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34- Tessere sparse

Jeremy

Ora che tutto è cambiato posso affermare con assoluta certezza che era questo che avevo sempre desiderato, anche se inconsciamente.

Il Mondo oltre l'Arcata sotto ai raggi del sole è sfolgorante: tutto sembra essere dieci, venti volte migliore rispetto a quando era immerso in quel grigiore che  è ormai solo un ricordo.

Quando io e gli altri ci tuffiamo nel portale oltre l'apertura circolare della sala per riemergere a Komorebi, ad accoglierci è una città molto diversa da quella che abbiamo lasciato appena poche ore fa. Questa è una Komorebi in festa.

La pietra bianca degli edifici brilla sotto la luce del sole, il vento che ha ripreso a soffiare ci avvolge con la sua brezza leggera, profumata di mare e di allegria.

Di fronte a noi le onde hanno ricominciato a rifrangersi sugli scogli e sui ciottoli grigi della spiaggia: il loro sciabordio di sente fin da qui, fin dalla terrazza del palazzo dove per diciassette anni non si era sentito altro che silenzio e pianti.

Per qualche istante chiudo gli occhi e mi godo il tepore del sole sulla pelle, una sensazione che non provavo da più di un mese e che mi era mancata moltissimo: non so proprio come abbiano fatto i Diurni a sopportare l'assenza del sole per anni interi. Quando riapro gli occhi vedo che Anthemis sorride guardando dall'alto sua città finalmente tornata alla vita.

Pure Emma sorride, anche se lei il tepore del sole non potrà percepirlo mai più: una strana ombra infatti circonda tutta la sua figura, ugualmente ad Axel ed Alhena, anche se non tanto scura quanto mi immaginassi inizialmente. Certo, mi ci vorrà un po' per abituarmici.

«Ragazzi, prima di andare a Yakamoz vorrei fare un giro per Komorebi, magari arrivare fino alla spiaggia, mi accompagnate?» spezza il silenzio Emma guardando me e Axel, speranzosa.

«E me lo chiedi pure?» le rispondo scoppiando a ridere.

«Su, corriamo a cambiarci», continuo fiondandomi dentro il palazzo seguito dai miei compagni d'avventura.

Neanche mezz'ora dopo tutti e tre stiamo correndo tra i vicoli di Komorebi, ridendo e scherzando, davvero leggeri e spensierati come non lo eravamo da troppo, troppo tempo. Perfino Axel sembra essere disteso e rilassato, se non felice oserei dire almeno sereno, in pace con sé stesso, il che è già un grande passo in avanti.

Al nostro passaggio in tanti riconoscono me ed Emma, tutti ci acclamano e ci ringraziano come se avessimo salvato loro la vita. E io mi sento invadere di un'euforia senza tempo, una felicità tale da farmi sentire le farfalle nello stomaco, che mi fa pensare: "Non mi importa di ciò che accadrà domani o tra due anni, adesso voglio solo godermi tutto questo assieme alla mia gente."

Passiamo accanto a profumatissimi alberi in fiore, rampicanti sulle pareti candide degli edifici irregolari, attraversiamo piazze dove tutti si abbracciano e ballano assieme, dove dalle fontane è tornata a zampillare l'acqua che presto tutti dovranno riabituarsi a bere.

L'unica nota dolente sono alcuni sguardi astiosi rivolti ad Emma ed Axel: ora per loro è impossibile nascondere il fatto di essere Notturni; non dobbiamo pensare che l'odio tra le due città sia finito, non ancora. C'è ancora moltissimo lavoro da fare, ma ci penseremo a tempo debito.

«Ragazzi, venite, il mare è da questa parte!» grida Axel svoltando in una delle strade principali della città.

Subito io ed Emma lo seguiamo e corriamo dietro di lui fino ad arrivare alla spiaggia di ciottoli che fino ad ora io e la mia gemella conoscevamo solo per averla vista dall'alto delle finestre e dalla terrazza del Palazzo del Giorno.

