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10a) SLAVINA

Così, nel dubbio, mentre Baliji lottava tra la vita e la morte accudito da Ranuncolo e da Mirta, Neko e Faggiola preferirono prendere delle precauzioni supplementari, sia che esse fossero vicine che distanti dal ponte.

Per maggiore sicurezza di tutti, il giorno precedente alla partenza del Gopanda Leta furono inviati dall'altra parte del fiume altri Giganti dell'Alleanza.

Insensibili al freddo e al buio com'erano, partirono prima di notte e incuranti della tormenta risalirono il Sardon partendo dal ponte fino alle sorgenti del fiume per poi ridiscenderlo sull'altra sponda arrivando ancora al ponte.

Controllarono scrupolosamente ogni rifugio, anfratto, nascondiglio dove potessero essersi riparati, tuttavia, per quanto ne avessero cercate le tracce in ogni dove, dei superstiti delle orde di Karahì non trovarono una sola orma.

Per quanto li avessero cercati, parevano scomparsi nel nulla, inghiottiti dalle montagne e dal gelo delle cime.

Eppure c'erano, tutti sapevano che dovevano essere lì, nascosti da qualche parte su quei monti, in una grotta o in qualche recesso, in attesa di chissà che cosa prima di uscire allo scoperto.

Per quanto gli Anunna fossero vasti, quei mostri non potevano svanire in quel modo.

Così, con quel pericolo costantemente presente per quanto ipotetico, sebbene restii a farlo, Neko, Faggiola e gli altri decisero che si sarebbero divisi e avrebbero difeso sopratutto il passaggio sul fiume, al di qua e al di là del ponte.

Radice andò sull'altra sponda.

Appena la luce lo consentì fu il primo ad attraversare sulle assi ingombre di neve e con l'ascia bipenne in mano le ripulì al meglio.

Quando arrivò oltre il fiume si fermò dall'altra parte del ponte, mettendosi accanto al grande pino che sorreggeva le funi, pronto a tagliare le corde in caso fosse stato necessario farlo cadere.

Faggiola passò per seconda e con le sopravvissute Yaonai del Sud rimase con lui per proteggere il passaggio.

Con le sacche ricolme di ghiande di metallo e le lunghe trecce rifatte con cura, le donne della foresta si disposero da una parte e dall'altra del grande pino e presero a farle roteare lentamente, pronte a lanciare.

Subito dopo passarono Pino Argentato e le figlie del Grande Vecchio.

A loro spettava il gravoso compito di tenere libero il sentiero che scendeva a valle, una volta oltrepassato il ponte.

Quella era una terra sconosciuta, poteva nascondere insidie difficili da prevedere ed essere un compito pericoloso, eppure in cuor suo Neko fu lieto di saperle in salvo dall'altra parte, il più lontano possibile dal vulcano e dal pericolo che rappresentava.

Per maggiore sicurezza, con moglie e figlie andarono anche i Giganti partiti per l'esplorazione il giorno prima e quando furono tutte quante sull'altra sponda e le salutò per l'ultima volta vedendole sparire verso valle, il Grande Vecchio si sporse oltre l'argine e sospirò soddisfatto.

In basso, tumultuoso e assordante nel suo vorticoso scorrere a valle, il Sardon defluiva portando con sé sassi e ghiaccio.

Gli schizzi inzuppavano di acqua gelida le corde di capelli intrecciati che sostenevano le assi, rendendole scivolose.

Faceva freddo e sulle tavole di legno ripulite dalla neve, s'erano formate delle pericolose chiazze di ghiaccio.

Neko sapeva che prima di sera avrebbe ripreso a nevicare e dopo di allora non sarebbe stato possibile attendere oltre l'arrivo dei ritardatari.

Prima del buio tutti avrebbero dovuto essere dall'altra parte.

"Attenderà fino a quel momento" sussurrò Gabriel al ragazzo ferito che lo stava ascoltando "Poi se ne andrà e il ponte resterà sguarnito".

Quando il Tumbà giunto in suo soccorso finì di aggiornarlo, Baliji annuì.

Sapeva bene quanto gli altri cosa volessero dire quelle parole.

Se non riusciva a passare oltre a quel passaggio obbligato, sarebbe rimasto indietro.

Da dove si trovava sentiva il costante muggito delle acque del Sardon che scorrevano a valle.

Il fiume non era distante, appena una manciata di minuti separavano dalla salvezza coloro che erano con lui e se stesso, eppure sapeva che per ogni attimo di attesa in più, i suoi amici correvano dei pericoli inutili per colpa sua.

Quando anche l'ultimo dei sopravvissuti fosse passato dall'altra parte, lui sarebbe diventato un inutile fardello per la loro sopravvivenza.

Tuttavia, l'inaspettata comparsa del giovane Tumbà gli aveva riportato una speranza che ormai avevano quasi del tutto persa.

Ranuncolo, Mirta, lui medesimo, rimasero tutti quanti a guardarlo mentre velocemente srotolò la corda e ne passò un capo a Thorball.

