Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

11) LA REGINA DELLE NEVI

Camminarono insieme per una settimana, andando sempre verso Sud.

In quei giorni Neko trovò il momento adatto per dirgli che anche lui era stato un Sanzara a suo tempo e che era tornato vivo dal suo Rammarico.

"Se ce l'ho fatta io, può farlo chiunque" gli disse sorridendogli tranquillo. Dopo tanti anni passati insieme, quel vecchio riusciva ancora a stupirlo.

Quando si salutarono, lo fecero in fretta. Un rapido abbraccio, niente di più. Era un arrivederci, non un addio.

Neko disse che sarebbe finalmente tornato a casa. Aldaberon invece avrebbe continuato verso Sud, da solo. Quando si separarono, Aldaberon ebbe un momento di smarrimento, vedendolo scomparire lento e sereno nella foresta.

"Ora sì, che sono veramente solo" si disse. Lo sarebbe stato per molto tempo, da quel momento in poi.

Era a quello che stava pensando due lune dopo, mentre, fischiettando un motivo delle sue terre, scostava con le mani un gruppo di felci particolarmente alte e dense.

Da quando aveva lasciato Neko, non aveva incontrato nessuno che non fosse alato, peloso o strisciante; segni di altri come lui non ne aveva visti da tanto di quel tempo che ormai non ci faceva nemmeno più caso. Ad accompagnarlo c'erano i rumori e i suoni della foresta. A chi sapeva riconoscerli non facevano paura, ma compagnia. Eppure, nonostante questo, pur non comprendendo in cosa quella zona fosse diversa da quelle che aveva incontrato fino a allora, da un po' di tempo si sentiva nervoso e agitato.

Canticchiava e fischiettava per dirsi che tutto era normale, che niente era diverso, che non c'era motivo per pensare che dovesse cambiare qualcosa, eppure non riusciva a sentirsi tranquillo. Forse era per il cupo più profondo del tratto di foresta che stava attraversando dalla mattina; forse il fatto che man mano avanzava aveva l'impressione che i giganteschi tronchi fossero ancora più giganteschi e soffocanti; forse perché nemmeno gli animali sembravano amare quella zona visto che dal levar del sole aveva sentito solo poche e sporadiche grida, fischi e trilli.

Comunque fosse, le piante dei suoi piedi gli dicevano che quella zona nascondeva qualche pericolo. Poi, anche quelle felci benedette, proprio in quel punto dovevano decidere d'essere tanto alte e folte da impedirgli di vedere chiaramente attorno a sé?

Avesse voluto dar ragione all'istinto avrebbe sfoderato lo spadone di Alfons che portava sulla schiena. Perlomeno avrebbe armato l'arco o sistemato meglio la faretra, invece s'accontentò d'impugnare per un attimo il manico del pugnale tanto per sentirlo rassicurante tra le dita. Sapeva che tra quelle felci le altre armi sarebbero state inutili, troppo pesanti e lente da usare. In caso di necessità solo su quello avrebbe potuto fare affidamento. Sistemò lo scudo perché gli proteggesse meglio la schiena e proseguì con cautela, muovendosi circospetto.

"Prima o poi anche queste felci dovranno finire, no?" si diceva tra una strofa e l'altra cantata in sordina "Tutto finisce, accidenti. Anche queste maledette felci!". Poi giù a cantare un altro verso, non tanto forte da farsi sentire, ma nemmeno tanto piano da dover ammettere di aver paura. Come gli aveva detto Neko molte volte, un Sanzara doveva essere sempre pronto. Nolente o volente doveva recuperare a uno sbaglio fatto molto tempo prima, altrimenti avrebbe destinato un suo discendente a farlo al posto suo. Dalla nascita aveva questo marchio addosso e soltanto se incontrerà nuovamente l'Inevitabile e saprà evitarlo, potrà finalmente tornare tra la sua gente, a casa. Davanti alla sua riuscita tutto il suo popolo l'avrebbe onorato e rispettato come Gopanda-Leta, Colui che ha deciso per il destino.

Ma prima di allora avrebbe dovuto viaggiare e viaggiare, incontrare gente e luoghi nuovi e diversi, senza fermarsi mai davanti a nulla che non ricordasse in qualche modo ciò che gli disse sua madre.

Niente poteva dirgli quando, e se, avrebbe mai potuto far ritorno fra la sua gente. Nulla l'avrebbe avvisato se il destino gli fosse passato accanto: solo lui avrebbe dovuto accorgersene, ricordandosi che Lilith gli aveva descritto, tanti anni prima, quando era ancora un bambino, il luogo che doveva trovare.

A quell'epoca prese le parole della madre come un gioco e non diede nessun peso agli avvertimenti che lei gli dava. Era solo un bambino innocente, nessuno gli aveva ancora detto quale sarebbe stato il suo destino. Era già un Sanzara senza saperlo, una vittima inconsapevole per il bene del suo popolo.

