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·2·1· Il canto

Il mare aperto era splendido.

L'acqua era piatta come una tavola, di un intenso verde smeraldo, così limpida che vi si poteva vedere attraverso almeno per una ventina di metri.

Vi strisciavamo sopra veloci e rumorosi, rompendo la quiete lasciandoci dietro una lunga ferita di spuma.

Eravamo in acqua italiane da diverse ore ormai, ma ancora non mi azzardavo ad avvicinarmi alla terraferma. Dove ero diretta in fondo? Dove sarei stata più al sicuro? Fin dove mi avrebbero seguito i miei marchiati?

I miei marchiati. Quelle parole avevano un gusto strano ora. Più passavano i giorni e più mi rendevo conto che portarli con me era stato stupido – una specie di refuso, qualcosa che il mio maestro avrebbe voluto che facessi probabilmente, l'errore di una bambina che raccoglie i peluche invece che le coperte prima di scappare di casa.

Io non ero in grado di proteggere loro e loro non avevano nessun motivo di proteggere me. Mi seguivano solo perché i marchi, o la paura di essi, li obbligavano ad obbedirmi. Una volta scoperto che non avevo più nessun potere, probabilmente sarebbero stati più pericolosi dei mutaforma. Loro non avrebbero temuto una minaccia astratta, di cui a mala pena parlavano i libri di storia. Loro avevano assaggiato il mio sangue, loro ricordavano il mondo in cui aveva bruciato la loro pelle, acido e bollente, e divorato la loro carne. Loro erano quelli sfregiati a vita. Loro erano i prigionieri delle mie parole arcaiche.

Per loro non ero un ombra né un fantasma. Per loro ero il nemico. Per loro ero ancora una marchiatrice – per questo li avevo portati con me.

Finché c'erano loro, quella parta di me esisteva ancora.

O almeno finché non si fossero accorti che ero cambiata, finché non avessero notato che, nascoste dalle iridi scure, le mie pupille erano verticali.

D'istinto abbassai lo sguardo sul mio polso sinistro. Potevo sentire il numero sei, scritto nulla mia impronunciabile lingua nativa, pulsare contro la fasciatura che lo nascondeva.

Sei vite rimaste. Sei possibilità in più di sopravvivere.

Il vento si stava alzando velocemente, contrario alla nostra rotta. Grattava contro il fianco della barca, sgattaiolava sottocoperta, zigzagava tra i marchiati, sbirciava oltre le spalle. Quasi lo sentivo ridacchiare quando credeva di non essere notato, animato da chissà quali creature – il mio udito, per un solo istante, catturò il suono scrosciante di voci.

La plancia di comando era al coperto, ma le folate che filtravano dai finestrini laterali facevano svolazzare i lembi e le maniche della mia camicia e mi frustavano continuamente le ciocche di capelli contro il viso.

A parte il vento e il brontolio di sottofondo del motore che era il respiro e il battito della barca, c'era silenzio. Troppo silenzio.

Osservai i tre marchiati che si erano seduti a prua intorno all'albero. La maga asiatica taceva, avvolta in una coperta scura. Lo skinwalker era in piedi e annusava l'aria. Il piccolo farschee aveva smesso di piagnucolare e ora si contorceva in modo nevrotico.

In quel momento il barometro della plancia rilevò un aumento repentino della pressione. In pochi minuti anche gli altri strumenti registrarono cambiamenti radicali.

Abbassai le palpebre fino a ridurre gli occhi a due fessure e sollevai la testa verso l'alto. Alcune nuvole di un bianco sporco e dall'aria consumata si erano ammassate nel cielo, ma il sole era ancora abbastanza forte da non promettere pioggia. Al contrario del vento. Lui, o chi per lui, la invocava.

Riabbassai lo sguardo sulla plancia. Stavamo perdendo la rotta.

Non ero mai stata sullo yacht di Lucien – un panfilo motorsailer avrebbe precisato il mio maestro – ma lui me ne aveva parlato così tante volte e i quaderni che teneva a bordo erano così dettagliati che era come se avessi guidato lo Jäger per anni. E qualcosa non andava.

Senza pensarci due volte abbandonai la plancia e uscii nel pozzetto dove gli altri marchiati si erano accucciati. Si scansarono prontamente al mio passaggio, inconsciamente o consciamente decisi a tenersi il più possibile alla larga da me.

Quando arrivai a prua, il cielo era già più scuro.

