14b) FLOT E RADICE
Finalmente era arrivato a casa, in esso lasciò che le ultime briciole di rabbia si diluissero assieme a quell'acqua dura, aspra e salata, ma così ampia da contenerla tutto.
Quando sentì su di sé quel contatto diverso, si ricompose molecola a molecola, fibra a fibra, muscolo a muscolo, ergendosi alla fine dalle acque levando le braccia al cielo. Io, finalmente uomo!
Rimase così a lungo, lasciando che l'acqua gli scorresse tra le gambe nuovamente forti e solide, unendosi a quell'altra acqua che ancora non lo conosceva. Ormai era arrivato. Dove non lo sapeva, però non era più quello di prima e provava un forte desiderio di risentire il caldo del sole sulla pelle, su tutto quanto il corpo.
Tenendo le braccia levate si incamminò a passi lenti verso la riva e risalì la corrente per un po' prima di uscirne, lasciando che portasse con sé tutti i ricordi e le ansie che l'avevano agitato, perseguitato, deluso.
Quella era la vecchia strada e non la riconosceva più. La lasciava alle sue spalle, definitivamente.
Man mano che si allontanò dalla corrente che lui stesso aveva creato nella piana, sentì di respirare meglio, con maggiore vigore e voglia di vivere.
Anche l'ardore che per giorni e giorni lo consumò lentamente parve sparire, smarrito nella melma assieme a tutto il resto. Comunque, quando pose piede sulla spiaggia calda e assolata, sentì di essere finalmente libero. Cadde in terra e si assopì. Dormì a lungo, di un sonno pesante e profondo senza sogni, ristoratore come da tempo non ricordava eguali. Alla fine si risvegliò, perché sentiva che era l'ora di farlo.
Aprì gli occhi e vide che non si trovava in riva a un mare, ma dentro a una stanza. Era in un letto: lenzuola e coperte pulite e profumate lo ricoprivano quasi del tutto. Era confuso, la testa gli girava.
Riconobbe la porta da dove entrava la luce, le pareti, il giaciglio visti nel delirio, ma in fondo a esso non c'era nessuno seduto a fissarlo. Riconobbe i rumori sommessi, dietro di lui. Fece per muoversi e subito delle mani lo presero per le spalle. Le riconobbe, erano quelle che l'avevano seguito passo passo per tutto quel tempo, le medesime che lo avevano curato e tenuto fermo nel delirio.
Prima ancora di voltarsi, domandò:
"Chi sei?".
Ma la risposta non gli giunse da dietro, da dove si aspettava che arrivasse, bensì di fronte, da quella porta che permetteva l'ingresso della luce.
"Sembra che tu non sappia domandare altro, straniero" gli disse una fresca voce di uomo. Qualcuno si era affacciato nella stanza appena l'aveva sentito parlare, solo che non riusciva a riconoscerne i lineamenti. La luce li confondeva in un unico alone scuro.
"Ti conosco?" domandò allora, stendendosi docile come volevano quelle mani che non l'avevano mai lasciato. Con un colpo d'occhio vide che erano mani di uomo, con la pelle liscia e le dita delicate, però indiscutibilmente grosse e forti. Voltando appena la testa vide che dietro al suo giaciglio vi era un giovane con i capelli colorati di un giallo brillante, raccolti in una lunga coda che portava avvolta alla vita. Anche quel volto liscio e bello gli ricordava qualcosa, ma cosa?
Un sorriso gentile gli diceva che non era in pericolo. Preferì lasciarsi andare e non resistere.
Ora lo sconosciuto era molto più vicino, però ancora non ne vedeva il volto.
"Non credo" gli disse.
Fece il possibile per metterli a fuoco, si sforzò di concentrarsi su quegli uomini. Entrambi indossavano abiti bianchi, tunica e pantaloni lunghi e comodi, intessuti finemente.
"Comunque" continuò a dirgli "Vedo che ora stai meglio, forestiero. Ne sono felice, pensavamo che non ti riprendessi ". Nella sua voce c'era preoccupazione. Sembrava sincero.
"Sono... è molto tempo che mi trovo qui?" domandò infine Aldaberon.
"Domani sarà una luna" gli disse lo sconosciuto spostandosi alla luce. Riconobbe in lui gli stessi lineamenti fini del giovane che lo accudiva, solo un po' più attempato.
"Ma io... tu... Ora mi... ricordo di te. Là, nella foresta... mi hai salvato la vita... credo".
Tutta la sua memoria era offuscata, vaga, incerta. Un velo di nebbia l'avvolgeva.
"Un mese... quasi un mese fa, dici?" proseguì.
Vagamente vedeva un grande fiume e se stesso con un pugnale insanguinato in mano. Poi un volto e mani che con caparbietà gli strappavano il metallo dalle carni.
Lunghi capelli e un volto dolce come quelli che aveva di fronte ora. Erano quelli di quell'uomo?
Non lo sapeva, perché la nebbia avvolse anche quel poco che ricordava.
Non restò nulla, se non la confusione e la paura.
"Chi sono, io?" urlò, tentando di mettersi seduto, ma le mani del giovane alle sue spalle lo riportarono giù. Con forza e decisione lo tennero schiacciato al giaciglio. Questo lo convinse a calmarsi un poco.
"Davvero non lo sai?" gli domandò il più grande, avvicinandosi per aiutare a tenere fermo l'infermo "Speravamo fossi tu a dirci chi eri ".
"Io... io... " farfugliò smarrito"Io sono... io... sono... " scandagliò con quanta rapidità poté la memoria, però non trovò nulla. Nemmeno il suo nome.
Tutto quanto era svanito. Dal suo passato rimaneva soltanto nebbia. Il suo smarrimento aumentò quando si rese conto che non doveva succedere.
Non sapeva perché, però senza un nome un uomo non era niente e lui, il suo, non sapeva trovarlo.
"Non lo so! Non lo so! Non ho un nome, non me lo ricordo!". Si agitò talmente nel suo giaciglio che obbligò nuovamente i due ad agguantarlo saldamente alle braccia e alle gambe per fermarlo.
"Va bene" disse allora il più vecchio, dopo aver bisbigliato qualcosa all'altro. Il giovane si allontanò silenziosamente dalla stanza per ritornarci poco dopo con una tazza di legno. Dentro c'era un liquido denso e scuro.
Delicatamente il giovane gli avvicinò la tazza alla bocca, sorreggendogli la testa.
"Va bene" ripeté "Non fa nulla, ce lo dirai domani. Ora bevi, ti farà dormire".
Dormire? Pensò lui. Ancora dormire dopo quasi un mese passato senza che me ne rendessi conto? Dormire ora che aveva scoperto di non ricordarsi nulla? No, non poteva dormire, non poteva, doveva ricordarsi chi era.
Doveva! Era importante, forse più della vita stessa.
Cercò di farglielo capire. Farfugliò qualcosa mentre gli facevano scorrere a forza il liquido amaro e rivoltante nella gola, ma aldilà di qualche gorgoglio non riuscì a dire nulla. Qualunque cosa gli avessero dato da bere, era efficace. In breve, per quanto seguitasse a opporsi al torpore, sentì le forze svanirgli.
Un calore morbido e diffuso penetrò prima nel corpo e poi nella mente, portando una pace e una calma alla quale non resistette a lungo. In pochi attimi le tensioni e le paure svanirono. Smise di opporre resistenza e si abbandonò a quel tepore nuovo e sconosciuto, assaporando la leggerezza che aveva portato con sé. Le palpebre scivolarono, gli occhi si chiusero.
La mente, finalmente svuotata da dubbi, cedette a quel possente richiamo alla calma.
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