14a) ACQUA
Un'altra volta per dimenticare tutto, per ritrovare il vero Aldaberon che l'aspettava. Per essere finalmente qualcosa d'altro. Nell'attimo che apprese questo, apprezzò la stretta di quelle mani che lo tiravano in alto, stringendole con tutta la forza che gli restava in corpo perché lo portassero lontano, ovunque, ma al di fuori del pozzo.
Le seguì. Le seguì inerte, incapace di far altro che tenersi aggrappato a esse, sentendosi portare verso un luogo poco alla volta meno nero, meno scuro: un liquido caldo che lo avvolgeva, lo spingeva e lo premeva ovunque, entrandogli nel naso e nella bocca soffocandolo di calda vita.
Aria, aveva bisogno di aria. I polmoni gli bruciavano, gli scoppiavano dalla voglia ardente di una boccata d'ossigeno, però, per quanto le mani lo trainassero e il liquido lo spingesse, non vedeva la fine di quella corsa.
Solo un debole chiarore gli disse dove arrivare, sebbene sembrasse ancora lontano, troppo lontano perché i suoi polmoni potessero farcela. Poi a un tratto si sentì trascinare da una forza immensa, il chiarore diventò un cerchio di luce in mezzo allo scuro e dopo un istante si sentì proiettare nell'aria.
Era fresca, quasi fredda. La lasciò entrare in sé, violenta come un urlo, per spegnere il fuoco che si consumava nei suoi polmoni. In quello stesso istante aprì gli occhi e sentì se stesso urlare su di un giaciglio. Ansimava e sentiva un caldo tremendo, un ardore che lo consumava dall'interno bruciando in ogni dove. Si guardò attorno, ma non capì dove si trovava.
Prima che due mani lo prendessero per le spalle spingendolo indietro, gli parve di vedere una porta da cui entrava luce, delle pareti tutto attorno e una persona seduta in fondo al suo letto. La sua figura era confusa, un alone scuro stagliato contro il chiaro della porta. La sentì ostile, al contrario delle mani che ora gli bagnavano la fronte con un panno umido. A quelle era riconoscente, eppure era quell'indistinta forma umana che scorgeva ad attrarlo. Avrebbe voluto chiederle chi fosse, ma le forze gli mancarono di colpo e tutto ritornò nero per la seconda volta.
Nei giorni che seguirono si svegliò e ricadde più volte nell'oblio del pozzo nero che ancora lo chiamava a sé. Visse quel tempo sospeso tra l'incoscienza e la consapevolezza, ma ogni volta che credeva di essere arrivato, ecco che il buio lo riconduceva nell'oblio. Nei rari momenti di lucidità avvertiva dei movimenti accanto a sé e mani, onnipresenti mani che lo tenevano steso. Un paio di volte tentò anche di domandare dove fosse e chi l'avesse portato fino a lì, ma quelle che a lui parvero parole, non furono che deboli lamenti persi tra un gemito e l'altro.
La febbre lo consumava lentamente, ardendo in ogni fibra, in ogni muscolo. Il più piccolo movimento era estenuante. Ogni desiderio di riprendersi lo fiaccava nella volontà ormai stremata e senza consistenza.
Nei brevi momenti in cui risorgeva si sentiva arido come sabbia. Alle volte, prima di ricadere nel torpore della febbre, per un attimo rivedeva l'immagine confusa seduta in fondo al giaciglio.
Nemmeno capiva se era reale o solamente frutto della sua immaginazione.
Era qualcosa di indefinibilmente attraente e pericoloso, ma al quale non poteva sottrarsi in alcun modo. Non aveva idea di chi potesse essere quella figura e del perché gli desse quelle sensazioni. Non era più certo di nulla, tutto gli era caduto addosso e lo comprimeva verso il basso, in quella febbre che lentamente lo consumava.
Ora meno che mai si sentiva padrone del suo corpo e del suo destino. Ora meno che mai sentiva di poter arrivare altrove che non in quel giaciglio che l'accoglieva. Solo l'oblio lo faceva sentire leggero, finalmente libero da quell'indefinibile sensazione di impotenza. Poi, quando meno se l'aspettava, nella sua mente ricomparivano luoghi e volti sconosciuti a riportarlo indietro: era lui, quel Aldaberon che lo voleva fermare a tutti i costi.
Per quanto non avesse rivisto né lui e nemmeno l'unico, vero Aldaberon, sapeva che c'erano, li sentiva strisciare dentro di sé come serpenti nell'ombra. Non c'erano mai veri momenti di pausa nel suo sentirsi prigioniero dei loro desideri.
Poco alla volta nel suo inconscio si creò una rabbia sorda, una voglia di ribellarsi a tutto quello che l'immobilizzava. Si concentrò sul suo corpo, visualizzando una parte di esso da far muovere.
All'inizio fu solamente un muscolo contratto con tutta la forza che gli rimaneva, però era qualcosa, un qualcosa da cui partire per ribellarsi alla rete che l'avvolgeva soffocandolo.
Al primo, tremendo sforzo, seguì una giornata intera di spossatezza, ma seguirono altri movimenti nei giorni seguenti. Ognuno di essi gli parvero come piccole gocce d'acqua sfuggite dalla diga che le tratteneva. Con ognuna di loro sentì di condividere la libertà conquistata: libertà di scorrere verso la propria strada.
Senza rendersene conto lasciò che la rabbia gonfiasse, trasformandosi da umile goccia a rivolo, da rivolo in torrente, da torrente in cascata, seguendo il corso che l'acqua avrebbe scelto attraverso pietre, rami, alberi o qualsiasi cosa tentasse di impedirgli il passaggio. Come l'acqua scelse il percorso che costava meno fatica. Si lasciò andare, scivolando senza pensare.
