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2. Lucrezia D'angelo

"Non si giudicare un libro dalla copertina"

Una normale adolescente, la sera, specialmente il sabato sera, nelle vacanze estive usciva ad ubriacarsi e divertirsi con le proprie amiche, io, al contrario, ero costretta a trovarmi nuove compagnie, cosa alquanto difficile per me.

Ero una persona abbastanza riservata e che era sempre sulla difensiva, infatti la mia migliore amica aveva sempre fatto, all'inizio, molta fatica a farmi aprire, ma non ha mollato.

Decisi comunque di indossare qualcosa di carino e non troppo scoperto, visto che si gelava, stranamente, e andai verso il piccolo bar presente in quel covo di ragni e insetti.

Già temevo, infatti, il momento di andare a dormire dentro quella specie di casetta, anche chiamata roulotte.

Fatto sta, che raggiunsi l'unica struttura in quel posto dove avrei potuto trovare un gruppo sociale della mia età.

Nel bar era presente un'aria fresca, merito del condizionatore, e c'erano patatine, gelati e tutte quelle cose presenti nei soliti bar.

«Ciao, ti serve qualcosa?» chiese, distratta, la voce di una ragazza dietro al bancone.

Io mi guardai attorno in cerca di qualcosa da comprare, possibilmente cibo, poi le miei iridi videro i pacchetti delle sigarette e non esitai a cambiare idea.

«Un pacchetto di sigarette, grazie» annuncia, mentre la ragazza mi prendeva la marca precisa che gli chiesi.

«Non ti facevo tipo da Marlboro rosse, a primo impatto» dichiarò, mettendo i contanti che le avevo dato, nella cassa.

«Mai giudicare un libro dalla copertina, mia cara» la ripresi, sembrando quasi seria, ma lei sembrò capire e fece un piccolo sorriso.

«Ho capito. Sei nuova di qui? Conosco tutti e, credimi, una come te non si dimentica» chiese, uscendo da dietro il bancone per poi andare fuori e accendere una sigaretta.

«Sì, lo sono. I miei mi hanno obbligata, altrimenti la mia faccia non l'avresti nemmeno sognata» spiegai, accendendo la mia sigaretta con la sua.

«Certo, ovviamente» mormorò.

«Tu invece? Perché lavori qui?» le domandai, dopo alcuni attimi di silenzio, indicando il bar alle nostre spalle.

«Sono la figlia del proprietario, Marco, quando lui non c'è tocca a me gestire il bar» spiegò, per poi buttare la sigaretta nell'apposito contenitore.

Guardandola meglio, all'occhio sembrava il tipo di ragazza dark.
Trucco scuro, vestiti corti coperti dalla piccola divisa a grembiule del bar, e tatuaggi.

Parlammo molto e mi resi conto di essermi sbagliata.

Non era contro la religione, non beveva e non sniffava, era simpatica.

"Sono felice di aver conosciuto qualcuno, senza troppi problemi, anche se ancora devo chiedergli la cosa fondamentale".

«Come ti chiami».

«Lucrezia D'angelo, piacere» si presentò, tendendomi la mano.

«Flaviana Jhonson» l'accettai.

Forse avevo trovato...un'amica?

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