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12a) CROLLO

Tornarono sui loro passi per quasi tutto il tempo e solo nel tardo pomeriggio presero una direzione che pareva scendere verso Sud, contornando da lontano tutta la zona paludosa. La zona invasa dai giganti fradici era molto estesa. La donna cambiava direzione spesso, sempre alla ricerca di qualche segno che solo lei sapeva vedere.

Per quanto lui le chiedesse, lei mai gli rispose. Proseguiva per la sua strada, senza mai distrarsi.

 A un certo punto del cammino prese a fermarsi accanto al tronco di un albero per osservarlo attentamente. Alle volte passava minuti interi a toccarlo, accarezzando e annusando la ruvida corteccia  prima di saggiarne la consistenza con le nocche.

Le prime volte Aldaberon restò a guardarla, incuriosito da quei gesti. Attese pazientemente che lei terminasse senza disturbarla, ma in seguito le soste aumentarono e la sua pazienza venne meno. Avanzavano troppo lentamente. Facevano pochi passi e si fermavano. Pochi passi ancora ed erano nuovamente fermi. A ogni domanda che lui le rivolgeva, lei non dava risposta. Seguitava a fare quello che voleva senza considerarlo.

Quando poi finalmente parve dirigersi verso sud, fatti pochi passi, lei gli rivolse la parola. Era dalla mattina che non lo faceva.

"Tu ora ti fermi qua e mi aspetti!" gli disse senza preamboli "Stai accanto a quell'albero e non ti muovere per nessun motivo. Io tornerò presto".

Lui era contrariato e stanco di perdere tempo in quel modo. Fosse stato per lui sarebbe andato via subito, prendendo verso Sud, solo che quella donna aveva dimostrato di sapere il fatto suo più di una volta. Inoltre, anche se si vergognava, doveva ammettere che non sapeva dove si trovavano. Avevano seguitato ad andare avanti e indietro tutto il giorno e lui si era perso. Non voleva che la donna lo sapesse, quindi non gli restava che attendere dove si trovava, impotente, come gli aveva detto lei. Era questo a trattenerlo.

L'albero presso cui gli era stato detto di rimanere era immenso, forse il più grande tra quelli che poteva vedere. Il suo diametro era superiore a cinque o sei passi e la sua cima si perdeva in alto fuori della sua portata. A una decina di metri al di sopra della sua testa si divideva in due possenti branchi che proseguivano vicini uno all'altro, perdendosi nel fogliame. Teso e nervoso diede un pugno alla spessa corteccia. Era esasperato da quella donna.

Mentre congetturava tremende vendette e assurde ripicche, ogni tanto, in lontananza,  scorgeva la donna. Compariva accanto a un tronco per tastarne la consistenza, lo studiava annusandolo, poi si spostava, apparendo accanto a un altro gigante ancora. Ora che si trovava da sola era agile e veloce, sicura di quello che faceva. Tanto che Aldaberon iniziò ad avere il sospetto che fosse lui a rallentarla nel cammino e non il contrario.

Non le servivano che pochi attimi per verificare quello che stava cercando, poi passava oltre, alla continua ricerca di qualcosa. Se lo trovava faceva un segno sul tronco, così chiaro ed evidente che lui poteva vederlo da dove si trovava.

In questo modo Aldaberon la vide compiere un ampio giro circondando una zona in cui non entrò mai. La delimitò soltanto girandoci attorno.

Lui non ne comprendeva il motivo. La zona che la donna pareva temere era proprio davanti a lui e alla vista non presentava pericoli. L'albero più vicino era a non meno di venti passi. Non c'erano buche, ne fango o pozze piene di acqua puzzolente. Niente di niente, solo un tratto di foresta identica a quella che avevano attraversato dalla mattina. Niente giganti fradici, secchi o pericolanti. Nulla di nulla. L'unica cosa era quell'odore fine e un po' acre che aleggiava nell'aria, quella sinistra sensazione di marcio che già aveva avvertito vicino alla pozza avvelenata.

Da qualche tempo era aumentato e ogni debole folata di vento lo portava più forte della precedente,  segno che la palude non doveva essere molto distante.

Invece di allontanarsi da quella zona come aveva creduto, probabilmente l'avevano solo contornata restando nei pressi a dove si erano incontrati il giorno prima, solo che lui non era più in grado di dirlo. Si vergognava di essersi perso, eppure dovette a malincuore ammettere di aver bisogno di lei, in questo momento.

Dopo non molto rivide la donna ritornargli accanto. In mano teneva una rozza fune di rampicanti alle estremità della quale stava terminando di fissare due tondeggianti pietre grosse come pugni.