Clothilde era seduta proprio sulla punta della barca, aggrappata all'asta metallica e con i piedi che penzolavano mezzo metro sopra l'acqua, come una polena vivente particolarmente dolente. Il vestito che mi aveva rubato era completamente bagnato e trasparente e le aderiva al corpo rivelandone la quasi totale assenza di curve, nonostante la spiccata forma femminile. Per una della sua razza, era già tanto che non stesse andando in giro nuda.

A differenza di tutto gli altri, e nonostante le avessero fatto cadere tutti i capelli, su di lei i miei marchi avevano un certo fascino estetico – non il tipo di bellezza classico e pulito, ma grezzo e incisivo.

«Clothilde» chiamai, senza preoccuparmi di alzare la voce per sovrastare il vento. Il suo udito, fatto per essere infallibile sott'acqua, era anche migliore del mio.

Girò la testa di scatto, come se si fosse resa conto solo in quel momento della mia presenza. Le sue labbra erano strette in una linea sottile, come se avesse canticchiato sovrappensiero.

«Lorelle.» Il modo in cui pronunciava il mio nome mi metteva i brividi, come una parola che nella sua lingua aveva un altro significato. Come se io non fossi stata la sua padrona.

«Che succede?» chiesi, infondendo più autorità del necessario nella mia voce.

Mi fissò, gli occhi dello stesso colore dell'acqua, e mi rivolse un sorriso perfido. «Lo vedrai tra poco» disse solo, accennando con il capo alle onde che si stavano gonfiando e alle nuvole che si ammassavano.

Il mio battito accelerò.

Stupida. Che stupida. Davvero avevo pensato di poter navigare con un sirena a bordo e non pagarne le conseguenze? Davvero?

Le mie mani cominciarono a sudare e aspettai invano che del sangue cominciasse a trasudare dai polpastrelli. Aprii la bocca per dire qualcosa, ma avevo la gola serrata.

Uno strano verso mi indusse a voltarmi.

La veela era in piedi su uno dei sedili del pozzetto. Quando si voltò verso di noi, il suo volto era teso in un'espressione di allarme, i tratti disfatti in una maschera orribile di rabbia e spavento. Seguii la direzione del suo sguardo.

A una dozzina di metri da noi, l'acqua si sollevò in modo anomalo, come una coperta sotto cui si fosse nascosto un animale.

Mi spostai e strizzai gli occhi per vedere meglio, ma l'acqua era diventata troppo torbida e il sole era stato coperto.

Per qualche lungo minuto rimanemmo tutti immobili e con il fiato sospeso, in attesa che succedesse qualcosa.

Sopra le nostre teste, le nuvole si fecero più basse e opprimenti che mai. Da stracci sfilacciati si trasformarono in bestie infernali, vive e inquiete, pronte ad azzannarsi a vicenda.

Intorno allo Jäger l'acqua si sollevò qualche altra volta prima di tornare piatta. Poi si increspò come se la superficie su cui giaceva stesse tramando.

Il vento riprese a soffiare, più forte di prima. Le increspature divennero onde e il primo tuono ci fece sobbalzare.

Brividi di freddo mi attraversarono la schiena e le mie viscere si strinsero in un nodo.

Per sedici anni la mia vita era trascorsa quasi esclusivamente sottoterra. Vento e mare aperto non erano il territorio che conoscevo. Contro le forze nella natura, neanche i miei marchi avrebbero avuto potere.

Quando un'onda ci fece oscillare più del solito mi aggrappai al parapetto della nave. Improvvisamente lo Jäger mi sembrava una minuscola zattera.

L'odore di sale mi riempì le narici.

Cominciò a piovere, le gocce che ci precipitavano addosso come tanti piccoli aghi.

Il vento ululò e gridò e cantò, e le onde con lui.

Nessuno di noi si sarebbe mai risvegliato dal torpore se il farshee non avesse cominciato a piangere e ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola. Il suo grido fu una campana d'allarme che ci scosse fin nelle ossa e ci risvegliò.

Mi voltai verso la sirena al mio fianco e trovai i suoi occhi ancora fissi su di me.

«Clothilde!» sibilai – un ordine senza potere.

Il suo sguardo non era né crudele né vendicativo, solo freddo. Sollevò un sopracciglio, come a chiedermi cos'altro mi fossi aspettata che facesse.

Quando le voci ricominciarono a cantare, questa volta le distinsi dal vento. Assorbii le vibrazioni che salivano dall'acqua e lasciai che scivolassero oltre.

