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L U R K

Sean soffiò il fumo della sigaretta verso l’alto. Lo osservò espandersi nel cielo blu notte, ricoprire lo spicchio di luna e lasciò che le conferisse un aspetto più misterioso.
Dire che era stata una giornata del cazzo era poco: la routine si era insinuata nelle vene come il suo stesso sangue e compiere le medesime azioni era divenuto meccanico.
Sean era svogliato. Anzi, era scoglionato e non aveva vergogna ad ammetterlo.
Dopo l'ennesima giorna no, si prendeva la briga di concedersi una pausa dalla vita. Si accendeva una sigaretta e rimaneva fuori sul balcone più del dovuto. Non gli importava che ci fossero trenta gradi o che ce ne fossero sotto i dieci, non si faceva scappare la bella visuale che si presentava ogni sera. La strada del quartiere era silenziosa, il cielo scuro puntinato di stelle e la luna gli faceva visita; satellite tanto impenetrabile quanto reale, lo osservava ogni volta in quella sua misera vita. Lo scrutava come una madre guarda un figlio sbagliato: occhi pieni di commiserazione e il sorriso tirato come se volesse incoraggiarlo. Chissà se aveva solo lui quella sensazione, o se la regina della notte era solita a guardare gli essere umani con misericordia.
Cazzate, si disse. Di quegli sguardi ne aveva avuti anche troppi.
Sean però sapeva che quelle accuse se le meritava. Eccome se non era così.
Lui non era come gli altri, era speciale e di questo ne era al corrente. In fin dei conti in quelle condizioni ci era nato, nonostante trascorresse le sue giornate nel modo più classico e monotono che esisteva. La mattina si alzava e si preparava per andare a lavoro in quella cascina che puzzava di ascella marcia. I colleghi non erano granché, preferiva stare lontano da quelli che non erano come lui. Dopotutto, mai dire mai. Il suo turno terminava sempre di sera e aveva il tempo per andare al mini-market lungo la strada. Qualche bistecca, un bel po’ di birra e poi dritto a casa. Dopo una cena veloce aveva l'incontro con la sua vecchia amica nel cielo.
Un’altra tirata dalla sigaretta e volse lo sguardo verso l’alto, al cerchio perlaceo.
«So a che cosa stai pensando.» le disse, sapendo che non gli avrebbe mai risposto.
Stanco anche di quel fumo tossico che si costringeva a mandare nei polmoni soltanto per assopire quella voglia di nicotina, si avvicinò al grande vaso pieno di terra. Il cimitero delle sigarette, ecco come lo chiamava, e con forza schiacciò la vittima bionda di quella sera. Un’altra tomba in segno della sua schiavitù.
Appoggiò i palmi sul bordo fresco in marmo, prese un piccolo respiro e si concentrò sulla via di fronte a lui. La propria palazzina era l’unica del quartiere e faceva angolo nella strada. Da quella prospettiva vedeva le villette silenziose e le ultime luci venivano spente per lasciare il resto del mondo fuori. I lampioni illuminavano la carreggiata con poca voglia, una luce flebile e tremolante. Quando uno di loro si fulminò, ci vollero mesi per rivederlo in funzione e quell’angolo di paese prese un aspetto più lugubre.
Per quanto ogni sera si prendesse la briga di affacciarsi dal balcone e guardare il panorama immutabile, il suo sguardo era sempre fisso su una dimora precisa.
La casa dai mattoni rossi.
Poteva essere una dimora come le altre per la sua costruzione: tutta su un piano, finestre bianche, un tetto sfalsato e circondata da una ringhiera d’ottone. La sua particolarità spiccava semplicemente nella sua colorazione così rossa e vivace. I lumini accanto alle finestre della facciata anteriore la primeggiavano ancor di più durante la notte, quasi a voler vincere sul quartiere. Guardami, sembrava bisbigliare, non sono come le altre.
Soltanto una famiglia con una buona rendita poteva permettersi un lusso del genere, ma Sean sapeva che la casa non era l’unica cosa singolare.
Chi ci abitava era come lui.
Sean non era uno stalker, ma nemmeno Dio sapeva perché si prendesse così tanto la briga di osservare quella dimora tutte le sere. Oppure sì, ma lasciava che quella speranza dissipasse proprio come fumo di sigaretta.