Il vento qui è più forte, tanto che i capelli di Emma le si stanno muovendo in tutte le direzioni, ma lei non sembra farci caso.

Fermiamo i nostri passi solo pochi centimetri prima di raggiungere l'acqua azzurra e cristallina; per alcuni minuti rimaniamo in silenzio davanti a questo spettacolo, riempiendoci gli occhi di bellezza.

«Quanto mi è mancato questo suono», spezza poi il silenzio Axel chiudendo gli occhi e crollando in ginocchio, mentre una piccola lacrima sgorga dalle sue ciglia e un lieve sorriso gli compare sul viso.

«Anche a vostro padre piaceva tanto il mare», aggiunge poi senza smettere di fissare la linea dell'orizzonte davanti a noi, dove il blu del mare e quello del cielo si incontrano mescolandosi tra loro.

«Cosa c'è oltre questo mare, Axel?» mi ritrovo a chiedere mentre io ed Emma ci mettiamo a sedere togliendoci le scarpe per poterci bagnare i piedi nell'acqua fresca.

«Non lo so. Non lo sa nessuno, Jeremy. Non siamo un popolo di navigatori o esploratori, tutto ciò di cui abbiamo bisogno si trova qui. Sinceramente non credo neppure che ci sia qualcosa oltre tutta quest'acqua», mi risponde lui.

«Non ti viene voglia di andare a controllare tu stesso se davvero non ci sia nulla?» interviene Emma guardando sorridendo il suo Notturno.

«Sarebbe la risoluzione di un grande mistero. E io ho una gran fame di misteri.»

Axel sembra pensarci un po' su prima di rispondere.

«Tutti i Notturni hanno fame di misteri, Emma. Anche io ce l'avevo prima che tutto cambiasse, e forse ne ho ancora, tuttavia non credo avrò più il tempo di andare a caccia di essi come facevo un tempo. Sinceramente penso solo a godermi gli ultimi momenti di pace che mi sono concessi.»

A queste parole Emma si incupisce, lasciandomi intendere che sotto a tutto questo discorso ci sia qualcosa di cui io non sono al corrente.

Perché Axel parla in questo modo? Forse intendeva semplicemente dire che per ora non vuole far altro che godersi il sollievo portato dalla salvezza di questo mondo. In ogni caso, questi sono affari di Axel e di mia sorella.

«Bene, chi viene a fare il bagno?» propongo allora balzando in piedi e iniziando a spogliarmi.

Emma per fortuna torna subito a sorridere: pochi minuti dopo stiamo tutti e tre nuotando nell'acqua azzurra, con gli occhi rivolti al cielo.

***

Il sole sta per tramontare quando facciamo ritorno al palazzo di Komorebi: subito ci dirigiamo nelle nostre stanze per prendere i nostri effetti personali, poi ci dirigiamo verso il portale del palazzo per recarci a Yakamoz, come stabilito. Alhena ci aspetta.

«Emma, Jeremy, fate attenzione domani nel Mondo di Fuori. Ricordate, ora siete un Diurno e una Notturna a tutti gli effetti, nessuno a parte i vostri nonni deve vedervi. Mi fido di voi, fate in modo che non me ne debba pentire. Andate e tornate presto da me, ragazzi», ci ammonisce Anthemis prima di permetterci di varcare il portale.

Un secondo dopo ci troviamo appena fuori dalle mura della Città della Notte. Le ombre attorno a noi si stanno infittendo, tanto che per un istante ogni cosa sembra essere tornata così com' era fino a ieri, ma non dura molto: il cielo già si sta tingendo di blu e la prima stella della sera è comparsa sopra di noi.

È in questo momento che, mentre Emma lancia un piccolo grido indicando la stella ad Axel, mi rendo conto che la mia pelle sta cambiando: una strana luminescenza ha preso a circondarmi, come se un faro invisibile stesse proiettando la sua luce solo su di me.