"Cosa pensi di fare con quelle?" le chiese spazientito.

Lei non parve turbata dalla sua irritazione. Quasi nemmeno lo degnò di uno sguardo.

"Tu credi che sia matta, vero? Ora vedrai" gli rispose. Si allontanò di qualche passo dall'albero.

Soppesò bene l'improvvisata corda in modo che le pietre fossero alla medesima distanza, ne saggiò il peso e la robustezza. Poi si piantò bene sulle gambe divaricate  davanti a lui.

"Guarda bene" gli disse da sopra una spalla "Quando te lo dico nasconditi dietro l'albero. Non ti muovere fino a che tutto non sarà finito. Hai capito bene? È importante".

Avrebbe voluto dirle che no, non aveva capito nulla di quello che aveva detto e non aveva la benché minima idea di quello che voleva fare, invece le fece solo un cenno d'assenso.

Poco dopo la vide roteare la corda sulla testa, con un braccio teso. Lo faceva piano, quasi cercasse il bersaglio adatto. Studiò attentamente la posizione dei vari alberi che le stavano di fronte e quando individuò quello che cercava impresse velocità alle pietre.

Di più, sempre di più, tanto che Aldaberon s'abbassò al sentire il sibilo minaccioso delle pietre sulla sua testa. Sembrava non finire mai. La donna cercava d'imprimere tutta la sua forza in quella corda, arrivando a sostenere con la mano libera il polso che ruotava.

Aldaberon non sapeva se mettersi a ridere o tentare di aiutarla in qualche modo, ma quando il dubbio stava diventando tormento, vide la corda schizzare via, allungandosi e roteando nell'aria come un serpente tenuto teso dalle pietre. Dopo un attimo arrivò precisa sul bersaglio e vi si arrotolò attorno. Le pietre sbatterono violentemente contro il tronco e vi si conficcarono a fondo.

Per un momento parve non succedere nulla.Poi dal tronco si levò un rombo cupo e sommesso. Pareva il suono di un tamburo percosso con forza. Una vibrazione sorda si propagò nell'aria.

Con il passare del tempo, quella vibrazione prese forza, aumentando via via sempre più.

Numerosi uccelli si levarono in volo. Si allontanarono veloci urlando spaventati, poi nella foresta cadde il silenzio. Solo quella vibrazione persisteva di vita propria, innaturale e minacciosa.

Soddisfatta del lancio, la donna osservò qualche attimo immobile, poi andò a nascondersi con il Varego dietro l'albero.

"Allora?" le domandò lui, ma lei non gli rispose. La sua attenzione era tutta rivolta alla colonna di legno che aveva colpito, agitandosi inquieta ogni qualvolta la vibrazione pareva divenire più violenta.

A un certo punto Aldaberon ebbe l'impressione di essere diventato ubriaco. Le gambe gli tremarono incontrollate spinte da una forza che arrivava dal basso, dal terreno sottostante che si agitava come stesse ribollendo. Si alzava e si abbassava con scossoni violenti che rischiavano in ogni momento di scaraventarlo a terra. Vacillò. Per quanto fosse spaventato vide la donna appoggiarsi all'albero e l'imitò, senza che lei si curasse del suo timore.

"Cosa succede?" le fece lui allarmato, ma lei non rispose. Sbirciava oltre al loro riparo in attesa di qualcosa che ancora non veniva.

Tesa e concentrata a un certo punto gli disse: "Sta pronto. Arriva!".

Allora anche lui sbirciò oltre il bordo del tronco e non credette ai suoi occhi.

La corda attorcigliata al tronco si slacciò di colpo e cadde in terra, trascinata dalle pietre che si erano liberate dal legno. Al loro posto rimasero due buchi che si affacciarono sull'interno cavo dell'albero. Quel gigante era tutt'altro che solido. L'interno imputridito a malapena era sostenuto da un sottile strato di legno ancora sano all'esterno e avrebbe potuto cedere in qualunque momento. Aldaberon cominciava a comprendere da cosa l'aveva salvato la donna ed ebbe ancora più paura di quello che avrebbe potuto succedere se lei non lo avesse saputo condurre al sicuro.

Con questa nuova consapevolezza rimase a osservare, pronto a fare come gli era stato detto.

Poco alla volta, vinta dalle vibrazioni la corteccia si sbriciolò, frantumandosi come fosse ghiaccio. Pezzi di legno sempre più grossi andavano a raccogliersi alla base dell'albero. La donna non badava a lui. Era tesa come la corda che aveva lanciato e non distoglieva lo sguardo dal gigante in agonia.

