Capitolo 11
Perché l'ho fatto? Perché l'ho
abbracciato? Perché gli ho dato quel bacio sulla guancia?
-Lo vuoi sapere davvero?- mi chiede l'odioso subconscio.
Possibile che quando serve, i morti sono più vivi, mentre quando non serve, tacere è un verbo a lui sconosciuto?
-No grazie, lo so.- Gli dico.
E infatti lo so: quel silenzio era diventato opprimente. Lui non riusciva a spiccicare parola, io altrettanto e allora sono scoppiata, dicendogli la prima cosa che mi è venuta in mente. E quel bacio sulla guancia l'ho dato perché in quel momento ritenevo opportuno farlo: è stato un modo per dire che in quel momento io mi fidavo di lui, cosa più inesistente che rara in me.
La fiducia. Non so nemmeno cosa voglia dire. Certo, mi si potrebbe dire:"Vallo a cercare sul dizionario.", ma non è quello che intendo.
La fiducia credo sia un qualcosa di profondo, di intenso e in base a questo ho dato quel bacio a Marco.
Fidarsi di una persona significa darle se stessi e io in quel momento ho dato a Marco l'opportunità, la possibilità di scoprire in qualche modo la vera me: l'Anna vulnerabile, la fragile, la delusa, quella immensamente triste, la traumatizzata, la timorosa... La vera Anna è tutto tranne che felice...
IO NON SONO FELICE.
Sebbene mi costi ammetterlo, io sono triste: sono caduta negli inferi più profondi e nascosti di me stessa e raramente mi capita di fidarmi di qualcuno.
Non posso entrare in casa in questo stato di confusione, così decido di continuare a leggere il libro "Il bambino che imparò a colorare il buio" sulla poltrona a dondolo in veranda, almeno finché non riesco a calmarmi e ad avere un po' di nitidezza in questa mia testa..
Passano venti minuti e decido di entrare dentro, anche perché é tutto il giorno che non mi faccio vedere e mi sento terribilemente in colpa.
Appena entro, vedo mia madre sul divano del salotto che piange. Vado da lei e la abbraccio, perché solo ora mi rendo conto di quanto io sia egoista.
Mia madre ha fatto di tutto per tirarmi da quel fosso in cui mi ero rintanata, nonostante il suo dolore e io cosa ho fatto?
L'ho allontanata da me.
E questo è stato il mio più grande errore: allontanarmi da mia madre mi ha fatto cadere in un altro baratro, ma questa volta non mi ero rintanata in quel baratro, ci ero caduta e non trovavo più via d'uscita.
-Eppure ieri l'hai trovata la via d'uscita.- mi dice il subconscio che adesso ha deciso di essermi d'aiuto.
-Sì, l'ho trovata con mia madre e in un certo senso anche con Marco.- rifletto, ripensando alla serata che abbiamo passato io e lei al mare.
Ho visto il tramonto.
È stato il tramonto a far abbassare la maschera.
È stato l'essere così fredda con l'unica persona che mi abbia mai sostenuta, asciutto le lacrime, amata.
È stato il mio egoismo verso mia madre a far abbassare la maschera.
'Mamma... io..." Cerco di dire qualcosa, anche se non so neppure io cosa dire.
"No, Anna. Tu non centri niente. Avevo solo bisogno di dare vita a queste lacrime da troppo tempo represse. Mi passerà. Come sempre, come tutto." Mi confessa ed ora capisco che ancora adesso soffre per tutta la situazione: si dà la colpa del mio essere fredda e apatica, del mio aver sofferto per tutto questo tempo e del mio ancor non aver smesso di soffrire..
Soffre perché non può cambiare il passato.
Ma la vita segue il suo corso: è spietata, non prova pena né felicità per i dolori o per le gioie delle persone. La vita fa soffrire le persone, toglie loro tutto, prosciugando la felicità rimanente, rendendole fredde, rendendo quelle persone il nulla.
"Mamma, apriti con me." Le dico, ripensando a tutte quelle volte in cui lei c'è stata per me, ripensando a tutte quelle volte in cui lei ha combattuto con me.