Oscillammo di nuovo, più pericolosamente di prima. Persi l'equilibrio e caddi a terra e appena fui di nuovo in piedi corsi di nuovo giù nel pozzetto e mi gettai sulla plancia di comando.

Tutti i sensori erano fuori uso, ma il motore era ancora acceso e i comandi ancora funzionanti. Portai tutto al massimo, ma sfrecciare a tutta velocità era esattamente come rimanere fermi. All'orizzonte c'erano solo acqua e nuvole, una più scura delle altre, e pioggia e vento si facevano più forti in qualsiasi direzione puntassi.

Sullo yacht, i marchiati erano sprofondati di nuovo nel torpore. Stavano seduti immobili, in attesa di una fine fin troppo vicina.

Un fulmine mi accecò per qualche istante.

Quando tornai a vedere Clothilde era di fronte a me, dall'altra parte del parabrezza della plancia.

Mentre la barca oscillava e balzava di onda in onda, lei rimaneva perfettamente immobile sul posto, i piedi fissi a terra e le dita appoggiate al vetro. Era l'unica di noi che non voleva scappare, l'unica che non aveva motivo di avere paura, l'unica che apparteneva al mare. Presto sarebbe stata talmente bagnata che si sarebbe trasformata in sirena senza doversi tuffare. Eppure era ancora sulla barca.

La fissai con occhi spalancati, il fiato sospeso.

Non batteva le palpebre, non si muoveva di un millimetro. Non aveva capelli che si muovessero al vento e il suo vestito era troppo bagnato per sollevarsi. Alle sue spalle il cielo colò nel mare come inchiostro da un calamaio inclinato e l'acqua ci si gettò addosso come una mano gigante pronta ad accartocciarci, ma lei rimase immobile.

Il mondo intero stava sbandando, capovolgendosi, contraendosi, mescolando acqua e aria e noi con loro – ma Clothilde rimaneva immobile.

Le sue labbra si dischiusero e dalla sua gola fuoriuscì un suono, acuto ma non stridulo, una parola e una musica e nessuna delle due – un suono puro e primordiale, antico quanto la Terra stessa e arricchito da tutti i suoi secoli,così sottile da tagliare il vento. Fu un fulmine e un faro. Mi raggiunse e mi fece tremare, rimase dentro di me e cancellò tutto il resto.

Concentrai ogni mia energia per resistere, ma la melodia penetrò delle mie viscere, nel mio sangue, nelle mie ossa e nella mia anima. Non era una canzone. Non era musica. Era l'eco della creazione.

Dentro di me il mondo finì e ricominciò. Fu fuoco e ghiaccio e vento e terremoto. Mi frantumai e ricomposi, e ogni singola cellula del mio corpo scoprì un nuovo centro di gravità. Il punto fermo nella tempesta.

Clothilde.

Era questo il potere che trascinava a fondo gli uomini? Era questo il tipo di seduzione che li vinceva?

Non era l'ipnosi che tanto temevo – la mia mente era sveglia. Ma tutto era cambiato. Quel suono riecheggiava in ogni fibra del mio essere, riempendomi e svuotandomi allo stesso tempo.

Paura e dolore erano svaniti. Il mio lutto, la mia fuga – nulla aveva più senso ormai, nulla era più che un ricordo infantile. Nulla avrebbe potuto più ferirmi finché ero immersa in quella melodia.

L'avrei seguita sott'acqua. L'avrei inseguita sott'acqua. Non mi serviva più respirare. Non serviva più preoccuparmi.

Ero di fronte a Clothilde, senza più vetri né plancia a separarci, e bramavo di avvicinarmi ancora. Volevo baciarla, ma solo per poter risucchiare tutta l'aria che lei espirava, solo per bere tutta quella melodia. Volevo che mi ingoiasse, che mi distruggesse fino a tramutarmi in voce soltanto.

Le sue dita scivolarono tra le mie. Mi lasciai condurre, mi lasciai sorreggere. Strinsi di più. Voleva tuffarsi, ma io l'attirai a me.

Avrei voluto divorarla. Farla a pezzi fino a trovare il punto preciso da cui proveniva quel suono.

Mi lasciò fare. Strinse un braccio intorno alla mia vita. Le sue labbra sfiorarono il mio orecchio. La sua voce fluì direttamente nel mio cervello.

Chiusi gli occhi, pronta ad abbandonarmi del tutto, e lei strinse una mano intorno al mio polso, pronta a trascinarci giù entrambe.

