LYA I - Le conseguenze delle sue azioni
Lya
Lya stava per vomitare.
Lo sentiva, era lì lì sul punto di farlo. Poteva avvertire la bile bloccata in gola, minacciare di risalire e venire fuori di getto. Da quanto tempo era che non si sentiva così? Invece ora non poteva più contare i giorni in cui avrebbe voluto sboccare. Era in viaggio da settimane, e per settimane si era ritrovata nauseata da ogni cosa, ogni paesaggio sconosciuto. Aveva perduto il conto dei momenti peggiori...
Aveva tuttavia contato i minuti passati a sognare di dare di stomaco a Vyen'arya.
La città degli schiavisti si era rivelata essere tutto quello che il nome lasciava a intendere: strade cupe, vicoli bui e piazzette abbandonate a loro stesse e a venditori di merce rubata. Le locande da due soldi brulicavano e, al loro interno, ogni sera venivano radunate file di schiavi in vendita. La notte in cui la carovana era giunta fin lì, Lya aveva intravisto un'asta sul punto di iniziare – le mani dei luridi acquirenti sollevate a puntare denari su giovani dall'aspetto impaurito e buoni a far da manodopera, o donne avvenenti e dagli sguardi tristi.
Tutto quello aveva fatto rizzare i peli di Lya, che si era figurata con terrore tra le fila dei futuri schiavi, in vendita al miglior offerente. Il solo pensiero l'aveva fatta irrigidire come i venti d'Oltre le Nevi, al punto che aveva rischiato di lasciarsi andare a una crisi isterica di proporzioni inaudite.
L'unico motivo per cui si era costretta a non dare di matto era stato lo sguardo rassicurante di Fidel Arcante, stretto nella minuscola gabbia accanto alla sua. Nelle ultime settimane, infatti, Lya aveva imparato a cercare la calma che andava mancandole nel suo sguardo bigio e ormai familiare, a volte accompagnato da flebili parole di conforto. Inizialmente, le frasi convinte di Fidel avevano sfoggiato la forza d'animo invidiabile dell'uomo, impressa nel tono di voce e nelle movenze, benché minime nello spazio ristretto. Con il passare delle settimane, però, qualcosa era cambiato – quasi ogni sera i briganti avevano iniziato a prelevare il vecchio dalla sua gabbia, conducendolo lontano dagli occhi di Lya; dopo ogni notte, la giovane si era risvegliata di soprassalto soltanto per trovarsi davanti qualcuno di sempre diverso, un po' più cupo, un po' più debole.
Giorno dopo giorno, Fidel Arcante era andato perdendo la verve che lo aveva distinto dal primo momento, arrivando a dimenticare quel bagliore entusiasta che Lya aveva riconosciuto in lui nonostante la prigionia, e che le aveva dato la forza necessaria per resistere fino a Vyen. La ragazza aveva tentato di capire cosa fosse accaduto, in quelle notti, cercando sul viso di lui segni di percosse o violenza... a occhio nudo non aveva trovato nulla, però, a parte il colorito sbiadito della pelle un tempo lucida del vecchio, che si era spenta lentamente fino a renderlo un'ombra di ciò che era stato il suo compagno di prigionia.
Si sta lentamente spegnendo... loro lo stanno spegnendo.
Non sapeva cosa gli stessero facendo quei maledetti briganti e non sapeva neppure come ci stessero riuscendo, con un uomo della stazza e fierezza di Fidel... ma Lya vedeva la sua pelle, scrutava i cerchi che segnavano i suoi occhi stanchi e riconosceva la lenta degenerazione che alcuni veleni potevano causare, che a volte aveva visto entrare in azione durante furti nei luoghi più disparati. Nient'altro avrebbe potuto logorare una persona da dentro a quel modo – non con la stessa violenza. Solo del veleno.
E anche bello forte
Ma perché avvelenarlo? A cosa gli sarebbe servito, da morto? Non che Lya avesse idea di cosa gli servisse da vivo, in effetti, ma la paura che potessero farlo fuori e passare dopo a lei... per quanto egoistica, la coglieva ugualmente.
Quale sarebbe stato il futuro peggiore? Una dolorosa schiavitù o una morte meschina, per mano di un branco di idioti che pensavano di poter fare di lei qualsiasi cosa volessero?
Entrambe le alternative fanno schifo... maledizione.
Doveva fuggire. Doveva trovare un modo per scappare.
«Cammina, mocciosa» le grugnì nelle orecchie Ruìz, uno degli scagnozzi di Creòn, lo stesso che più volte si era fatto avanti per occuparsi di lei. Lya aveva avvertito da subito il piacere perverso con cui Ruìz tentava di tormentarla, e la conferma era arrivata quella notte, quando lo schifoso si era calato le braghe e aveva provato a levarle anche a lei, cercando di tirarla verso una delle tende più piccole della carovana.
Lya non l'aveva presa bene, ovviamente. Venire catapultata in una situazione simile era sempre stata una delle sue più grandi paure; vederla realizzarsi, però, non l'aveva paralizzata come aveva temuto. Piuttosto, la giovane aveva risposto nel modo più feroce possibile: aveva morso quel porco con forza e rabbia, strappandogli carne e grida di dolore.
Le aveva fatto schifo, ma aveva provato anche una soddisfazione ancestrale al suono melodioso delle sue urla.