Attraverso le finestre bianche e ricoperte da una tenda trasparente dell'altrettanto colore, Sean vide ciò che stava aspettando: le ombre della famiglia che ci abitava si stavano spostando verso il salotto e la giovane coppia raggiunse il loro figlio già accomodato sul divano.
Una percezione d’invidia lo abbracciò alle spalle. Cazzo, loro sì che avevano avuto la fortuna di incontrarsi e vivere una vita in pace e tranquilla.
Non come lui che viveva come un cane.
Si sfregò le dita callose sul mento ispido dalla barba trascurata, si lasciò trasportare dalla mente che forse anche lui un giorno avrebbe avuto una famiglia simile, una compagna con cui condividere l’amore e la vita, una ragione per cui valeva la pena di cambiare anche quella schifezza di lavoro. Qualcuno come lui.
Al momento, già era tanto che avesse la voglia di mettere il piede giù dal letto quando si svegliava.
La donna bionda si sporse dal divano quando il figlio le mostrò qualcosa in mano, gli sorrise incoraggiante - un vero sorriso incoraggiante, e batté le mani. Quella scena gli intenerì talmente tanto il cuore da formare un sorriso dalle mille crepe sul volto burbero.
La coppia si voltò alle sue spalle e tutto accadde in un secondo: la donna era terrorizzata e si lanciò verso il figlio, l’uomo si alzò di scatto e le luci si spensero di colpo.
Quella casa era diventata buia come le altre e non per suo volere.
Sean sentì il cuore fermarsi per un secondo. Una brutta sensazione iniziò a scorrere nelle vene e la preoccupazione che alla coppia fosse successo qualcosa divenne un pensiero fisso.
Cristo, perché la donna si era lanciata verso il figlio? Qualche ladro era entrato in casa? L’immagine del viso terrorizzato di lei era stampata in testa, un filmato messo in pausa.
Le pupille rimasero a fissare le finestre buie e aspettò che accadesse qualcosa, ma la villetta rimase avvolta nelle tenebre.
Rientrò in casa di getto, sorpassò il tavolo in mezzo al cucinotto e si addentrò nell’anticamera dell’ingresso. Indossò le scarpe e si infilò la giacca verde militare con movimenti tremanti e frettolosi, perché l’idea che fosse successo qualcosa di terribile a quella famiglia lo aveva afferrato per il collo, mozzandogli il respiro. A grandi falcate scese le scale a raggiunse il pianerottolo. Pigiò più volte il dannato bottone malfunzionante e con un Eddai, cazzo d’incoraggiamento, sbloccò il portone e si precipitò verso l’esterno. La bassa temperatura lo avvolse come il silenzio tombale di quella strada e a fare da sottofondo c’erano soltanto i suoi passi striscianti sopra l’asfalto.
La casa dai mattoni rossi era distante pochi metri ed era così abituato a guardarne parte della facciata che l’idea di metterci piede gli sembrò irreale.
Attraversò la strada senza nemmeno preoccuparsi di fare attenzione, allungò una mano verso il cancelletto ancor prima di averlo davanti e fece un tentativo: lo spinse verso l’interno e il cigolare stridulo accompagnò l’apertura. Il sentiero liscio e bianco che si presentò aveva l’aspetto di una lingua che ti vuole afferrare e inghiottire nella bocca del garage.
Camminò per raggiungere la scaletta d’entrata. A metà percorso svoltò a destra e salì i gradini che lo avrebbero accompagnato alla porta principale della casa. Cercò di fare il minimo rumore quando girò il pomello e sbloccò la serratura, gli occhi socchiusi come se volesse vedere oltre i mobili avvolti dall’oscurità.
Il salotto fu la prima cosa che si presentò davanti a lui. Illuminato dalla flebile luce che proveniva dalle finestre, composto e ordinato come se nessuno ci avesse mai messo piede. Persino la televisione era spenta.
Alla sinistra c’era la cucina e la sala da pranzo. Anche lì sembrava tutto in ordine.
Per un momento una vocina gli disse di andarsene via, di chiudere la porta e tornarsene nell’appartamento da quattro soldi che possedeva, ma la famiglia? Dove diavolo era finita?
Varcò la soglia e chiuse la porta. Con gli occhi fece un altro quadro generale della casa e poi s’incamminò verso la cucina. Mobili e utensili moderni, persino un robot appoggiato sulla superficie di marmo sembrava non essere mai stato utilizzato, e quella convinzione sarebbe stata reale se l’odore di cibo non gli avesse invaso le narici. Arrosto e patate al forno, una prelibatezza.