"La porto di là" gli sussurrò appena e il Varego, comprendendo al volo quali fossero le sue intenzioni, senza fare discussioni l'assicurò all'elsa della spada, poi con un colpo secco piantò in profondità la lama tra la neve e le rocce.

La neve attutì il rumore con un soffio prolungato.

L'altro capo della fune Gabriel se lo assicurò a vita e prima di muoversi verso il primo appiglio, i due ragazzi si salutarono. Lo sguardo d'intesa che si scambiarono in quel momento era chiaro, quella era l'ultima speranza per Baliji.

Gli avrebbe portato la fune, con quella l'avrebbero assicurato in qualche modo e avrebbero tentato di farlo passare, ma, oltre a quello, non avrebbero potuto fare molto.

Muovendosi agilmente tra un appiglio e l'altro, Gabriel si diresse verso i tre che ancora dovevano attraversare.

Era già arrivato a metà del pericoloso passaggio, quando la terra iniziò a tremargli sotto i piedi. Un terremoto fece vibrare la roccia su cui era attaccato.

Ebbe un attimo di incertezza e si bloccò, appoggiandosi alla parete in attesa che passasse.

Come gli altri rimase incantato a fissare uno spettacolo che mai avrebbe pensato di vedere in vita sua.

In lontananza il vulcano prese vita.

Anche a quella distanza parve sussultare e dal cono in eruzione sputò fuori una massa indescrivibile di lava che ricadde tutto attorno schiantando ogni cosa vi si trovasse sotto.

Benché si trovassero a molti chilometri di distanza, videro chiaramente il rosseggiare incandescente della roccia fusa spargersi nella radura e spegnersi un poco alla volta, man mano che si raffreddava.

Alti sbuffi di cenere e fango si sollevarono al contatto con la lava bollente prima di ricadere in terra, mischiandosi e solidificandosi in un'unica amalgama mortale, sotto la quale il corpo di Gioturna sarebbe scomparso per sempre.

Il cielo divenne rosso di fuoco e magma.

Il tremore, invece di interrompersi, proseguì più forte di prima e il Tumbà rimase dov'era, intrappolato tra un appiglio e l'altro, aggrappato alla corda tesa tra due chiodi. Non poteva andare né avanti , né indietro.

In alto si sentì un muggito scivolare verso il basso e prima che chiunque potesse fare qualcosa, una massa di neve, pietre e ghiaccio, travolse Gabriel trascinandolo via con sé.

Mirta, Baliji e il Setmin, essendo più lontani, si strinsero contro la parete.

Furono spinti indietro dallo spostamento dell'aria e dalla furia della valanga, ma fecero in tempo a vedere la corda a cui era legato Gabriel tendersi fino a strapparsi.

Il giovane scomparve senza un grido, sepolto sotto un alto cumulo di neve che si ammucchiò in fondo al precipizio dove già si trovavano i cadaveri dei due giovani caduti nel medesimo punto pochi giorni prima.

In breve la slavina coprì il corpo di Gabriel, la tomba di Balàn e Arturo e dei tre giovani non rimase traccia.

La valanga proseguì per un lungo momento, continuamente alimentata dal terremoto che non smetteva di scuotere la terra.

Quando infine la montagna smise di tremare, ancora inebetiti e increduli, il Setmin e i due ragazzi guardarono verso Thorball e lo videro rialzarsi da terra, mezzo sepolto dalla neve.

Era stordito e smarrito, ma salvo.

La spada, ancora saldamente piantata in terra, portava un lembo penzolante della corda di capelli tranciata dalla valanga e ormai inutile.

Era tutto quello che rimaneva di quel coraggioso ragazzo che, invece di pensare a salvarsi, aveva accettato di tornare indietro per aiutarli.

Il Varego non l'avrebbe mai più sciolta, in memoria di quel giorno.

Ma sopratutto, incapaci di credere a quello che vedevano, i quattro fuggiaschi videro che la valanga aveva riempito il vuoto tra i due tronconi del sentiero, addossandosi alla parete di roccia quanto bastava per permettere di camminarci sopra.

La Fortuna quel mattino aveva deciso di volare su quelle montagne e il primo a rendersene conto fu Thorball.

Incurante del pericolo di provocare altre valanghe gridò agli altri di fare in fretta, di passare senza perdere tempo.

"Venite, presto!" urlò a tutti e tre tendendogli una mano.

Ranuncolo sulle prime parve dubitare, poi rivolse gli occhi al cielo e con un colpo deciso strattonò Baliji verso la valanga. Con un balzo lo portò con sé.

Mirta li seguì senza perdere tempo e in breve si trovarono a calpestare neve, ghiaccio e pietre, senza domandarsi se li avrebbe sorretti o se avrebbero potuto scivolare in fondo al baratro da un momento all'altro come Gabriel.

Corsero a perdifiato e superarono con pochi balzi quello che fino a pochi attimi prima sembrava impossibile.

Quando furono dall'altra parte, si fermarono ansimanti e increduli per avercela fatta. Ranuncolo fissò ancora per un momento verso l'alto, verso il suo Dio, chiedendosi se il prezzo da pagare non fosse stato troppo alto, per scalare quelle montagne.

Gabriel, un'altra vittima innocente era caduta davanti ai loro occhi e ora avrebbero dovuto dirlo a Radice.

