15a) A NUOVA VITA
Erano in Sostnù, una variante più elegante e raffinata del Tumbà che aveva usato all'inizio. Se lo era ricordato in una delle lunghe pause silenziose, durante le quali passava al setaccio le poche cose che ancora rammentava per cercare di ricordarne altre. Ogni tanto dalla nebbia emergeva una parola, un concetto. Erano come sprazzi di sole in una giornata nuvolosa, niente più. Poi tutto tornava a essere confuso.
Comunque quelle voci stuzzicarono la sua curiosità. In alcune occasioni provò a sbirciare fuori della porta, specialmente quando sentì rumori più forti e vicini, solo che tutto quello che riuscì a vedere si ridusse a una specie di balconata fatta in legno, ampia non più di due o tre passi e sormontata da una balaustra di pali e rami intrecciati fitti fitti. Non era molto alta, ma nelle sue condizioni era come fosse un muro altissimo. Provava il forte desiderio di scendere dal letto per andare a guardare con i suoi occhi dove si trovava. L'avrebbe senz'altro fatto se solo avesse pensato di potercela fare con le sue forze, ma questo era decisamente aldilà delle sue possibilità. Era senza resistenza, a malapena riusciva a voltarsi nel letto per cambiare posizione, prima di rimanere bloccato dalla fatica. Era frustrante non potersi muovere, eppure la voglia di guarire era forte e faceva di tutto per riuscirci.
Anche se se ne vergognava, dipendeva da Radice in tutto e per tutto.
Il ragazzo lo imboccava, lo lavava, lo puliva e accudiva a tutti i suoi bisogni con una dedizione completa, senza mai lamentarsi, anche davanti alle situazioni più imbarazzanti. Lui se ne vergognava tantissimo, gli chiedeva di scusarlo, invece l'altro rimetteva tutto a posto, cambiava lenzuola e coperte e continuava come se nulla fosse stato.
Per riabituarlo al cibo, il giovane aveva sostituito gli alimenti solidi del primo giorno con pappette liquide e brodose facili da digerire. Lo faceva bere molto, acqua specialmente, altre volte decotti d' erbe profumati e tiepidi.
Ogni giorno l'ammalato beveva anche un intruglio denso e amarissimo che il giovane Radice gli portava puntualmente prima di ogni pasto, ma, malgrado questo e le attenzioni che quelle gente gli dimostrava, il suo organismo, come la sua memoria, faticava a reagire.
Alle volte si stupiva di come oggetti e cose gli fossero famigliari; ricordava nomi e volti dei due ragazzi, eppure qualunque cosa fosse avvenuto prima di quel momento, pareva cancellato dalla sua testa.
Ormai ci stava facendo l'abitudine, si stava creando una nuova memoria incamerando quel poco che quella stanza e quella situazione gli concedevano, cercando di non pensare al resto, anche se non era semplice. Ma c'era una cosa che lo faceva soffrire: il nome. Era quello che lo tormentava di continuo. Tutte le volte che ci pensava si sentiva vuoto, inutile per sé e per gli altri. Più i giorni passavano e più ne sentiva la mancanza. Il resto era di secondaria importanza, quello no. Eppure, per quanto passasse ore e ore a cercare di ricordarselo, niente emergeva dalla nebbia.
Per cercare di compensare, prese a far domande a Radice. Voleva sapere dove si trovava, chi erano loro, perché si tingevano i capelli in quel modo, come mai non c'era un fuoco acceso eppure non faceva mai freddo, e tante cose ancora che la curiosità gli facevano venire in mente, ma ottenne solo risposte evasive.
Nemmeno in quel modo, però riuscì ad allontanarsi dal suo problema. Nella sua mente c'era un rifiuto completo. Il fiume, poi la nebbia. Anche di quello aveva ricordi talmente frammentati e spiacevoli, che riusciva a sopportarli per pochi attimi prima di doverli abbandonare, rifugiandosi il più delle volte nella figura amica di Flot, inginocchiato davanti a lui nel tentativo di togliergli il pugnale di mano. Ma era veramente lui, oppure era la sua fantasia ad averlo convinto che lo fosse? Non era più sicuro di nulla, dopo che aveva tentato il suicidio.
L'insicurezza lo portava a domandarsi il perché avesse tentato una cosa tanto ignobile verso di sé e a ricordarsi che al momento i suoi rapporti con Flot erano alquanto slacciati e tesi. Imbarazzati, sarebbe stato meglio dire.
Quindi tornava a rendersi conto che l'unica altra persona di cui possedeva memoria era l'altro giovane, quel Radice silente che non lo lasciava mai.
Di qui al ritornare al punto di partenza ci voleva poco.
Ridomandarsi quale era il suo nome e ricominciare da capo.
Qualunque cosa facesse, finiva per tornare al problema che lo tormentava. Non potendo fare altro le giornate diventarono eterne, seguite da eterne notti passate per lo più insonni a fissare l'oscurità oltre alla porta, in attesa di veder comparire i primi chiarori dall'alba. Fu un periodo devastante, in cui anche la compagnia di Radice gli venne a noia. Voleva parlare, sapere qualcosa e con lui era impossibile. La sua reticenza verso la parola aveva dell'irritante, eppure doveva accettarla di buon grado. Non poteva fare altrimenti.