"Non saprei cosa dirti." Mi dice lei, con voce rotta e sguardo fisso nel vuoto.
Si può essere forti come lei?
"Fai una cosa. Immagina... viaggia con la mente nei successivi vent'anni e immagina di ricordare questo momento. Ci sei?"
"Sì."
"A questo punto dimmi cosa provi. Sei nel futuro, ma stai ricordando e nello stesso tempo dicendo a me ciò che provi, ciò che pensi e ciò di cui parli. Ci sei?"
"Sì.. credo di sì."
"Credi?"
"Ne sono certa."
"Ok. Adesso dimmi cosa provi, cosa pensi, di cosa parli."
"Provo la tristezza, il senso di fallimento. Penso che avrei dovuto fare di più per te, per noi, ma soprattutto per te.
Sento, anzi provo, un senso di insoddisfazione perenne, di fallimento, dovuto al non essere riuscita a renderti felice.
Questo mi rattrista molto e mi fa sentire una nullità." Si ferma per tirare su col naso a causa delle lacrime precedenti.
"Essere felici è estremamente difficile, riuscire a divenirlo è un'impresa. Io non sono riuscita né a farti vedere cosa vuol dire essere felici né a farti diventare felice.
Ti ho supportato nel superare il dolore, anche se era mia intenzione fare di più.
Essendo abbastanza grande ho imparato che ognuno affronta il dolore in modo diverso e, al principio, ci abbiamo provato insieme, ma provarci non è bastato per riuscirci. In quel momento avevi bisogno di carezze, di affetto e sapevo perfettamente che la certezza di esserci sempre e il mio affetto non erano abbastanza per te. Avevi, anzi, hai bisogno di qualcosa o di qualcuno che colmi quel vuoto che il tempo, le situazioni, il tuo stato d'animo hanno scavato in te." Mi guarda fisso negli occhi, per poi ritornare a guardare un punto indefinito della stanza.
"Di cosa parlo? Parlo di tutto questo.
Parlo della felicità che provo quando quella sera al mare, abbassasti la maschera e ti apristi con me. La felicità nel vederti essere te stessa era infinita.
Parlo della tristezza del giorno dopo, del non vederti per l'intero giorno e sapere che in qualche modo quella maschera si era rialzata, anzi si è rialzata a causa dell'assenza di qualcuno che la tenga bassa. Non c'è l'amore di qualcun'altro, oltre il mio il quale, oltretutto, non è sufficiente.
Parlo dell'audacia, della forza con le quali hai affrontato e affronti il dolore ogni giorno.
E parlo di come ti sei allontanata da me, di come hai sopportato il dolore mutato in vuoto e di come hai deciso di allontanare tutti da te, anche involontariamente talvolta." E qui iniziamo entrambe a piangere...
Non ci sono parole e non servono parole in questo momento, sarebbero solo d'intralcio.
Dopo tutto questo non sono in grado di dire nulla. Mi ha capita. Sa tutto e non dice niente. Ha capito tutto di me.
E qui mi ritorna in mente quanto la figura materna col tempo sia diventata sempre più importante per me. Contavo sul fatto di avere ancora un'altra chance: sapevo che avevo ancora mia madre con me, sapevo che ci sarebbe stata mia madre, che avrebbe fatto anche da famiglia, che ci sarebbe stata lei al mio fianco, che non mi avrebbe mai abbandonata, che avrebbe combattuto e che combatterà sempre con me e mai contro di me.
Purtroppo so anche un'altra cosa: so che non l'ho fatto, non ho combattuto, almeno per quanto riguarda il periodo successivo alla disperata lotta nel farmi ritornare felice.
Non ho creduto in me stessa.
Riuscirò mai a credere in me stessa? E se ci riuscirò, quanto tempo crederò in me stessa prima di ritornare quella di prima?
Noi siamo gli artefici del nostro stesso male.
È quello che dico sempre e racchiude in poche parole le persone e il loro dolore.
Se penso a me, so che questa frase mi si addice. Sono caduta in quel baratro? Sì.
Quel cadere è diventato la mia condanna a vivere un'esistenza triste.
Quel baratro mi fa vivere nella grande sfiducia verso me stessa,
ancora.
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