Nel momento in cui le sue dita premettero sul mio marchio sotto la fasciatura, una scarica di dolore mi attraversò il braccio e si trasformò in brivido lungo la mia spina dorsale. Fu la secchiata d'acqua gelida che mi risvegliò.

La realtà mi si rovesciò addosso di colpo. E l'incanto divenne terrore.

Lo Jäger sbandava senza più controllo, la linea di galleggiamento che saliva ogni volta più in alto. Non vedevo le sirene, ma sentivo le loro voci provenire da sott'acqua – un'eco attutito della melodia di Clothilde – e sullo yacht erano rimasti solo due dei marchiati.

Il farshee era aggrappato all'albero e piangeva così forte che le sue urla sovrastavano i tuoni, mentre la veela era stesa a terra nel pozzetto, gli occhi spiritati e i pugni che battevano sul pavimento come se avesse voluto sfondarlo.

Lo yacht si scontrò contro qualcosa e caddi all'indietro. Sfuggii alla presa di Clothilde e riuscii a girarmi appena il tempo per non atterrare di schiena. Cercai di allontanarmi procedendo a carponi, ma lei mi afferrò per le gambe e mi trascinò indietro.

Urlai e scalciai. Mi aggrappai al parapetto della barca, ma le mie mani erano troppo bagnate e le mie braccia troppo deboli. Clothilde era una sirena adulta e io poco più che una bambina.

Mi afferrò di nuovo per le braccia e questa volta sarebbe riuscita a trascinarmi in mare se un'onda ancora più forte delle altre non avesse fatto perdere l'equilibrio anche a lei. Mi ritrovai ancora una volta a terra, inchiodata da tutto il suo peso.

Non riuscivo a tenere gli occhi aperti per la pioggia e gli schizzi e nelle mie orecchie non c'erano che tuoni e onde ormai.

Da qualche parte, del legno si frantumò. Il farshee urlò più forte.

Sopra di me, Clothilde si lasciò sfuggire un verso di dolore. Sentii le sue mani intorno alle mie braccia diventare palmate e le sue unghie sempre più affilate conficcarmisi nella carne.

Aprii gli occhi. Era ancora sopra di me, ma la sua testa era voltata di lato, come se stesse cercando di respirare meglio. Ogni suo muscolo era in tensione per il dolore della trasformazione.

Provai ad approfittarne, ma la sua forza stava aumentando. Mentre il mio corpo si ostinava a lottare, la mia mente sapeva che era inutile. Sarei finita in acqua in ogni caso, sfuggire a Clothilde significava finire nelle grinfie di un'altra sirena.

Forse piansi – c'era troppa acqua per rendersene conto.

Sentii altro legno spezzarsi e metallo che si piegava. L'intera barca gemette mentre veniva fatta a pezzi. Vidi mani palmate sorgere dalle acque, braccia issare a bordo corpi lunghi e possenti. Le loro voci erano molto più forti ora, ma io ero stata incantata da Clothilde ormai – io ero la sua preda e nessun'altra sirena poteva reclamarmi finché lei era viva.

«Ti ho salvato la vita!» gridai. Non sentii la mia stessa voce, ma Clothilde si voltò verso di me, perciò continuai. «Lui ti avrebbe uccisa!» Acqua salata mi riempì la bocca e quasi mi soffocò. Ma avevo la sua attenzione, perciò tossii e sputai finché non potei respirare di nuovo. «Io ti ho salvato» ripetei con voce roca. «E tu ci hai già uccisi entrambi.»

Hai già avuto la tua vendetta, avrei voluto dirle, ma il sale mi stava bruciando la gola e gli occhi.

Ci fu il rumore di carne che si strappava e poi ricongiungeva. Tutto il corpo di Clothilde tremò mentre ossa e muscoli cambiavano assetto.

Mi resi conto per la prima volta che probabilmente lei non aveva mai creduto di poter riprendere la sua vera forma – doveva aver pensato che sarebbe rimasta umana per sempre.

Ci inclinammo un'ennesima volta e capii che la prossima sarebbe stata l'ultima. Un centimetro di più e ci saremmo rovesciati definitivamente.

La trasformazione di Clothilde era praticamente completa. Ora incombeva su di me, il suo aspetto più animale che mai, ma talmente letale da essere stupenda. Il predatore dei predatori.

Ogni mia resistenza si annullò. Gambe e schiena giacquero immobili sul pavimento, le braccia ancora strette nelle sue mani, la testa inclinata di lato per essere esattamente sotto la sua.

