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Capitolo 23

ANNA'S POV

"Bello, vero?" Dice una voce sconosciuta, così mi giro e noto un ragazzo sui vent'anni, magro, con degli occhi marroni dal colore intenso.
Mi ritrovo sempre e comunque a contemplare gli occhi delle persone, forse perché sono ciò che fanno capire le emozioni e i sentimenti delle persone più di ogni altra cosa. Sono lo scrigno delle nostre emozioni, di solito.

"Sì, moltissimo. Hai presente quando guardi un qualcosa di antico e immediatamente ci si sente una briciola di fronte alla testimonianza che il tempo passa? Hai presente quando tu più guardi un monumento e più non riesci a smettere di contemplare la genialità, nonostante tutto, delle persone?" Chiedo fissando il monumento che mi si ritrova di fronte, notando ogni minimo particolare, dal più evidente al più piccolo.

"Ho presente, ho presente e forse è proprio questo a dar valore a questa nazione. Ma dimmi, non sei italiana giusto?" Mi chiede il ragazzo e allora io rispondo:

"No, non sono italiana. Mia madre lo è. So l'italiano perché l'Italia mi è sempre piaciuta. È una nazione piena di storia e cultura. So l'italiano perché speravo da sempre in un viaggio in Italia." Continuo a guardare il Colosseo e sento il ragazzo chiedermi il motivo per il quale io son venuta proprio ora qui. E se fino ad ora avevo guardato il monumento meravigliata, cercando in tutti i modi di non guardarlo in faccia, alla sua domanda mi giro e lo guardo attentamente negli occhi, solo questo.
Lo fisso per vari minuti, poi mi volto e invece di rispondergli, osservo le persone correre, parlare, stare a telefono, camminare e mi sento l'unica a star ferma in questa città movimentata. È come se fossi in un altro luogo.
Non so per quanto tempo fisso la gente, ma per quanto mi voglia sforzare di essere contenta, no, non lo sono. La gente scappa, scappano tutti. È questo a far male. Fa male avere la consapevolezza di esser fuggiti per colpa di una paura troppo grande da sopportare. Ci ha fatto male ed è fuori dalla nostra vita che deve stare. Poi c'è Marco che come al solito riempie i miei pensieri. Non dico che voglio dimenticarlo, ma voglio solo dimenticare di pensare a tutto. Voglio solo avere la possibilità di provare a vivere senza troppi problemi che mi attanagliano la testa.

Mi concentro su una persona in particolare e la fisso fino a che non mi volto e prendo coscienza di aver fatto andar via anche quel ragazzo.
Bene, ho allontanato tutti oggi. Sembra il mio lavoro. Mi riesce bene, dovrebbero darmi la patente come Chiarchiaro del grande Pirandello.
Proprio quando sto per rialzarmi sento due mani spingermi sulla panchina al fine di farmi sedere nuovamente. Mi giro timorosa e noto il ragazzo di prima e mi chiedo quale sia il motivo della sua presenza qui.

"Ehi, perché sei rimasto qui?" Chiedo io, con curiosità, guardandolo negli occhi e cercando di intuire una risposta che però non trovo.

"Come saresti tornata a casa?" Mi guarda con un sorriso beffardo che non ricambio a causa della consapevolezza di non sapere la strada per ritornare a casa. La via in cui si trovava la casa è Via Napoli quindi, se lui vive qui può aiutarmi a ritornare da dov'ero venuta.

Dopo avergli detto la via, lui dice della poca lontananza che c'è tra il Colosseo e la via in cui deve portarmi.
Durante il tragitto nessuno dei due spiccica parola, ma ad un certo punto lo vedo fermarsi e guardarmi, scrutarmi nel profondo, con uno sguardo serio, fin troppo, facendomi sentire in soggezione.

"Qualcosa che non va?" Chiedo io, un po' imbarazzata dalla situazione.

"No, solo mi chiedevo il perché della reazione di prima alla domanda che ti ho posto riguardo al tuo arrivo qui. Sono un estraneo e sai, si dice che con gli estranei ci si sfoga proprio perché non sanno chi sei. Se vuoi, puoi sfogarti. Sono un estraneo, proprio come ti è estranea questa città e tutto il suo movimento. Sai, a volte la odio questa città. Non per il caos né tantomeno per la ricchezza culturale - su quella non ho nulla da ridire, non sia mai -, ma per le persone che sembrano solo esistere in questa città, senza darle il giusto valore, disprezzandola. Odio lo stato in cui le periferie si ritrovano e... no, devo smettere di parlar male di questa città, sei una turista e da bravo romano dovrei lodare Roma, parlarti solo della cultura che le persone hanno creato. Sai cosa, ti porto ai Fori Imperiali. Sai com'è devo mantenere le vesti del romano che ti fa contemplare la parte bella della città." Dice, passando da un argomento ad un altro e giuro, non ci sto capendo nulla, troppe informazioni. Cioè, in realtà sono poche, ma va bene così, dire cose senza senso. Si è chiesto perché io mi fossi comportata in quel modo alla sua domanda e io non so se dirgli la versione integrale o il riassunto.