Fu Neko a spiegargli ogni cosa, lo scopo della sua vita e del perché doveva a tutti i costi rispettarlo.

Erano pochi i Sanzara che facevano ritorno, lo sapeva. Nella sua famiglia era il quarto Sanzara a portare quel nome nelle ultime dieci generazioni e se sbagliava, dopo di lui un quinto maschio della sua famiglia sarebbe nato con quel marchio addosso. Un altro Matrimonio con la foresta sarebbe stato consumato dopo la sua morte e un altro innocente sarebbe nato con l'unico scopo di servire un Rammarico non suo. In qualche modo, prima o poi, questo avrebbe dovuto essere sciolto da qualcuno chiamato Aldaberon.

Così era scritto e così sarebbe stato, da sempre e per sempre: "Un Rammarico deve essere sciolto per il bene della Casa. Uno vale meno di tanti" .

Rammarico. Così il suo popolo chiamava il rimorso di un Varego che non aveva saputo evitare un'ingiustizia e ne era morto prima di poterla riparare. Da quel momento lo spirito dell'infelice avrebbe vagato tra la sua gente fino a quando non avesse potuto ritornare nel corpo di un suo discendente, scelto a caso dal destino.

Di generazione in generazione il Rammarico si sarebbe trasmesso fino a colui che avrebbe saputo sanare il rimorso del suo avo. Per questo i Sanzara erano rispettati tra i Vareghi, sia quando nascevano, sia quando riuscivano, come quando fallivano nel loro tentativo. Erano essi che, accollandosi quella maledizione, impedivano agli spiriti inquieti degli avi di sfogare il loro tormento su tutto il villaggio.

Da tempi immemorabili, piuttosto di vedere fallire una scorreria, una nascita, una battuta di caccia o una pesca, i Vareghi preferivano che alcuni di loro si sacrificassero per il bene di tutti, dedicando la loro esistenza a soddisfare un bisogno antico.

Così gli aveva spiegato Neko, tanto tempo prima: lui era un sacrificio necessario.

Fu con quella consapevolezza che finalmente sbucò fuori dalle felci. Ma invece di sospirare di sollievo, si sentì angosciato più di prima. Adesso che era allo scoperto si sentiva nudo, intimorito.

Non che la foresta fosse più cupa, o scura, o tetra di come fosse prima, però c'era qualcosa nell'aria che gli faceva drizzare i peli delle braccia e prudere le piante dei piedi. Alla base della nuca avvertiva una spiacevole sensazione di essere spiato.

Niente di materiale, non un profumo, non un rumore particolare, non uomo o animale, semmai una vibrazione, un di più o un di meno a quello a cui era abituato. Un qualcosa che colpiva i sensi in modo indefinito senza che riuscisse a comprenderlo. Fine e avvolgente lo circondava, facendogli provare un vuoto che non aveva mai provato prima. Solo il fischiettare un motivetto l'aiutava a rompere quella sensazione, anche se lo sentiva lontano, ovattato, quasi che il suono non potesse uscirgli dalla bocca. Faceva freddo. La temperatura era scesa di colpo. Rabbrividì.

Si strinse nel pastrano e alla fine comprese.

Smettendo per un attimo di zufolare, si rese conto che quello era l'unico suono in quella zona. Era il silenzio che l'avvolgeva. Un silenzio totale, minaccioso quasi quanto un'orda di nemici e forse di più. Un avversario lo vedi e lo tocchi, il silenzio lo subisci. Guardandosi attorno non vide nessuno. Solo quella vibrazione nella testa. Tutto gli giungeva attutito. Era nel nulla. Sospeso in una bolla di silenzio.

A un certo punto da dietro di uno di quei giganteschi tronchi vide spuntare una cerva. Era a non più di dieci passi da lui. Lenta ed elegante, non mostrava la minima paura dell'uomo che l'osservava. Era tutta bianca e al collo portava un medaglione luccicante e nero che gocciolava stille luminose, quasi fosse stato di ghiaccio. L'animale gli si avvicinò di qualche passo prima di fermarsi a fissarlo. Aldaberon non si mosse, non voleva spaventarla. Come ogni Varego, temeva il bianco perché era il colore del ghiaccio, del freddo e della morte, però quella cerva era così bella e pura che gli sembrava una regina, la Regina delle Nevi. Poi, così com'era comparsa, la cerva riprese il suo cammino sparendo poco dopo dietro un altro tronco. Aldaberon si spostò per vederla ancora, ma quando arrivò dietro all'albero, della cerva non c'era più traccia. Era svanita nel nulla, portando via con sé il freddo e il silenzio.

Poco alla volta, anche se all'inizio lontani e spesso appena percettibili, i suoni e i rumori della foresta tornarono normali e con essi sparì il ronzio nelle orecchie.

Quasi quasi gli dispiaceva. Era rimasto affascinato da quell'animale, anche se l'aveva spaventato.

La temperatura tornò normale, il prurito ai piedi smise. Se qualcosa di strano era stato presente in quella zona, ora era sparito.




Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro