Capitolo 4
ANNA'S POV
"Cos'è stato quello?" mi chiedo camminando lungo la via di casa. Non riesco a trovare risposta a questa domanda.
È stato tutto un casino: mi chiede della mia infanzia e non gliela dico, gli chiedo di lui e non ottengo risposta, quindi so solo il suo nome. Per il resto zero.
Dopo un quarto d'ora di camminata, arrivo finalmente a casa ed entro dentro. Subito sento odore di lasagne.
"Ciao mamma!" Grido per avvisare mia madre del mio ritorno.
"Ciao tesoro!" Mi viene incontro, sbucando dalla cucina e mi da un bacio sulla guancia.
"Che hai fatto di bello?"
Glielo devo dire?
"Ho conosciuto un ragazzo di cui so solo il nome."
E una vita incasinata, suppongo continuo mentalmente.
"E non avete parlato?" Mi chiede, portandomi con lei in cucina.
"Si, ma ha la solita vita. Così mi ha detto." Mento, cercando mentalmente un altro argomento.
"Okay, ho capito che non vuoi parlarne, ma almeno vuoi dirmi il nome?"
"Marco. Finito?"
"Sì."
"Allora, che hai preparato di buono per stasera?" Cambio argomento, sapendo che adesso si imbatterà in una profonda spiegazione su ciò che ha preparato.
Dopo circa mezz'ora di spiegazioni, mangiamo.
Quando finiamo, lavo i piatti ed esco fuori per sedermi sulla poltrona sotto la veranda, portando un libro di Nicholas Sparks con me.
Passo la seguente ora a leggere, vedo l'orario sul cellulare e decido di andare a letto.
Oggi è stata una giornata molto intensa, ma come inizio niente male.
Mi faccio una doccia e vado a dormire.
* * *
Mi sveglio all'alba a causa dei raggi del sole, mi vesto e con mia grande sorpresa vedo mia madre già sveglia.
"Mattiniera oggi?" Le dico essendo rimasta agli accordi presi a casa.
Inizio flashback
"Mamma, quando andremo a Long Beach ci sveglieremo presto, che ne dici?" Le dico con uno sguardo divertito.
"Cosa? Tu stai male, figlia mia. Cosa ne dico? Dico che, per la prima volta in vita mia, voglio passare una settimana diversa: ci svegliamo alle nove, facciamo una colazione veloce veloce e ci piazziamo sulla spiaggia fino alla sera. Esclusi i pasti, questo è chiaro."
"Wow mamma, chi ti ha rubato? Questa non è la mamma che si sveglia alle sei di mattina, che alle sei mezza mi sveglia con una campana urlando:
"Un nuovo giorno è arrivato, è ora di svegliarsi.", per poi scendere in cucina e preparare la colazione. Sono del parere che la notte ha avuto uno strano effetto su di te."
"Certo ridi te, arriviamo lì e poi vediamo"
Scoppiamo entrambe a ridere, anche se so perfettamente che lei non si sveglierà alle nove.
È come ordinare ad un coccodrillo di volare: impossibile.
Fine flashback
"Lo so, lo so. Mi sarei dovuta svegliare molto più tardi. Facciamo che iniziamo da domani, ok?"
"Certo mamma. Anche se so che io riuscirò a svegliarmi alle nove. Sai com'è, devo recuperare le ore di scuola, tu no!"
"Credi? Anch'io devo recuperare le notti insonni che mi hai fatto passare quand'eri neonata. È meglio che non te ne parli. Rimarresti stupita."
"Un giorno me le racconterai?"
"Forse"
Eh sì, mia madre non mi ha mai descritto le notti che le ho fatto passare da neonata. Dice sempre frasi del tipo: "Rimarresti stupita" o "Ti considereresti Super Man. A parte che Man non sei, quindi archivia subito l'idea."
Frasi così che mi fanno almeno intuire che facevo cose anormali, ma a quanto sembra, divertenti.
Lo scoprirò, lo scoprirò.
-Ci riuscirai davvero?- mi dà il buongiorno il mio subconscio.
-Oh, buongiorno anche a te? Hai intenzione di torturarmi molto oggi?-
-Dipende da quello che fai. Sai che io commento o ragiono con te delle cose che fai. Preparati per una lunga giornata.-
-Certo, a dopo.-
Ok, so che il mio subconscio mi torturerà e non avrà pietà.
-Come minimo. Ricorda, con amore lo faccio!-
Ecco, questo è un esempio. Decido di ignorarlo, saluto mamma e vado a fare una passeggiata rivamare.
Arrivata in spiaggia, mi tempestano un'ondata di ricordi: ricordi della mia infanzia e li accolgo, belli o brutti che siano.
Inizio flashback
"Papà, papà! Mi metti sulle spalle?"
"Certo! Vieni, ma vedi di non farmi male, sai che ho lavorato tutto il giorno e lo faccio solo per te. Intesi?"
"Certo!"
Mio padre mi prende in braccio, mi mette sulle spalle e inizia a camminare, facendo battute divertenti e scherzando con me.
Fine flashback
Questo è uno dei pochi ricordi che mi rimangono di mio padre. Uno dei pochi ricordi positivi.
Mio padre? Mio padre era una persona divertente, un tipo giocherellone, scherzoso a quei tempi, il padre che tutti vorrebbero. Io lo consideravo il padre perfetto, dedito al lavoro, il padre che si impegnava a non far mancare nulla alla propria famiglia, ma come dice il grande Nicholas Sparks: "A volte la gioia è soltanto un'illusione."
Questo fu quello che sperimentai sulla mia pelle fin da adolescente; mio padre divenne una persona a me sconosciuta a causa dei cambiamenti che, giorno dopo giorno, vedevo in lui: sguardo tetro, fiato che odorava d'alcool, parole e urla sprezzanti, umilianti rivolte a me e a mia madre, ma soprattutto, sul viso di mio padre non vidi mai più un sorriso.
Lo so, può sembrare strano: l'essere umano è l'unica specie dotata della possibilità di mostrare la propria felicità in modo estroso, eppure lui sprecava questa possibilità.
Avevano ragione coloro che dicevano "Più una cosa è speciale, più la gente tende a darla per scontata".
Ma la cosa più brutta è che io ho fatto la stessa fine: sorrido veramente di rado e di questo me ne pento, me ne rammarico perché ho fatto la stessa cosa che ha fatto mio padre. Ho smesso di sorridere e ho dato campo libero alla tristezza. Ho dato alla tristezza la possibilità di rendermi sua schiava. Perché sì, è così che mi sento: schiava di questa tristezza.
Prendo il cellulare, mi rendo conto che è ora di andare così, dopo circa mezz'ora di passeggiata, arrivo a casa e decido di andare a fare una doccia veloce.
Finita di fare la doccia, pranzo con mia madre e dopo aver finito, esco e vado a sedermi sulla poltrona sotto la veranda per continuare a leggere il libro che ho iniziato il giorno prima.
Improvvisamente arriva un messaggio sul cellulare, lo sblocco e vedo che è un messaggio promozionale.
Mi viene in mente che ho il numero di Marco così gli mando un messaggio.
*Ciao. -A*
Dopo due minuti:
*Ciao. Anna?*
*Sì*
*Leggi?*
*Cosa? Come lo sai?*
*Vedi la casa affianco alla tua? Ecco casa mia.*
No vabbè! Alzo lo sguardo, mi giro e lo trovo davanti al portone con lo sguardo fisso su di me.
Io lo guardo in modo interrogativo e lui viene verso di me con quel suo sorriso, con quei suoi occhi verdi profondi, pieni di tante storie vissute e all'improvviso mi ritorna in mente quella frase:"È che potresti scappare da me se te lo dicessi."
Possibile che la vita di tutti quelli che conosco è o era incasinata?
"Ciao Anna."
"Ciao Marco, siediti." Lui si avvicina e si siede sull'altra poltrona.
"Leggevi." Mi dice con tono ovvio, guardando il libro.
"Ehm, si..."
"Cosa leggevi?" Gli passo il libro e ne legge il titolo.
"Il bambino che imparò a colorare il buio?"
"Sì, quindi?"
"No, niente..."
"Dimmi che ti gira in quella tua testa."
"È il mio libro preferito." Dice portando lo sguardo verso il giardino. È in imbarazzo? E se sì, perché?
"Perché sei imbarazzato?"
"No, soltanto mi meraviglio di me stesso perché non l'ho mai detto a nessuno."
"E perché proprio a me?"
Cos'ho di speciale? Perché gliel'ho chiesto? Dio, perché non riesco ad avere la bocca chiusa?
"Perché sei l'unica che mi fa rimanere a corto di parole, l'unica a cui ho mai chiesto scusa, l'unica che mi ha chiesto scusa, l'unica a cui ho mai chiesto di rimanere, l'unica che ho guardato negli occhi."
Mi confessa e non so cosa pensare di tutto questo che mi ha detto.
Quanto può essere incasinata la sua vita se mi viene a dire che non gli hanno mai chiesto scusa, se mi viene a dire che non ha mai chiesto scusa?