L'unica sua consolazione era diventato il cibo, che in un modo o nell'altro interrompeva le giornate e gli lasciava la speranza di riprendere poco alla volta le forze. Ogni giorno si imponeva di mangiare un boccone in più del giorno prima, passando minuti interi a masticare e a rigurgitare più volte prima di ingoiare il cibo. Per quanto fosse disgustoso, beveva fino all'ultima goccia l'intruglio denso e amarissimo che Radice gli portava, ma pur di scendere da quel letto avrebbe fatto qualunque cosa. E tutto senza che la pazienza del giovane venisse mai incrinata da un solo gesto di insofferenza verso di lui.
Anche se Aldaberon non se ne rese conto appieno, la calma di quel giovane fu la miglior medicina per il suo malessere.
Passarono così giorni che dall'alba al tramonto avevano in comune la noia, in cui nulla o quasi cambiò. Il suo corpo riprese peso lentamente e le forze faticarono a ritornare. Un giorno, esasperato dalla noia approfittò di una delle rare e fugaci visite di Flot per fermarlo prima che se ne andasse. Erano giorni che aspettava quel momento.
"Flot" gli disse rapido" Desidero sapere dove mi trovo".
Non sapeva come avrebbe reagito. Dal primo giorno in cui si era venuta a creare quella situazione imbarazzante sui nomi, i due non avevano più avuto modo di parlare insieme se non per brevi attimi. Tra loro si era venuta a creare una tensione palpabile che lo faceva sentire a disagio.
Invece il giovane parve contento.
Si fermò, si voltò a guardarlo e gli sorrise.
"Abbi ancora un po' di pazienza, forestiero. Tra pochi giorni saprai" gli disse, dopodiché se ne andò lasciandolo ancora nella silenziosa compagnia del giovane Radice.
Non comprendeva per quale motivo dovesse attendere per sapere una cosa come quella, però quella gente gli aveva salvato la vita e lo doveva accettare, se non altro per riconoscenza nei loro confronti. In fondo, si disse, non poteva andare da nessuna parte. Era talmente debole che anche un bambino avrebbe potuto stenderlo con un solo gesto. Non rimanendogli che attendere, riprese le sue abitudini quotidiane, facendo il possibile per prolungarle sempre di più.
Dalla nebbia che avvolgeva la sua mente, nulla pareva uscire quando lo desiderava, quindi accettava questo legame, l'unico per ora disponibile. Se prima o poi la sua vita precedente fosse ritornata l'avrebbe accolta come un dono, altrimenti si sarebbe accontentato di quello che aveva. Non era molto, se ne rendeva conto, però era ancora vivo. Se non altro poteva ricominciare da capo; da quel giorno nella foresta e dal fiume.
Se non possedeva più un passato, poteva avere almeno un futuro in cui costruirsi una nuova vita.
Il solo pensarlo già lo confortò. Giorno per giorno questa sensazione lo accompagnò sempre di più, radicandosi in lui poco alla volta e iniziando a gettare le basi per quella che sarebbe divenuta la sua nuova esistenza. Tutto quanto sembrava prendere una piega favorevole, se solo non avesse avuto quel cruccio che smorzava il suo morale: il nome.
Il fatto di non conoscerlo sminuiva la sua contentezza rendendola imperfetta, incompleta. Ma il Fato, a sua insaputa, lavorava.
Difatti, pochi giorni dopo, ricevette una visita.
Un mattino Flot arrivò nella stanza del malato.
Era sorridente e soddisfatto, tanto che appena entrato si rivolse direttamente a lui dicendogli:
"Allegro, forestiero. Tra poco incontrerai una persona importante".
Il Varego, preso alla sprovvista non seppe cosa rispondere. Vide Flot e Radice andare verso la porta, ambedue posarono un ginocchio a terra. Poco dopo vide una figura apparire nel riquadro della porta e i due giovani prostrarsi devotamente.
Era una donna anziana, col volto ricoperto da una ragnatela di rughe fini e sottili che non smantellavano una bellezza passata. Anche lei, come i due giovani, doveva aver avuto lineamenti dolci e delicati. A differenza dei due uomini non aveva la lunga chioma colorata di giallo, ma era molto più lunga e bianca dalle radici dei capelli alle punte. Come loro la portava arrotolata attorno alla vita più volte, usandola come fascia per trattenere il vestito più strano che Aldaberon potesse immaginare.
La vecchia signora indossava un abito di foglie e ramoscelli intrecciati con tanta perizia e delicatezza, da risultare morbido e resistente al tempo stesso. Quando camminava le foglie frusciavano come un cespuglio scosso dal vento. Anche il profumo che spandeva attorno a sé era quello di un cespuglio appena tagliato.
In testa poi, posata morbidamente sui capelli candidi, portava una corona, un sottile ramoscello di foglie verde pallido ornato da bacche trasparenti. Le bacche scintillavano alla luce, parevano d'oro. Era una corona semplice, un semplice ramo di vischio intrecciato. Però le dava una regalità che completava lo sguardo fiero e sereno degli occhi.
Appena la vide Aldaberon provò una stretta al petto e un brivido gli corse lungo la schiena. Sebbene fosse certo di non averla mai vista, qualcosa dentro di lui l'aveva riconosciuta e ne aveva avuto terrore nonostante l'aspetto tranquillo e pacifico. La donna parve accorgersene e gli sorrise.
In quel sorriso non vi era nulla di ostile, eppure nel Varego aumentò ancor di più il disagio. All'improvviso, arrivato da chissà dove, un nome gli echeggiò nella mente chiaro e distinto, come se fosse sempre stato lì a sua insaputa:
"La Grande Madre".
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro