Sole di un popolo di fuggiaschi, giungendo le mani in una sola, riunirono il Sole e la Luna come nei tempi antichi.

Furono i primi a farlo e la loro unione fu un esempio per molti che si unirono poco dopo, vedendo nel loro un gesto di buon augurio per il futuro.

In loro rivedevano i Soluni.

Per molti i Soluni li avrebbero guidati ancora nei secoli a venire, per quanto in molti furono coloro che vollero vederci soltanto la fine di una brutta storia.

Flot di Yasoda fu lieto di vedere come il figlio avuto da Salice che Ride prendesse il posto che un tempo fu suo e fu certo che Radice avrebbe saputo esserne degno molto più di quello che fece lui.

Il Grande Vecchio poté vedere come tra le sue figlie e alcuni Tumbà si venne a formare qualcosa che avrebbe potuto essere definito più di una simpatia e meno di una storia, ma in accordo con Pino Argentato, non se ne curò e lasciò che le cose seguissero il corso degli eventi.

Lui, figlio e sposo di Yaonai, Varego per metà, longevo meno di una pianta ma più di un mortale, sapeva cosa volesse dire perdere le persone care lungo la strada.

Mai avrebbe consigliato a una figlia di legarsi con un uomo che avrebbe avuto un'esistenza molto meno lunga della propria.

Sarebbe stata una scelta che sapeva essere troppo dolorosa e solitaria e non se la sentiva di consigliarla.

Eppure sapeva anche quanta compagnia gli facessero i ricordi di quelle persone che seppero accompagnarlo per un tratto della sua lunga vita e del segno che ognuno di esse seppe lasciare nel suo cuore.

E se una cosa seppe apprenderla nei lunghi anni della sua esistenza, fu che ognuno doveva costruirsi i propri ricordi, prima che fosse troppo tardi.

Belli o brutti che fossero, quelli erano l'eredità di una vita intera.

Assieme a Baliji e Thorball, partecipò al rituale funebre Varego per Fredrik e Aldaberon.

Le ossa dell'uno e la testa dell'altro vennero cremate insieme in una sera di inizio estate e quando le fiamme si alzarono alte verso il cielo, ai tre Vareghi parve di udire nell'aria un sussurro di sollievo.

Forse fu soltanto il vento che soffiava tra le rocce o l'immaginazione, ma a loro piacque pensarla diversamente.

In quella stessa sera Lilith riconsegnò al figlio la lastra di rame di Alfons e il Libro di Walpurgis.

Appese l'una accanto al focolare della sua capanna e l'altro accanto al suo giaciglio. Non potendo fare altro, Baliji poté passare le giornate della convalescenza dividendosi tra le cure di Mirta, Ali e la lettura dei fogli che ancora non aveva letto. Scoprì che in fondo al libro del Grande Vecchio degli Eridani molte pagine erano rimaste bianche e pensò di narrare la fine di Gioturna.

Usando la mano sinistra e facendo molta fatica, poco alla volta riprese a scrivere.

Gli piacque poter proseguire da dove Walpurgis lasciò.

Sapeva che le esperienze di quell'uomo del passato avrebbero potuto servirgli ancora, così come sapeva che il presente non avrebbe potuto proseguire a lungo in quel clima di gioia e di festa.

L'estate era iniziata e presto ognuno avrebbe dovuto dire dove si sarebbe diretto.

Le strade da seguire erano molte, gli amici si sarebbero separati prendendo sentieri differenti e ognuno avrebbe portato con sé la propria parte di pensieri e ricordi.

Per non perdere la memoria di quello che un tempo era stato, le generazioni future avrebbero dovuto avere una testimonianza di quei fatti e qualcuno avrebbe dovuto fargliela pervenire.

Così, non potendo fare altro, impossibilitato a fare qualunque altro lavoro, decise che quel qualcuno sarebbe stato lui.

Lo disse a tutti, a ognuno di essi spiegò e motivò la sua scelta.

Tutti furono d'accordo e da quel momento i sopravvissuti della Battaglia dell'Eclissi si riunirono e parlarono di quel giorno.

Attorno a un falò o sotto un albero, ricordarono o finsero di ricordare quello che videro e lui ogni volta che capitava, prese appunti e scribacchiò.

Ancora una volta, aiutato da Neko ridivenne bravo a segnare simboli e linee sulla carta, ben sapendo che quella sarebbe stata l'ultima cosa che il Maestro gli avrebbe insegnato.

Lo sentiva a pelle, era un disagio indescrivibile e impalpabile come la polvere del vulcano, eppure sentiva che loro strade si stavano inesorabilmente separando e non poteva farci assolutamente nulla.

Per quanto non ne avessero parlato direttamente, Baliji aveva capito che il Vecchio Varego aveva intenzioni che l'avrebbero portato lontano da lui.

In fondo, a pochi ormai interessava ancora raggiungere la Terra dei Vitelli e il compito per cui Neko era stato assunto anni prima, era terminato.

Solo il Fato Imperscrutabile avrebbe detto quando sarebbe stato il momento della separazione, ma quel momento, era certo, sarebbe arrivato presto.

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