Sul frigo c’era attaccato un bigliettino - “Elettricista ore 9.00 il 14/11!”, la fotografia del bambino il primo giorno d’asilo e il menù della settimana.
Girò attorno al tavolo, sfiorò con la mano il legno scuro e si incamminò verso il salotto. Con la coda dell’occhio guardò la porticina che portava allo scantinato; quella sarebbe stata la prossima stanza.
Si posizionò dietro il divano e ancora una volta ispezionò la stanza.
Possibile che fossero scomparsi dalla faccia della Terra? Erano lì qualche minuto prima.
La coperta era stata buttata sul sofà con noncuranza e il pupazzo di un cane era steso su un fianco all’angolo del tappeto a righe.
Tutto taceva. Il silenzio di quell’attimo era il peggior grido che potesse sentire.
Una credenza in legno piena zeppa di portafoto attirò la sua attenzione. La finestra che si affacciava al giardino illuminava le immagini che catturavano momenti della loro vita: gite in famiglia, autoritratti e festività. Ne prese una con il terzetto al completo, osservando il bambino guardare la madre e sorridere allegramente. Che tipo, quando lo beccava in giro gli faceva ridere con le sue risposte pronte, o quando li beccava sulla via per casa e udiva il bambino parlare senza sosta della sua giornata a scuola.
Un’ombra scattò e sorpassò la finestra vicino a lui. Sean si voltò dallo spavento e fissò le vetrate trasparire soltanto il giardino verde scuro.
Che cazzo era stato? La paura lo aveva inchiodato, imbambolato con il portafoto nella mano.
Un’altra ombra scattò alla sua destra, ma quando si voltò era già scomparsa.
«Chi cazzo siete?!» urlò.
Nessuna risposta.
Si concesse ancora qualche secondo e rimase immobile. Magari uno stupido uccello stava cacciando un ratto.
Si voltò per rimettere la fotografia al suo posto, deciso di tornarsene nel suo appartamento, e si bloccò a metà strada. Il cuore gli arrivò in gola alla vista della figura nera che lo osservava dall’altra parte della finestra e si sentì congelare.
Si decise a scappare e quando si voltò un’altra figura era al di fuori di un’altra finestra. Questa fece un passo in avanti. Sean si aspettò che la trapassasse, deciso com’era stato quel passo, ma non lo fece.
Inghiottì saliva, il cuore martellava contro al petto e le mani tremavano senza controllo.
Il suo sesto senso ci aveva visto giusto e qualcosa in quella casa era successa. La mente partì su una collezione di scenari orrendi e quando scattò quella peggiore - il bambino era vivo?, si sentì pervadere dalla rabbia.
Aprì bocca per urlare a quella figura oltre la finestra. Un dolore lancinante alla testa lo colpì all’improvviso e prima che potesse fare qualcosa, gli occhi chiusero l’immagine di un’ombra che lo afferrava.

L’odore di umido e chiuso si fece spazio con prepotenza nelle narici. Pareva gli avessero infilato un tanfo di cotone imbibito di quella sostanza e raggiunto il cervello con forza.
Poi arrivò il dolore, un continuo dolore dietro la testa. Sembrava che qualcuno spingesse un martello con forza, continuava a premere ma non riusciva mai a spaccargli il cranio.
Un suono lontano, ovattato. Un lamento continuo interrotto da quelli che sembravano gemiti soffocati.
La mano destra prese confidenza con i sensi, grattò appena il suolo e percepì i polpastrelli contro la superficie ruvida e fredda. Come una scarica elettrica dritta in tutto il corpo, si rese conto che su quel suolo ci era steso. Ecco, su quel dannato dolore iniziò a sentire il fastidio del terreno.
Ancora gemiti e lamenti, questa volta più vicini.
Aprì gli occhi, costrinse le palpebre a sollevarsi. Un gesto così usuale che gli costò uno sforzò enorme, specialmente quando la luce sopra la sua testa fu la prima cosa che vide. Chiuse ancora le palpebre, voltò la testa verso la provenienza dei lamenti e tentò ancora una volta. Gli occhi misero a fuoco una figura accasciata contro il muro, i capelli biondi e lunghi erano scomposti davanti al volto. Le tremavano le spalle, sussultavano a ritmo di quei gemiti come una danza macabra. Quando Sean la mise meglio a fuoco, tra quel sipario dorato che aveva davanti, vide la benda tra i denti e la saliva colante dalle labbra. Gli occhi erano talmente gonfi e rossi che da un momento all’altro Sean si aspettò schizzassero via dalla disperazione.