In che senso sono stata l'unica che ha guardato negli occhi?
Tutti questi perché mi stanno facendo scoppiare la testa e non riesco a formulare una risposta per Marco.
Ma nonostante tutti questi perché, nonostante tutte queste domande sento le farfalle nello stomaco. Ma che diamine?
"Non dici niente?" Interrompe lui il flusso dei miei pensieri. Non so cosa pensare, cosa dire. Non riesco a fare niente in questo momento... sono in uno stato di trance. Insomma, è pure un giorno che ci conosciamo niente di serio; abbiamo solo parlato un po'.
"Anna."
Non riesco a rispondere, non sono più padrona della mia testa, nemmeno lei è più padrona di se stessa quindi mi meraviglio.
"Anna." Mi richiama Marco e finalmente riesco a voltarmi verso di lui.
Cosa gli dico?
"E cosa potrei dirti? -Non sono speciale, ma grazie lo stesso?-"
"Anna, ma hai visto i tuoi occhi?"
"Sì?"
Tutti mi hanno sempre detto che avevo degli occhi stupendi. Sì, ho sempre dato abbastanza importanza agli occhi, cioè mi hanno sempre affascinato, ma io non ho mai dato importanza ai miei occhi... forse perché arrivata ad un certo punto non mi importava più nulla.
"Sono stupendi, Anna." Mi dice, fissandomi.
Okay, ora, seguendo il copione di un qualche film, ci scappa il bacio e io non voglio.
Diamine i suoi occhi... si sente un'elettricità ingestibile... la sua mano si appoggia sulla mia guancia.
Lo guardo e so perfettamente cosa sta per succedere. Non voglio, ma allo stesso tempo voglio... come faccio?
"Marco, no." Dico prima che possa ripensarci.
Non possiamo. Non posso io.
Mi alzo e vado verso la città. Dapprima sento brividi, la sua mano solo quelli portava, ma poi rabbia. Tanta.
Conosco solo il suo nome, figuriamoci, neppure il cognome e lui vuole baciarmi.
Ormai corro per la rabbia, questa rabbia che mi porta al pianto. Perché ho questo difetto? Piangere di rabbia?
"Anna, aspetta!" Sento gridare da dietro.
Mi giro e gli chiedo:"Cosa vuoi Marco? Cosa vuoi?"
"Vorrei che tu mi lasciassi spiegare."
"Cosa, Marco? Cosa? Il fatto che tu abbia cercato di baciarmi? Oppure l'avermi presa per una scema ieri, quando mi sono scontrata con te? Cosa vuoi, Marco? Vuoi che ti lasci fare quello che vuoi tu, Marco? Io non mi fido di nessuno! Nemmeno della mia stessa ombra! Figuriamoci di uno con cui ho parlato, passeggiato e che ha tentato di baciarmi e del quale io non so niente! Il nome solo, nemmeno il cognome! Ah giusto, so qual è il tuo libro preferito. Io non so niente di te, come tu non sai niente di me.
Non sono una marionetta con la quale puoi fare i tuoi grandi numeri, Marco! Se è questo che tu vuoi fare con me, cercati qualcun'altra con cui giocare.
Io non sono una marionetta!" Concludo col fiatone per il lungo discorso.
-Okay Anna, da quand'è che fai discorsi alle persone?- mi chiede con una nota sarcastica il mio subconscio.
-Da quando le persone come Marco si prendono la briga di baciarmi senza conoscermi!- grido mentalmente all'odioso subconscio.
"Volevo che tu mi lasciassi spiegare perché ho provato a farlo. I tuoi occhi Anna, quando li guardo mi ci perdo, poi tu che mi fissavi rendevi le cose peggiori e io ho perso la ragione." Cerca una scusa. Perché questa è: una scusa.
"Non cercare di dare la colpa a me!" Urlo, avvicinandomi.
"Non cercare una scusa!"
"Anna guardami negli occhi e dimmi che sto cercando una scusa, se è quello che tu credi."
Non lo conosco bene. La voce sembrava sincera, ma siccome il proverbio dice:"Gli occhi sono lo specchio dell'anima" voglio la prova del nove, anche se ho paura di guardarli perché potrei perdermici.
Alzo lo sguardo e vedo i suoi occhi. Vedo che mi ha detto la verità, glielo si legge in quei suoi occhi verdi.
Mi sto perdendo, me lo sento ed è meglio che dica qualcosa, subito.
"Non credo che tu stia cercando una scusa." Dico e lo oltrepasso, perché non so cos'altro potrei dirgli oltre la verità.
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