Senza ragionare l'acqua sa quale strada seguire per non farsi fermare, rallentando appena davanti a uno scoglio giusto il tempo per gonfiarsi, oltrepassarne il bordo e andarsene.
E così faceva lui. Senza saperlo fino in fondo, senza rendersene pienamente conto, nel suo animo più segreto Aldaberon riprendeva poco a poco forza e coraggio lasciando che ricordi, sentimenti e sensazioni scorressero su di lui come acqua e in essa si sciogliessero.
Poco alla volta si accorse che quello che emergeva era tutto il putridume, il marcio, lo squallore che l'aveva attorniato per così tanto tempo senza che se ne rendesse conto. Poco per volta tutto quello che per lui aveva avuto un significato si scolorì per effetto dell'acqua e divenne chiaro e limpido. Ne rimase solo l'essenza, triste e squallida come poteva essere la verità.
Per quanto facesse male ammetterlo, era stato una vittima, solamente una vittima concepita, nata, cresciuta e istruita verso il sacrificio. Tutto il resto era niente. L'avevano usato, esattamente come uno straccio prima di gettarlo.
Lui, Aldaberon, pur nella febbre e nell'incoscienza, questo non ebbe più voglia di accettarlo e sopportarlo.
La cascata della sua rabbia gonfiò ancora alimentata da queste verità e divenne fiume scavandosi un percorso tra pareti rocciose erte e irte, dapprima spumoso e violento come la sua delusione, poi feroce e distruttivo come la sua ira.
La sua rabbia gonfiò fino a che non giunse in una piana tranquilla e placida, dove lo portò il suo slancio distruttivo. E lui lo fece. Travolse tutto quello che gli aveva impedito di muoversi liberamente fino a quel momento, senza curarsi se qualcosa restava a galla oppure affondava assieme al suo disgusto.
Non gli importava. Voleva andare. Aveva finalmente rotto gli argini in cui era rimasto costretto per tanto tempo e per la prima volta si sentiva libero di correre lasciandosi andare. Tutto il resto, tutto quello che poteva incontrare nel suo cammino verso il mare, se anche solo tentava di fermarlo ne rimaneva sepolto e lasciato indietro. Fermarsi per vedere quello che provocava il suo passaggio non lo interessava.
Nel tormento della sua incoscienza si rese conto che nessuno ebbe scrupoli verso di lui. Verso quel bambino chiamato Aldaberon, allevato come capro sacrificale, nessuno provò pietà. Qualcuno si fermò mai a domandargli quello che desiderava per sé? No! Certo, all'apparenza erano stati tutti gentili e affettuosi con lui. Mai nessuno avrebbe ammesso di farlo per vigliaccheria, nessuno mai avrebbe ammesso di averlo usato, ma era necessario che qualcuno arrivasse ad ammettere quello che oramai era chiaro?
Non era sufficiente guardarsi attorno con occhi finalmente chiari per vedere quanta ipocrisia e meschinità l' aveva attorniato?
Forse prima non poteva o non voleva farlo fino in fondo.
Nemmeno nel pozzo nero ebbe il coraggio di dirsi che anche Aldaberon, l'unico, il primo, il vero, approfittava della sua vita per fargli fare qualcosa che non gli apparteneva.
Anche sua madre e suo padre, loro pure non ebbero il coraggio di ribellarsi a tutto questo portandolo lontano. Con dolore immenso dovette ammettere anche questo, purtroppo.
Vandea! Anche lei e il suo amore l'avevano tradito! Nel segreto del suo cuore aveva sperato, desiderato, che quella donna rompesse con il passato per stare con lui, invece all'ultimo se ne andò, lasciando che affogasse nella melma.
Nemmeno questo poteva salvare nel suo impeto, nella sua corsa verso il mare.
Mare lontano, mare sconosciuto, salato, ma finalmente mare, finalmente lui e non altro. Per arrivarci doveva liberarsi di tutta la zavorra che lo aveva prima fermato e poi rallentato fino a quando non aveva trovato il coraggio di lasciarsela alle spalle.
Non poteva trascinarsela ancora addosso, altrimenti sarebbe annegato nella melma che lui stesso provocava nel suo passaggio nella piana: se aveva deciso di andare doveva farlo fino in fondo, fermarsi adesso avrebbe significato morire nel proprio tentativo, travolto dal proprio slancio.
Quello slancio rivitalizzante era troppo bello, troppo vivo e pieno perché desiderasse perderlo per strada.
Allora che fosse tutto il resto ad annaspare, ad andare a fondo se non aveva la forza di rimanere a galla con le sue sole forze. L'ipocrisia e la paura l'avevano affondato senza pietà, ora toccava a loro sentirsi perse.
Allora Aldaberon andava, andava, andava. Cavalcava e seguiva l'onda di piena che lui stesso provocava nella pianura sentendosi sempre più leggero, spandendo dietro e a fianco di sé la rabbia che gli aveva permesso di arrivare fino a lì.
Man mano che avanzò sentì placarsi l'ira e per ultimo gettò nella melma anche quel nome che portava senza averne desiderio. Lui non era Aldaberon, non lo era mai stato. Meglio senza!
Liberatosi anche di quell'ultimo legame, come fiume che rientra nel suo alveo diventa tranquillo e placido, anche lui trovò il contatto con quell'altra acqua a cui voleva arrivare. Il mare.
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