Era la madre del bambino.
Il pensiero gli diede un’altra scarica elettrica, lo rimise in sesto e si issò di colpo sui gomiti, nonostante gli avesse provocato un giramento di testa. Si poggiò su un gomito con un piccolo sforzo, l’ansia che fosse successo qualcosa a quella famiglia iniziò a mangiargli il petto e ben presto sarebbe arrivata ovunque.
«Oh, bene bene. La nostra bella addormentata si è svegliata.»
Sean seguì la voce maschile proveniente dai suoi piedi e una figura scura si fece spazio tra il semi-buio della cantina.
«Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni. Dico bene, amico?»
Una seconda voce si fece spazio alla sua destra, un altro uomo camminò verso di lui. Sean cercò di allontanarsi, ma con pochi risultati. Il dolore alla testa martellava quando meno se lo aspettava.
L’uomo a lato lo afferrò dalla giacca e gli fece perdere l’equilibrio. Vide un ragazzo dai capelli scuri con indosso una felpa con cappuccio nero, gli occhi infossati e spiritati come mai ne aveva visti.
«Doveva essere un lavoro pulito, pezzo di merda. Adesso siamo costretti a pensare anche a te.»
«Vacci piano, ragazzo. Dobbiamo aspettare gli altri.»
«Che si muovessero, allora!» sbottò l’invasato e mollò la presa della giacca.
Sean lo guardò interdetto mentre si allontanava.
«Chi cazzo siete?!» mormorò infine.
Questi risero, una risata sottile e che poteva celare di certo non cose belle. Il ragazzo raggiunse il compare e, ancora una volta, parlò lui.
«Il tuo peggior incubo.»
Non potevano essere loro, non potevano essere arrivati fino lì. Avrebbe voluto darsi una scarica elettrica nel culo pur di svegliarsi da quell’incubo. Aveva sentito la “gente speciale” parlare di loro, ma mai pensava che si sarebbero spinti in una cittadella composta dal nulla e con abitanti che riempivano a malapena una chiesa.
Erano lì e gli stavano dando la caccia.
I due uomini si allontanarono. Quello più avventato era sicuramente il più giovane, lo sentiva dal tono più squillante.
Sean guardò la donna e la vide osservarlo con sguardo di supplica. Avrebbe voluto fare qualcosa per salvarla e assicurarsi del bambino, ma per quanto lui si ritenesse speciale, altrettanto coraggio non l’aveva.
Scappò dagli occhi azzurri penetranti di lei e cercò di mettere a fuoco i due uomini.
«Il bambino?»
«E’ addormentato. Quando si risveglierà, sarà chiuso in un laboratorio.»
Sean soffocò un respiro. I brividi camminarono lungo la schiena come dei piccoli ragni che zampettavano fino al collo. Cosa diavolo aveva in mente per il bambino?
«E lui?»
«Lo porteremo lì e studieranno anche lui.» disse l’uomo più pacato.
Entrambi si voltarono a guardare Sean e un sorriso maniacale dipingeva il volto del più giovane.
«Che cazzo volete, eh?! Siete delle merde. MERDE. Ve la prendete con persone innocenti e che non fanno nulla di male!»
«Fai silenzio, creatura. Non sei nelle condizioni per parlare.» disse l’uomo adulto.
Era così pacato che faceva sembrare tutta quella situazione come la più normale del mondo. Cristo, erano degli squilibrati.
«Dove è il bambino? Bastardi!» urlò Sean.
L’invasato partì a raffica e si precipitò su Sean, gli mise una mano sulla faccia e la schiacciò fino a fargli sentire le falangi penetrare nelle gengive.
«Vedi di fare silenzio o farai la fine di quell’altro!»
Parlò a denti stretti, la cicatrice in bella vista che correva lungo la guancia destra si deformava ad ogni parola che pronunciava. Il fatto che sorpassasse l’occhio e gli spaccasse in due il sopracciglio, lo rendeva più osceno.
