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10. Spalle al muro

La Professoressa McGranitt ha appena richiuso la porta del suo studio alle spalle di Ellemir e Hagrid e si è girata verso George Weasley, piuttosto arrabbiata. Qualcosa va detto su quello che è appena successo.

Ma quando il suo sguardo si posa sull'uomo silenzioso in attesa vicino alla finestra, l'ira scompare per fare posto all'affetto e al dispiacere.

George è di spalle e sta fissando il buio della notte, immobile. Le spalle sono irrigidite e la testa è leggermente chinata, mentre le mani, abbandonate lungo i fianchi, sono serrate a pugno.

"Mi dispiace George. Avrei dovuto avvisarti, prima di fartela incontrare." ammette la Preside.

"Direi di sì" risponde lui in un soffio. Poi si gira e la guarda. Non cerca neanche di nascondere la sofferenza che sta provando in quel momento e che si legge chiaramente nei suoi occhi.

"Perché, Preside?" le domanda "Perché l'ha accolta qui dentro? Nessuno la vuole, qui. Non c'è posto per una come lei." La sua voce profonda risuona nel silenzio della stanza e le parole galleggiano fra i due per un po'.

"Mi è sembrata una buona idea, visto che è venuta qui spontaneamente. Conosco le voci che stanno girando sul suo conto e averla qui ci permette di tenerla d'occhio da vicino" spiega l'anziana strega "ho pensato solo a questo, senza riflettere su cosa significhi per molti di noi avere qui la figlia di Bellatrix Lestrange. Mi dispiace moltissimo, avrei dovuto darti il tempo di digerire la cosa, prima di fartela conoscere." Non gli dice che c'è stato un altro motivo che l'ha spinta ad acconsentire che restasse nel castello. Mentre parlavano ed Ellemir era in attesa di conoscere la decisione della Preside, l'indifferenza ostentata dalla ragazza non era riuscita a mascherare con quanta apprensione stesse attendendo, ne' quanto sollievo aveva provato poi nel momento in cui aveva capito che sarebbe rimasta. Quella ragazza era autenticamente disperata, per qualche motivo noto a lei sola. Anche per questo era un bene che potesse essere tenuta sotto controllo.

"In più ha lasciato qui la sua bacchetta magica" aggiunge "è inoffensiva."

George fa un sorriso stanco: "Ellemir Lestrange non ha bisogno della bacchetta magica" la McGranitt non riesce a nascondere la sua sorpresa. "Non lo sapeva? E' un Catalizzatore, uno degli ultimi... e' in grado di raccogliere in sé la magia circostante, meglio se le viene scagliata contro, e usarla come meglio crede."

"Ma... erano centinaia d'anni che non ne nasceva uno... com'è possibile..??" La Preside è senza parole.

"Nessuno sa con chi si sia accoppiata sua madre, o che magie siano state utilizzate durante il concepimento" George parla a fatica "Fatto sta che abbiamo sotto questo tetto uno dei maghi più potenti della storia, Voldemort a parte, e non abbiamo i mezzi per contrastarlo." Si massaggia gli occhi scuotendo la testa. "Bel ginepraio, Preside."

"Questa notizia cambia notevolmente la situazione" Risponde lei "Ma non voglio mandarla via perché sennò sarebbe del tutto fuori controllo. Bisognerà tenerla d'occhio da vicino per capire cos'ha in mente. Non ho altri a cui chiederlo... te la senti?"

George trattiene a stento un moto di rabbia. Si mette a camminare su e giù per lo studio per calmarsi, mentre la donna lo guarda, aspettando.

Gli sembra di essere precipitato in un incubo, solo che questa volta non arriverà il sole del mattino per spazzarlo via. Sa di non avere alternative, la Preside ha ragione, si ripete ossessivamente. E' un bene averla nel castello, così potrà essere controllata... ma a chi vuole darla a bere, il solo pensiero di dover dividere lo stesso tetto con quella ragazza senza poter portare a termine la sua vendetta anzi, dovendo tenerla d'occhio, lo fa andare via di testa. E in più una ragazza del genere, aggiunge una vocina maligna nella sua testa che non vuole tacere e continua a ricordargli quanto lo avesse colpito il suo fascino prima di sapere chi fosse.

'Non ha alcuna importanza! Ce la posso fare! Ce la DEVO fare!' continua a ripetersi, cercando di recuperare la lucidità mentale necessaria.

La professoressa assiste impotente alla battaglia che l'uomo sta combattendo dentro di sé. Se avesse qualcun altro a cui chiederlo lo farebbe. Le dispiace immensamente doverlo sottoporre a una prova del genere, proprio ora che sembrava aver riacquistato un po' di serenità. Sta per dirgli di tranquillizzarsi e che organizzerà le cose in altro modo per far sì che lui non sia toccato da questa faccenda, quando George si ferma all'improvviso e la fissa.

"Ok, la terrò d'occhio. Ma voglio avere carta bianca" aggiunge con voce ferma che non ammette repliche.

"Va bene. Ma solo perché sei tu e SO che la perdita di controllo che hai avuto poco fa non si ripeterà. Non farmi pentire della fiducia che ti sto accordando."

George fa un secco cenno di assenso e si gira verso la porta per andarsene.

"Aspetta. Fra pochi giorni arriveranno gli studenti per l'inizio della scuola. Bisogna definire come gestire la cosa con loro. Non appena saranno arrivati tutti gli insegnanti ci troveremo per parlarne."

"Bene. Mi faccia sapere quando." George esce dallo studio dopo averle fatto un breve cenno di saluto.

Non appena passata la soglia e spostata la statua del Gargoyle con un tocco della bacchetta magica, si appoggia al muro con gli occhi chiusi, stremato. L'ultima ora gli ha tolto le forze.

Chiedendosi come farà a sopravvivere ai prossimi giorni e mesi senza perdere il senno, si scuote e si dirige stancamente verso l'uscita del castello. Una passeggiata in giardino magari servirà a schiarire le idee e a far vedere il futuro meno nero di quanto appaia ora.

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