"Ehm... ci sei?" Mi sventola la mano davanti il volto il ragazzo dal nome sconosciuto, un po' perplesso.

" Mi sono comportata in quel modo per un motivo particolare. Sai, la causa per cui sono qui ora è alquanto negativa, non vorrei parlarne, non mi va e poi sono uscita in qualche modo per liberarmi dei pensieri che mi attanagliano la testa anche se, come hai avuto occasione di constatare, non ho fatto altro che riflettere su me, su ciò che mi è accaduto, sul ruolo che ricopro. Insomma..." Mi fermo e mi siedo su di un muretto, venendo seguita anche dal ragazzo.
" Insomma, non vorrei lamentarmi troppo, ma ho bisogno di sfogarmi e dire ad alta voce ciò che penso. Il peso delle situazione mi sta uccidendo da troppo tempo oramai. Versione integrale o riassunto?" Chiedo io, anche se in realtà desidero che scelga la seconda opzione.

" Di' ciò che vuoi, non importi limiti se non vuoi." Mi consiglia e io allora inizio a parlare, come se non ci fosse un domani, di tutto ciò che ho passato.

"Credo sia importante vivere la vita che desideriamo, ma se non si ha la possibilità di poterlo fare, a volte devi semplicemente lasciar stare e accontentarti." Inizio, ma vengo fermata dalle sue parole.

"Così esisti, non vivi."

"A volte esistere ti fa vedere il mondo da una prospettiva diversa. A volte esistere ci rende solo un po' schiavi della vita che ci circonda, rendendoci reduci di battaglie che non abbiamo vinto, ma questa è una situazione in cui tutti gli esseri umani prima o poi si troveranno per un lasso di tempo. A volte vivere è troppo complicato per farlo davvero. A volte esistere e lasciarsi guidare dal caso è una scelta che impone anche le sue regole di smarrimento e Mattia Pascal, come tutti, non sapeva cosa gli sarebbe accaduto successivamente né tantomeno faceva nulla affinché potesse contribuire a crearsi delle vicende. In quel caso, però sarebbe stato destino, una conseguenza delle nostre scelte e delle scelte altrui. Quindi sì, ora mi lascio guidare dal caso, vivo la vita al giorno, divento un'inetta e mi va bene. Sono troppo debole per combattere le avversità della vita e mi va bene chiudermi in me stessa. Esisto per fare volume. Mi lascio trasportare passivamente dalle vicende che mi circondano, vivendo una vita senza senso. È il caso che m'accompagna. Ho pagato un biglietto al Caso che mi porta dovunque esso vada. Un biglietto senza destinazione. Sai, fa male fingere di star bene. È odioso, ma allo stesso tempo fonte di salvezza. È come la natura di Leopardi: fonte di conforto e al tempo stesso artefice dei nostri mali." Mi fermo e lo guardo, fisso negli occhi, con la diffidenza verso la vita ad ornare lo sguardo.

"Vorrei mi dicessero che va tutto bene, che per una maledettissima volta non sono obbligata ad esistere, non devo vivere per forza come un fantasma, ma ora come ora non c'è nulla di sbagliato nella sofferenza quindi sì, il masochismo ed io formiamo una bellissima coppia." Trattengo il respiro e mi soffermo su quello che ho detto..

"Non c'è nulla di sbagliato nella sofferenza..." Fa eco alla frase che ho detto, poi continua. "Andrà tutto bene, sai, puoi semplicemente vivere e far sì che i tuoi sogni possano diventare realtà, ma, come hai ben detto, a volte si è troppo deboli per combattere le avversità della vita. Sei forte tu, però. Non sopporteresti tanto altrimenti. Il peso dei pensieri a volta soffoca, ma tu invece lasci sempre che in qualche modo possano essere più leggeri di come sono in realtà. Sei capace di nascondere i tuoi pensieri, riducendoli in vapore e solo quando ne hai la possibilità, ridurli di nuovo pensieri. Sei curiosa..." Afferma lui e io, da perfetta idiota, non rispondo, non con discorsi troppo lunghi.

"Ti ringrazio di avermi ascoltata e di avermi sopportata nei miei pensieri, sei bravo ad ascoltare e talvolta le lodi vanno fatte. Ora, però, credo di dover andare. Mi dispiace per i Fori Imperiali, ma dovranno attendermi ancora un po'. Attenderanno di farsi contemplare nella loro antichità, sarà per un'altra volta." Gli dico, ritornando ad essere l'Anna senza pensieri e sorrido a pensare al momento in cui me li vedrò davanti. Sarà spettacolare, lo so.

"Nascondere le paure, i pensieri per timore di renderli vivi." Afferma e io inizio ad incamminarmi verso la direzione giusta che mi porterà a casa.