Lei era potente. Io no.

Dischiuse le labbra. Ma anche io avevo la voce.

«Sei ancora una sirena.»

Poi il mondo riuscì finalmente a capovolgersi e noi ci rovesciammo.

Non sentii l'impatto, ma quando fui sott'acqua di colpo tutto si attutì. I suoni erano distanti, il mio corpo leggero, i lampi lontani, il vento cessato. Non sbandavo più, non sentivo più dolore. La mia mente era sgombra ora che tutto il resto era spento.

Cercai di aprire gli occhi, ma l'acqua era troppo buia e troppo salata.

Affondai per un po'. Poi risalii. Poi la corrente mi trascinò di lato e di nuovo giù.

Non reagii finché l'ultima bolla d'aria non svuotò i miei polmoni e i muscoli non cominciarono a bruciare per l'assenza di ossigeno.

Sentivo già l'aria sulla fronte quando delle mani mi trascinarono di nuovo giù, arpionandomi le gambe, i fianchi, il collo. Poi un sapore diverso l'acqua salata mi riempì la bocca. All'inizio fu solo qualcosa di oleoso e dolce, ma poi cambiò. Si fece aspro, poi frizzante – e piccole, inaspettate bolle d'aria mi rotolarono giù nella trachea.

Spalancai la bocca, ingerendo tutta l'aria che mi era possibile, senza chiedermi da dove venisse. Era troppo poca perché potessi pensare lucidamente – tutto ciò su cui poteva concentrarsi la mia mente era averne ancora. Ogni tanto, però, coglievo dei dettagli.

Avevo smesso di andare alla deriva. Qualcosa di più forte della corrente mi guidava in una direzione sconosciuta.

Esausta, mi lasciai trascinare, gli occhi chiusi e il corpo quasi completamente abbandonato. Avida d'aria come non lo ero mai stata d'acqua dolce.

La pressione premeva contro le mie orecchie e diffondeva un fischio continuo. Stavamo scendendo in profondità. Mi dimenai quando aumentò, ma tutto ciò che ottenni fu una stretta più solida, quasi dolorosa intorno alle spalle.

Poi, proprio quando credevo che i miei timpani si sarebbero frantumati, il fischio cominciò a diminuire. Tenni duro per altri interminabili minuti di cecità aggrappata alla mia fonte d'aria.

Il corpo da cui dipendevo per l'ossigeno si fece meno rigido ora che il mio collaborava. La stretta intorno alle mie spalle si allentò velocemente fino a sparire. Poi, con orrore, scomparve anche la mia fonte d'aria.

D'istinto spalancai gli occhi. Subito mi bruciarono e li richiusi. Tutto ciò che avevo registrato era più luce di prima.

Stavo già finendo il fiato. Non potevo farmi fermare da un po' di sale. Sollevai le palpebre, questa volta lentamente, o almeno tanto lentamente quando me lo permetteva la situazione – avevo il tempo di un respiro.

Intorno a me, non c'era altro che azzurro. Il fondale era così lontano che nemmeno l'acqua limpida poteva mostrarmelo. C'erano scogli però – grosse porzioni di roccia che sorgevano dalle profondità e bucavano la superficie.

Mi spinsi verso l'alto. Quando riemersi ingerii così tanta aria che il petto mi fece male e per un momento scivolai di nuovo sott'acqua.

Arrancai verso lo scoglio più vicino, trovai un appiglio e mi ci aggrappai. Mi sembrava di non respirare da anni.

Sbattei le palpebre finché il bruciore agli occhi non diminuì. Tossii altra acqua, poi recuperai le forze necessarie per issarmi sullo scoglio. Aveva una superficie abbastanza piatta. Mi ci lasciai cadere, stesa a pancia in giù con i piedi ancora nell'acqua e le dita serrate intorno agli appigli che avevano trovato.

Il cuore mi martellava all'impazzata nel petto, premendo contro la roccia attraverso la carne. Sollevai la testa quanto bastava per un rapido controllo del mio corpo. Avevo ferite dappertutto, ma nessuna troppo profonda e tutte ormai disinfettate dal sale.

L'adrenalina nel mio sangue aveva oltrepassato il suo picco e ora stava lentamente scendendo, lasciando il posto a indolenzimento e stanchezza.

Mi abbandonai sullo scoglio per qualche minuto – forse molto di più, forse molto meno, forse svenni solo per qualche secondo.

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