Poi l'avevano trascinata da Creòn, e nella locanda aveva incrociato lo sguardo di quel ragazzo dai lunghi capelli dorati, la fiamma un bagliore sul viso.
La fiamma... e quel modo altisonante e nobile di porsi.
Non per Ruìz, non per gli schiaffi, non per Creòn – era stato per quel ragazzo che Lya aveva sentito, improvvisamente ma con certezza disarmante, di dover vomitare.
È lui. La sfortuna mi tormenta ed è veramente lui.
Lo stesso giovane che aveva incrociato nella locanda dei Tre Cani, che le aveva permesso di portare avanti la sua missione... su cui aveva temuto di aver intravisto un tatuaggio che ricordava fin troppo bene e che avrebbe voluto dimenticare. Aveva avuto i capelli legati, quel giorno, cosa che l'aveva aiutata a negare a se stessa il ricordo che aveva premuto contro la sua memoria. Quella notte, tuttavia, a Vyen'arya era stato fin troppo semplice fare il collegamento: l'oro sul suo viso era stato il primo schiaffo, seguito dai capelli lunghi e sciolti ad accarezzargli le spalle.
Era veramente lui, il bambino incrociato nella casa di Weland, legato come un salame e alla sua mercé. Lo stesso che Lya aveva derubato oltre dieci anni prima, di cui portava al collo il ricordo costante: la collanina d'oro che gli aveva sottratto. Era stato semplice liberarsi del bambino, l'ultima volta... l'aveva lasciato mezzo legato, con solo un coltellino per liberarsi. Adesso, però, sbarazzarsene non era neppure una questione.
Era lei, quella legata.
La Natura mi odia e ora... ora questo.
Se lo sentiva, che per l'alba avrebbe vomitato.
Rispose a quel porco di Ruìz con un ringhio sommesso, non del tutto convinto. La nausea la stava facendo cadere a pezzi e solo l'orgoglio la teneva in piedi, la testa alta e lo sguardo puntato sulla gabbia verso cui la stavano riconducendo. Fidel non era ancora tornato nella sua piccola cella – dovevano star giocando con lui anche quella notte, per strappargli un altro pezzo di sé. Ne avrebbero lasciato un guscio vuoto e miserabile...
Lya non riusciva a frenare quella valanga di pensieri e il pessimismo che l'annientava. Più i giorni si susseguivano, più le sembrava quella situazione andasse sempre più a rotoli.
Non ci fermeremo a Vyen. Non gli interessa far soldi alle aste.
No, volevano portarli fino ai Cancelli di Ossidiana, al confine con Chev. Così avevano detto nella locanda, a quel ragazzo, e così sentiva mormorare attorno a sé tra i briganti che domandavano e ottenevano risposta.
«Ci vorrà un po', ma la paga è buona» ridacchiò un omone barbuto ai suoi compagni, proprio mentre Lya lo superava
Per tutti i canti della Natura...
Ruìz spinse Lya nella gabbia senza sopprimere un sogghigno malizioso, sfruttando l'occasione per sfiorarle il seno da oltre la stoffa della camicia. La giovane reagì tentando di mollargli un calcio e venendo spintonata immediatamente con uno sbuffo seccato.
«Un giorno di questi ti aiuterò a essere meno frigida.»
«E io ti staccherò sul serio le palle a morsi» sibilò lei, vedendolo scrutarla torva e lasciandola lì, a rannicchiarsi verso l'estremità opposta della gabbia. Nonostante le minacce che riusciva a sussurrare, la nausea la faceva ancora da padrona e il terrore di finire per vomitare da un momento all'altro la soggiogava. La testa le girava vorticosamente e l'odore ferroso del sangue – suo o di Ruìz che fosse, non lo sapeva – era ovunque.
Poggiò il capo alle sbarre e chiuse gli occhi, cercando di respirare a fondo e ignorando il puzzo terribile che le saliva su per le narici. Sentiva le risate della Banda della Luna tutte attorno e l'ansia di udire una nuova voce, sconosciuta e proprio per questo ben distinguibile, era in tutto e per tutto una lenta tortura.
Il Marof – perché di Marof si trattava, uno sporco mutaforma – si sarebbe unito a loro. Sarebbe partito con la carovana perché era un servitore di Chev, uno schifoso farabutto che apparteneva a quel regno che da Lyede sapeva solo prendere senza mai restituire. Razziare, senza mai aiutare a rinvigorire.
Lya avrebbe dovuto lasciarlo morire, o abbandonarlo alla sua fine senza porgergli neppure quel misero coltellino con cui, evidentemente, era riuscito a liberarsi nella casa di Weland.
Ma è tardi per pentirsi, Lya.
Avrebbe dovuto, ma era stata debole e ora ne pagava le conseguenze.
Adesso era lì, e non aveva idea di come fare a scappare.
***
Note autrice: ed è il turno di Lya! Che ovviamente è di una felicità inaudita a essere in mezzo alla Banda della Luna, in compagnia anche di... beh, James.
Che dire... mentre pubblico vado avanti con la storia e rido. Mi mancava proprio poter scrivere di questi personaggi! Spero sia piaciuto anche a voi leggere e, se sì, non esitate a farmelo sapere con messaggi di fumo o simili u.u
A presto!
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