CAPITOLO I
Correvo da tanto, troppo tempo.
Gli occhi lacrimavano a causa del vento freddo di novembre che mi bruciava sulle guance umide, bruciava come i miei polmoni sotto sforzo e le ferite che la colluttazione mi aveva provocato.
Una goccia di sangue scivolò giù dalla ferita sulla mia fronte, resa lurida dalla polvere e dal sudore. Mi asciugai il viso, appoggiandomi a un albero, per poi tastarmi il petto ancora dolorante per la corsa e scosso dai miei profondi respiri.
Un rumore di passi echeggiò per tutto il bosco, facendomi sussultare.
Stavano guadagnando terreno e i miei compagni non c’erano.
«Devo sbrigarmi» ansimai sottovoce, cercando di non accasciarmi al suolo vinta dalla stanchezza. Provai ad avanzare di un passo, ottenendo come risultato solo un altro crampo alle costole. Le mie condizioni erano peggiorate e il villaggio più vicino distava ancora parecchi chilometri. Mi fu chiaro che non avrei potuto muovermi senza soffrire ulteriormente e, di conseguenza, perdere forze preziose. Decisi, quindi, di rifugiarmi dietro un fitto cespuglio, per poi rilassare completamente i miei muscoli.
Poi il buio più totale.
Mi risvegliai con il profumo di terriccio bagnato e il ticchettio della pioggia sulle foglie e sul mio viso. Lasciai che l’acqua sciacquasse la ferita, contornata da sangue ormai secco.
Quanto avevo dormito? Non lo seppi fin quando non alzai gli occhi al cielo, notando che il sole stava lentamente tramontando.
Scostandomi dal collo i capelli, ormai bagnati, mi rimisi faticosamente in cammino, sperando di resistere almeno fino al calare della notte. Al quel punto avrei dovuto trovare necessariamente un riparo.
Un rumore improvviso mi mise in allerta, forse un ramo che si spezzava o, più semplicemente, un animale selvatico; afferrai un lungo bastone e lo scagliai con forza alle mie spalle. Solo dopo che si fu mosso mi resi conto che avevo rischiato di colpire un maestoso cervo che, rivolgendomi uno sguardo di oltraggiato, corse via.
«Diamine…» mormorai, tenendo gli occhi fissi sull’albero dove il mio bastone era rimasto incastrato, «Avrebbe potuto essere la mia cena quella»
Francia, correva l’anno 1578 o giù di lì, il cibo scarseggiava da tempo e ancor più dopo l’ascesa al trono di Xavier II. Ormai la povertà dilagava anche tra i ceti più nobili, come una macchia d’’inchiostro sui vestiti che continuava a espandersi. Gli aristocratici coprivano l’odore pungente del loro corpo con profumi stantii, perché anche l’acqua veniva razionata.
“Probabilmente gli uomini di Felipe saranno già al villaggio, mi conviene passare dalla scorciatoia sul fiume” pensai. Certo, sarebbe stato pericoloso e stancante, ma in ogni caso, rimaneva l’unica possibilità per sorpassare i miei avversari.
Il cantare degli uccelli che abitavano il bosco si stava affievolendo, segno che la natura era pronta per accogliere una nuova notte.
Fu dopo qualche decina di metri che avvertii il rumore dell’acqua contro le rocce e poi lo vidi: il fiume Ruisseau des Anguilles, maestoso come in molti lo avevano descritto e terrificante come pochi erano riusciti a raccontare dopo aver cercato di attraversarlo. Non mi feci intimidire dalle dicerie che arricchivano i flutti del fiume e mi sporsi per vedere oltre la riva opposta.
«In fondo è solo un mucchio d’acqua, no?» sussurrai, aggrottando le sopracciglia.
Afferrai una liana pendente da un albero alla mia destra, strattonandola per provare la sua resistenza; cedette, con mio sommo disappunto, ma non mi persi d’animo e ne scambiai altre due finché, a poca distanza, non trovai quella perfetta: non troppo spessa ma resistente.
Facendola scivolare tra le mani presi un po’ di rincorsa e poi, senza esitazioni, mi lanciai sul fiume.
Liberté.
Ecco cosa provai non appena le mie dita si staccarono dalla liana, quando il vento che soffiava fievole sul mio viso cominciò a sferzarlo con insistenza, quando i miei piedi vennero privati dell’appoggio sui quali si trovavano prima che saltassi. Il tessuto, liso, della mia camicia svolazzò facendomi assomigliare a un angelo e i miei capelli cominciarono a coprirmi gli occhi per poi, improvvisamente, essere rigettati all’indietro. Tutto finì nel momento in cui toccai la sponda opposta.
Strofinandomi le mani sui pantaloni cominciai a guardarmi intorno, così da accertarmi di non avere compagnia nemica.
«Beh, in fondo non era poi così difficile attraversare questo fantomatico “fiume della morte”» sospirai.
Fu al secondo passo che però scivolai, e un dolore acuto mi perforò le tempie; vidi le nuvole e gli alberi roteare, e mescolarsi, e ondeggiare fino a scomparire completamente.
L’oscurità mi avvolse.
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