JAMES I - La Luna Storta
James
James Darbre Marof giunse a Vyen'arya che i pensieri nella sua mente erano tanti quante le seccature che quel viaggio gli aveva riservato, insieme a tutte quelle che gli avrebbe regalato nel tempo che ancora doveva sprecare a Lyede prima di fare ritorno a Chev.
Si era separato dal principe Vladimir I Darui ormai da settimane, per viaggiare esclusivamente nella sua forma animale: un pappagallo dai colori maestosi, come amava definirli lui stesso, dalle movenze decisamente più aggraziate e nobili di quelle dei suoi simili pennuti.
Aveva attraversato foreste e praterie scendendo a Sud, sempre più a Sud fino ad arrivare a Vyen, l'arya più famosa dell'estremità orientale di Lyede, al confine con il regno di Orwey.
Quello stesso regno era stato un tempo fedele alleato dell'occidente... ora, però, era fedele a un re soltanto: lo stesso sovrano a cui anche James aveva chinato il capo e che lo aveva separato dal principe, infangando ancora una volta il nome della casata a cui apparteneva, spedendolo a gestire gli affari del regno in una città di malfamati, schiavisti e assassini.
Come fosse un servo qualunque, come non fosse un Marof, membro di una delle famiglie più antiche e valorose delle Terre del Tempo.
Sembra quasi ci goda particolarmente a umiliarmi.
Sentiva di meritare molto meglio di così.
L'amaro in bocca sarebbe difficilmente passato, ma James avrebbe provato a sopportarlo. Un giorno il suo nome sarebbe stato di nuovo rispettato, un giorno le fatiche affrontate per assicurarne l'onore preservato gli avrebbero assicurato compiti a lui ben più consoni, sotto il regno di un sovrano giusto come Vladimir sarebbe stato.
Fino ad allora non poteva far altro che continuare a chinare il capo, ancora e ancora.
Adesso il sole stava calando, celando nell'oscurità le brutture di quella città e facendola apparire alla pari di una qualsiasi arya dormiente. James sapeva, però, come i vicoli di Vyen nascondessero in realtà taverne in cui ogni notte venivano messi all'asta nuovi schiavi, così come bordelli frequentati dai peggiori assassini dei regni di Lyede e Chev messi insieme – rifugi di ribelli e malviventi.
Per tutti i canti della Natura - quanta feccia.
James Darbre Marof odiava quel posto, e ne era anche vagamente disgustato. Tuttavia, ciò non lo fermò dall'avanzare a becco alto e piume in fuori, alla ricerca di un negozio di vestiti adatti alla sua forma umana, per quando l'avesse ripresa. Se avesse dovuto presentarsi di fronte a malviventi e assassini l'avrebbe fatto perlomeno indossando abiti puliti e profumati, adatti ai suoi svariati titoli: Scienziato della Corte di Chev, Primo del Principe ereditario, Fiamma dell'Occidente, Ultimo Marof della sua generazione e Designato del re, legato attraverso un patto di sangue al principe ereditario Darui.
Se non erano quelle, garanzie di nobiltà e ingegno, allora non sapeva veramente cosa potesse esserlo.
Quell'ultimo pensiero gli riportò alla mente la cerimonia avvenuta mesi prima dove, grazie alla sacra lama di Durlindana, James aveva accettato di legarsi a Vladimir versando il proprio sangue sui petali dorati della spada. Certo, il risultato non era stato esattamente quello descritto nelle leggende, fatto di pensieri intrecciati tra loro e sentimenti condivisi, del bagliore che avrebbe dovuto suggellare il legame di sangue tra i due amici...
Ma si sapeva: più una storia era antica, più il popolino aveva avuto tutto il tempo di esasperarla. Il bisogno di eroi, d'avventura e mistero, era sempre una fonte ineguagliabile di finzione.
La vera cerimonia è stata molto più noiosa.
James non era un eroe e neppure si considerava tale. Ovvio, le avventure non gli erano di certo mancate – soprattutto nell'ultimo periodo! – e il suo fascino misterioso e intellettuale era stato più volte decantato dalle dame di corte... tuttavia, questo non lo rendeva un eroe. Almeno, non del tutto.