Non osò neppure parlarle. Rimase in silenzio a fissare la fine dell'albero che poco alla volta si scorticava per la vibrazione che lui stesso provocava dal suo interno. Fu una fine lenta, angosciante, una sofferenza che parve non aver fine.

A un certo punto si sentì uno schianto impressionante, un gemito legnoso abbattersi in terra. Un gigante era caduto, ma non era quello che Aldaberon e la donna stavano osservando. Era  lontano da loro, molto grosso, si era spezzato alla base trascinando nella sua rovina quelli che gli stavano accanto.

Dopo un tempo che parve infinito, il gigante rimbalzò al suolo, rimbombò come un tamburo moltiplicando le vibrazioni nel terreno. Il duro contatto lo fece esplodere in migliaia di pezzi che schizzarono lontani. Il contraccolpo che provocò fu così violento che per poco non scaraventò a terra entrambi. Una pioggia di schegge venne proiettata in aria.

Vedendole arrivare, la donna e il Varego fecero appena in tempo a nascondersi che un altro gigante cavo cedette all'improvviso a poca distanza da loro.

Con un balzo la donna s'avvicinò al Varego e lo trascinò con sé. Entrambi s'accucciarono accanto al tronco, mentre attorno a loro piovevano schegge di legno aguzze e letali. La donna gemette ogni volta che udì l'agghiacciante lamento di un nuovo gigante infrangersi al suolo. Al pari loro, soffriva. Attraverso la maschera singhiozzava disperata.

Per ognuno di essi, per ogni crollo altri alberi vennero percossi e spinti da tronchi e da rami che si frantumavano. Alcuni crollarono, altri dondolarono a lungo prima di cedere, ma alla fine i loro tronchi vuoti nulla poterono contro il peso che li agitava.

I loro equilibri instabili ressero fino a quando niente li turbò, ma ora nulla parve più in grado di fermarli.

Aldaberon ebbe paura che fosse giunta la sua fine. In quell'inferno assordante ebbe l'impressione che l'intera foresta gli stesse cadendo attorno. Era un continuo susseguirsi di crolli, schianti, sinistri cigolii e assordanti esplosioni.

A malapena aveva il tempo di allontanare le schegge che l'avevano raggiunto, che altre le seguivano minacciose e appuntite, minacciando di seppellirlo. Prese lo scudo e lo mise a protezione di ambedue le schiene, stringendosi più che poté alla Tumbà. Strinse gli occhi e i denti. Poco mancò che si mettesse a urlare dal terrore. Facendosi forza le passò una mano sulla spalla, coprendogliela come poté.

A tutti i costi voleva credere che lei contasse sul suo coraggio per non lasciarsi andare alla paura, ma una volta terminato quel finimondo difficilmente avrebbe osato dirglielo. Al momento gli bastava poterlo credere. Non per molto, soltanto fino a quando tutto quanto fosse finito. Se mai fosse finito, prima o poi. Più di una volta si trovò a temere che questo non accadesse mai.

A un certo momento uno dei cadenti crollò contro il gigante che li proteggeva e si sfracellò. Ci fu uno schianto violento, un sibilante stridore, una possente spinta all'indietro e il tronco che li proteggeva si ruppe, cedendo nel punto dove si divideva in due. Squarciandosi a metà, una branca rovinò in terra rimanendo sospesa sopra ad Aldaberon e la donna. Loro nemmeno se ne resero conto. Sentirono soltanto uno schianto alle loro spalle e il terreno che sobbalzava sotto i piedi. Vennero coperti da rami e foglie, che divennero così fitti  da ripararli da frammenti e schegge .

I crolli si susseguirono. Vibrazioni improvvise e sinistre anticiparono nuovi crolli che presto vennero seguiti da esplosioni di schegge.

Sembrò non finire mai, eppure, dopo quanto tempo Aldaberon non avrebbe saputo dirlo, a un certo momento la pioggia di detriti diminuì.

I crolli non cessarono del tutto, però si allontanarono, si fecero più distanti e meno minacciosi. Anche la donna dovette avere la medesima impressione perché, con cautela, si liberò dell'abbraccio del Varego e dello scudo. Facendosi largo tra le frasche del gigantesco ramo caduto, si sporse oltre al tronco. Dopo un attimo d'incertezza si mosse, allontanandosi di qualche passo e sparendo in un lampo. Aldaberon rimase solo.

Dopo qualche secondo d'incertezza, la curiosità ebbe la meglio.

"Allora?" le domandò "È finito?".

Silenzio.




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