Sean afferrò tremante l’arto dell’aggressore e cercò di togliersela dalla faccia. Lui schiacciò più violentemente le due estremità del viso, fino a fargli sentire le pupille fuori dagli occhi. Con la visuale distorta lo vide maneggiare dentro la sua giacca e alzare un pugnale. Con un colpo secco trapassò la coscia di Sean.
Urlò contro il palmo del folle mentre ebbe l’impressione che una fiamma si concentrò sulla ferita, prima di sentirla in tutto il lato destro del corpo.
«Ora vedi di farla finita.»
Le dita premettero ancora di più sulla faccia prima di liberarla, ma Sean non lo percepì nemmeno. Il dolore alla gamba era così lancinante da dimenticarsi persino come si chiamava.
Il sangue sgorgava dalla ferita a fiotti e lo percepì ovunque, denso e lento come lava sporcare i jeans e camminare fino al ginocchio.
Doveva sdraiarsi, concedersi un momento.
C’era un time-out in quella cazzo di serata?
Si accasciò improvvisamente esausto. Poggiò il capo sul pavimento della cantina e ne percepì la freschezza oltre i capelli. La lampadina accesa lo incantò per un attimo, un varco immaginario da dove avrebbe potuto trovare una via di fuga, se avesse voluto.
No, quella luce non era da guardare.
Voltò il viso verso destra. Le immagini erano sfocate, il respiro affaticato e la vita già persa. Un uomo dai capelli scuri era sdraiato in posizione prona, la guancia poggiata contro il pavimento e gli occhi spalancati che lo fissavano. Dovette sbattere le palpebre un paio di volte per capire che la macchia rossa che si era espansa sotto la pancia era sangue e che le sostanze accanto a lui erano le sue viscere.
Il padre del bambino.
Avrebbe voluto piangere e molto probabilmente una lacrima gli cadde dal volto quando ritornò a guardare la luce, quella lampadina che era meglio seguire se non voleva assistere ad altre atrocità.
Era soltanto un incubo e presto si sarebbe svegliato.
I due uomini dissero qualcosa, ma erano così lontani che non riuscì a captare alcuna parola.
Un tonfo alla porta. Poi un altro. Un terzo più deciso e un urlo pari a quello di un uccello stridulo si fece spazio tra i pensieri di Sean.
Quando voltò il capo, un uomo corse incontro a uno dei criminali, lo prese per la faccia e lo tenne fermo davanti al proprio. La fronte sbatté contro la sua, lo costrinse a guardare i suoi occhi che diventarono di un nero pronfodo, un petrolio liquido che invase la sclera e non si fermò: quel nero gli risucchiò le palpebre, gli corse sul viso mangiandosi ogni centimetro di pelle, fino a rivelare il viso di un uomo più scheletro che umano.
Il bandito si accasciò senza vita, il viso a penzoloni ancora in mano a quel Diavolo. Quest’ultimo si voltò verso il secondo cacciatore, le sue labbra sottili rivelarono un sorriso malvagio e più lungo del normale. Si dissipò come polvere, una nube nera si gettò verso di lui in corsa per salvarsi la pelle, e tutto quello che Sean sentì fu una certezza che tutto era finito: uno scricchiolio di ossa, il tonfo di un corpo che cadeva a peso morto.
Era quello l’Inferno?
Dei passi scesero le scale della cantina e Sean pregò che tutto fosse finito.
«Ryang! Buon Dio… è successo il macello qui.»
«Dobbiamo andare o ne arriveranno altri. A quel punto, saranno cazzi amari.»
«E’ la quarta casa che cercano di prendersi.»
«Lo so. Tra creature da portare in laboratorio e nuove sedi per espandersi, ‘sti cacciatori non sanno più nemmeno cosa stanno facendo.»
«Lo vedo...» mormorò il nuovo sconosciuto, e Sean lo guardò in viso quando si affacciò sopra di lui. «Questo sembra essere ancora vivo.»
Il compare, Ryang, si avvicinò. Dei due, aveva tratti asiatici.
«Ehi, sei vivo?»
Sean annuì con fatica.
«Volevano anche te?»
Sean annuì anche a questo. Poi, alzò l’indice tremolante e indicò la donna contro il muro.
«Lei. Suo figlio è... pericolo...»
Corpo e mente fecero un così tale sforzo che sentì i propri occhi ruotare all’indietro, sorpassare i volti dei due uomini e perdere i sensi.
Per un piccolo e beato secondo, ogni dolore e preoccupazione scomparvero.

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