Era comunque quanto di meglio un non-eroe potesse aspirare a diventare.
Quel pensiero veritiero lo spronò a volare ancora più velocemente, infiammando il suo desiderio di tornare a Chev in tempo per la tradizionale danza delle foglie, dove tutte le dame invitate a castello si sarebbero susseguite tra le sue braccia pregandolo di farle sue. Avrebbe danzato, avrebbe donato e preso piacere – finalmente avrebbe avuto un attimo di pace, per se stesso e per le donzelle a corte.
«Joshua, vieni subito qui!»
Il tono squillante di una madre irata attirò la sua attenzione dall'altro lato della strada. Bassina e dal viso a forma di cuore, la donna agitava un braccio verso un bimbo molto simile a lei, dai capelli rossicci e fare giocoso. James lo vide osservare con curiosità un gruppo di uomini dall'aspetto losco e sporco che avanzavano a passo sicuro lungo la stretta via.
Ladri, malfamati e farabutti. Che orrore.
Pochi secondi dopo il richiamo, il bambino corse in braccio alla madre, impaurito, e quella lo accompagnò in casa prima di tornare fuori per continuare a stendere i panni.
Fu a quel punto che James fece segno alla sua vita del sole di seguirlo, abbandonandola tra le tegole dell'edificio con un'occhiata di avvertimento – portava pur sempre il suo sacchetto di monete d'oro sul dorso peloso – e virando in volo verso la signora dal viso gentile. Si adagiò con la propria innata grazia sulla fune dove quella stava appendendo i panni, sprimacciando le piume ed esordendo con un: "Gentile signora" di tutto rispetto. Cercò di imprimere serietà nel tono di voce, mantenendolo altisonante come solo quello di James Darbre Marof avrebbe potuto essere.
La donna lo fissò per lunghi istanti, lasciando poi cadere i vestiti bagnati a terra e tirando uno strillone che fece tremare i muri.
In seguito a quella reazione esagerata, per il povero James fu un'impresa riuscire a ottenere indicazioni. Tentò di parlarle con fare comprensivo, provò a dialogare civilmente senza molto successo – per quello capitolò e riassunse la sua forma umana, apparendo davanti alla donna nudo come la Natura l'aveva fatto e strappandole nuovi strilloni di vario tono e altezza vocale.
Primeggerebbero tra i musicisti più abili della corte.
James era lungi dallo smettere di stupirsi.
Era curioso, come quei popolani rispondevano alle sue trasformazioni e alla magia in generale. James aveva trascorso buona parte della sua vita tra i libri, a scoprire nuove culture e linguaggi, storie e usanze... quelle di Lyede in particolare, di come nessuno fosse più abituato al contatto ravvicinato con la magia e di come, di conseguenza, le sue abilità avrebbero potuto lasciare il popolino interdetto.
Poi si era ritrovato faccia a faccia con le stesse persone che, quelle storie che lui aveva solo letto, le avevano vissute. Il popolo di Lyede si era rivelato una fauna del tutto nuova da sperimentare di persona e, nonostante l'immensa cultura, James aveva scoperto una certa difficoltà a farsi accettare in contesti magici.
Era diffidente, quella gente. Diffidente... ma in fondo anche divertente da osservare.
Ma io non sono qui per motivi di studio.
James aveva una missione da portare a termine e non poteva lasciare troppo tempo a studi che, ne era certo, lo avrebbero affascinato. Ci sarebbero state occasioni però, in futuro, anche se non in quel luogo e tra chissà quanti anni.
Procurati i vestiti puliti, si avviò in fretta e furia alla sua destinazione.
Il sole stava tramontando quando lo scienziato di corte mise piede nell'ostello della Luna Storta, il luogo in cui la sua vita del sole lo aveva condotto e dove si sarebbero tenute le trattative a cui il re desiderava attendesse.
Sarebbe stato i suoi occhi, sarebbe stato il suo portavoce alla Luna Storta.
Un nome, una garanzia.
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