"Hey, dove vai?" Mi chiede lui e io gli rispondo ovviamente, con una faccia fintamente perplessa: "A casa?"

"Non è quella la strada giusta, muoviti, che ti porto a casa." Dice lui, beffardo, per poi girarmi verso la parte opposta.

"Non ti burlare di me, ragazzo." Lo minaccio.

" Sennò? Sennò che fai?" Afferma con indifferenza verso le mie minacce, per poi avvicinarsi pericolosamente a me.

Tentenno un po', guardandolo fisso negli occhi. Vedo il suo sguardo concentrarsi unicamente sui miei occhi ed è ciò che più mi fa spavento.

"Altrimenti... Altrimenti.. Altrimenti mi perderò volontariamente, mi farò rapire dagli zingari e tu avrai questo peso sulla coscienza per aver permesso che ciò accadesse." Sparo con stupidità le prime cose insensate che mi passano per la testa e lui, alzando un sopracciglio mi chiede:

"Sei seria?"

"Ovvio che sì, caro."

"Senti, cara, non avrò sulla coscienza nessun peso di questo tipo per cui, carissima, ti accompagnerò a casa e ti libererai dalla mia presenza, affinché tu possa ricordarmi solo come un babbeo che è apparso per un giorno nella tua mente e che, così com'è apparso, cioè stranamente, ne uscirà ben presto perché ho intenzione di riportarti a casa. Cara, vuoi davvero che sparisca dalla tua vita?"

"Senti, come hai ben detto, sei apparso stranamente, ma è normalmente che scompari, riportandomi a casa e dimenticandoti di tutta questa situazione."

"Non potrei mai dimenticarmi di una ragazza che mi minaccia di farsi rubare dagli zingari per propria volontà. Non potrei!" E qui scoppiamo in una fragorosa risata per la mia minaccia senza senso. Mi mancava ridere, è liberatorio, mi fa scivolare via tutti i pesi che incombono sulla mia vita.

"Lo so, sono un essere speciale, che ci vuoi fare! Mica siamo dotati tutti di una certa unicità, caro!"

"Basta con 'sto «caro» che mi ha rotto proprio i dindini. Facciamo una cosa migliore, tu dici il tuo nome e io il mio che ne pensi?"

"Si, si può fare, caro! Piacere caro, sono Anna."

"Stefano, piacere mio!" Prende la mano e ne bacia il dorso. Lo guardando scettico e scoppio in una risata per i suoi modi di sembrare un gentiluomo.

"Senti Stefano, portami a casa, dai, altrimenti potrei minacciarti ancora.."

"Lascia perdere le minacce: non fanno per te!" Afferma, con uno sguardo che cerca di farmi capire il suo consiglio.

"Ed ora si parte, cara. Su, un due, un due!" Inizia a dire e non posso di certo negare quanto la sua ilarità mi faccia sentire diversa e spensierata.

Lo seguo, mentre lui continua il suo «un due» fino a quando non arriviamo alla nostra via.

"Non ti si è consumata la lingua a furia di dire «un due»?" Chiedo io, stremata dal suono di quelle lettere che, per troppe volte che le ho sentire, hanno perso tutto il loro significato.

"No, cara, sai, sono tagliato a ripetere le stesse cose all'infinito, un dono della natura e gli altri non si sprecano a farmene conservare un po' per la vecchiaia." Risponde lui, quando vedo passargli davanti occhi qualche pensiero che prontamente elimina.

"Capisco." Gli rispondo e mi volto a cercare casa mia. Trovatala, saluto Stefano il caro.

"Grazio, Stefano il caro, mi hai riportata a casa, ti devo il mancato rapimento degli zingari!"

"Oh, figurati, è un onore risparmiare giovani fanciulle al crudele destino della vita!"

"Un onore per me essere salvata." Ribatto. "Dai, ora ti saluto! Davvero, ti ringrazio di avermi riportata a casa e... allora ciao!" Gli dico io, guardandolo negli occhi per fargli intendere tutta la gratitudine che provo anche per avermi fatto passare qualche ora diversa dal mio solito.

"Non c'è bisogno di ringraziare, Anna. Buona vita e... alla prossima, cara."

Sorrido, per poi incamminarmi verso casa. Attraverso la strada, mi volto e lo vedo ancora lì, a seguirmi con lo sguardo. Gli sorrido e lo saluto con la mano per poi girarmi e dirigermi verso casa, verso mia madre e Rebecca dai cui occhi però, trapela preoccupazione. Mi giro nuovamente, per ritornare ai momenti divertenti che ho passato insieme a Stefano il caro che, ora, sta andando via da questa strada. È stato bello dimenticare i miei pensieri.

"Grazie Stefano." Sussurro, sapendo che non può sentirmi, ma felice di averlo incontrato.

A volte è più facile confidarsi con un estraneo. Chissà perché. Forse perché un estraneo ci vede come siamo realmente e non come vogliamo far credere di essere.

Carlos Ruiz Zafon.

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