Anche gli altri ebbero solo il tempo di rivolgere un pensiero al giovane che si era sacrificato per la loro salvezza, prima di andarsene.

Purtroppo era successo quello che i Tumbà sapevano da sempre.

Per qualunque cosa c'era un prezzo da pagare e il Fato era di bocca buona: non guardava a chi toccava, prendeva il dovuto e lo trascinava via con sé incurante di chi restava a soffrire.

Chiunque, in qualunque momento, poteva avere una sorte simile.

Inutile farsi illusioni.

Se chiedi, potresti essere accontentato, diceva un loro detto e tutti loro avevano chiesto qualcosa, quel giorno.

Dopodiché, rinfrancati dall'inaspettata sorte favorevole, ripreso fiato e coraggio, proseguirono rapidi, senza perder altro tempo.

La Fortuna non doveva essere sfidata troppo a lungo.

Mentre Thorball ricuperava la spada e le sacche contenenti le ossa, gli altri si incamminarono.

Mirta davanti a Baliji e Ranuncolo dietro, a spingerlo nei passaggi più ardui.

Dopo non molto sentirono lo sbuffare ansimante dell'altro Varego raggiungerli e insieme fecero il tratto che mancava per il ponte. Il terremoto aveva smosso tutto il fianco della montagna e in ogni punto del sentiero erano cadute neve e rocce a impedire il passaggio, ma nulla poté fermare gli ultimi fuggitivi.

Temevano che fosse successo qualcosa al ponte e con esso fosse caduta anche la loro ultima speranza, invece quando arrivarono in cima al sentiero e sbucarono nello spiazzo ormai quasi vuoto, videro che ancora il ponte esisteva e ad attenderli c'erano Neko, una decina di Yaonai e alcuni Giganti dell'Alleanza rimasti da questa parte.

Al vederli arrivare, lo sguardo del vecchio Varego s'illuminò.

Anche lì il terremoto aveva provocato dei danni.

Neve e rocce erano rotolate fin quasi sul bordo del fiume; in alcuni punti piccole slavine erano scivolate nel Sardon, subito portate via dalla furia delle acque, ma tutto era passato senza arrecare danni irreparabili a quello che più importava.

Il fragile ponte aveva resistito e li attendeva indenne.

Sopra a esso, tenendosi ben saldi alle corde, due Tumbà attraversavano lenti, mentre tutti gli altri erano dall'altra parte e già scendevano a valle.

Alcuni lo riconobbero e vedendolo finalmente giungere al passaggio, lo salutarono a distanza.

Baliji gettò un'occhiata meravigliata a quello che Neko, i Tumbà e le Yaonai avevano saputo fare unendo le forze.

Era la prima volta in vita sua che vedeva un ponte simile e sull'altra sponda vide Radice e Faggiola. Lo salutavano entrambi.

Era felice di rivederli, dalla contentezza si scordò perfino del dolore alle mani. Le sollevò per salutarli.

"Siete qui!" esclamò Neko andandogli incontro.

La speranza, anche in lui ormai quasi svanita, si riaccese.

Man mano che li vide sbucare dal sentiero li contò e soltanto quando si rese conto che ne mancava uno, la sua felicità venne rabbuiata.

Andò ad abbracciarli tutti, uno per uno, lasciando per ultimo il suo pupillo.

"Gabriel, è caduto" gli disse subito Baliji, ma lui gli fece cenno di attendere, avrebbero parlato più tardi, ora dovevano attraversare.

"Andate! Andate!" urlò quasi, per farsi sentire sopra il frastuono delle acque.

Non c'era tempo da perdere.

Lo spinse avanti.

Subito, adesso, senza perdere altro tempo dovevano passare dall'altra parte, perché il terremoto aveva smosso la neve caduta nella notte e i canaloni sopra di loro ne erano pieni. Glieli mostrò.

Baliji e Thorball guardarono in alto e videro che quattro strette gole scendevano ripide verso il corso del fiume, confluendo in un unico punto, quasi a ridosso del ponte.

Sarebbe bastata un'altra scossa di terremoto e avrebbero scaricato a valle tutta la neve che si era accumulata nella notte.

Neko fece cenno alle Yaonai di passare per prime.

Rapide e agili le donne della foresta si infilarono una alla volta sul ponte e quando anche l'ultima di esse fu accolta sull'altra sponda da Faggiola, al suo cenno si incamminò Mirta.

Quando anche lei mise il piede sulla roccia solida dell'altra sponda, fu la volta di Ranuncolo a passare e quando anche il Setmin fu accolto dall'abbraccio di Radice, toccò a Thorball.

Il piccolo Varego era pesante, vestito di ferro portava sacche e armi che l'appesantivano ancor di più, eppure non volle posare neppure una delle cose che portava.

Nel momento che vi salì, il ponte si tese, le corde di capelli si allungarono e scricchiolarono, qualora arrivò a metà si arcuarono pericolosamente in basso, però ressero.

Quando anche lui toccò l'altra sponda, festeggiato dagli altri si voltò indietro e fece cenno agli ultimi due di venire.

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