"A questo mi ci vorrà ancora di più per abituarmi", penso sorridendo mentre Emma corre da me per guardare meglio la mia luce.

Axel invece se ne sta impalato con il viso rivolto a quell'unica grande e bellissima stella, senza curarsi di nient'altro al mondo.

***

Inoltrandoci nella Città della Notte, io ed Emma abbiamo modo di scoprire per la prima volta il vero volto di Yakamoz.

Più le tenebre si fanno fitte, più la pietra grigia delle case e dei palazzi dall'aspetto antico e fiabesco sembra farsi evanescente: ogni singola pietra inizia a diventare traslucida come cristallo e ad emanare una tenue luminescenza azzurrina, sufficiente per illuminare vicoli e strade senza per questo oscurare il vero colore del cielo notturno. Devo ammettere che è un vero incanto per gli occhi: è il luogo più magico in cui io sia mai stato in vita mia.

«Come ti sembra, Emma?» sento chiedere Axel a mia sorella, la quale semplicemente non trova le parole per esprimere ciò che sta provando. Lo vedo dalla sua espressione.

«È perfino meglio di quanto immaginassi», gli risponde infine lei quasi commossa, prendendo Axel per mano.

I due si sorridono per qualche istante, poi insieme riprendiamo a camminare in questo labirinto di cristallo luminoso.

C'è molta gente per le strade, tuttavia il baccano è minore rispetto a quello di oggi a Komorebi: senza dubbio i Notturni preferiscono esprimere la loro gioia in modi meno espansivi, tuttavia anche qui non mancano musica e risate, abbracci e pianti di commozione. Gli occhi di tutti poi continuano a correre al blu sempre più scuro del firmamento, sempre più carico di stelle, talmente tante che perfino io rimango a bocca aperta nell'osservarle.

La Via Lattea è infatti perfettamente visibile, così come le costellazioni tanto care ad Emma, e la cosa non mi sorprende: qui l'inquinamento luminoso neanche sanno cosa sia.

Nonostante la bellezza della città quando le guardie della notte ci fanno entrare nel palazzo di Yakamoz tiro un sospiro di sollievo: per le strade mi sentivo decisamente troppo osservato, luminoso come sono diventato.

Avviandoci lungo i corridoi e le sale del palazzo noto come esse siano ancora più imponenti e belle ora che loro pareti sembrano essere composte da cristallo luminescente, ora che le stelle sono ben visibili oltre le cupole di vetro: colonne di marmo, archi e statue sono immerse in un'atmosfera così suggestiva...

Mentre camminiamo in silenzio un brivido mi percorre la schiena.

Il palazzo è affascinante e misterioso, tanto che non riesco a scrollarmi di dosso l'impressione di essere finito dentro ad un sogno, uno di quelli in cui si è soli in luoghi antichi, abbandonati e sconosciuti, luoghi pieni di segreti nascosti in ogni angolo, luoghi da percorrere fino in fondo per riuscire infine a trovare sé stessi.

Non credo però che amerei viverci, mi ci sentirei costantemente inquieto.

Queste cose non fanno per me: io ho bisogno di luce, molta più luce di così.

***

Dopo essere passati ad avvisare Alhena del nostro arrivo riprendiamo possesso delle nostre vecchie stanze; prima di entrare nella mia per andare a dormire, però, saluto mia sorella.

«Domani mattina torniamo a casa, allora», dice Emma, forse un po' inquieta.

«Sì, prima andremo meglio sarà: dobbiamo tranquillizzare i nonni, fare loro sapere quello che è successo. E poi ho una gran voglia di rivederli», le rispondo.

«Certo, anche io voglio rivederli. Però, ecco... Lo so, è un'assurdità, ma ho paura che una volta tornati nel Mondo di Fuori poi non riusciremo più a trovare la strada per tornare qui», si sfoga lei, seria.

«Torneremo Emma, di questo non devi preoccuparti. Domani sera al massimo saremo di nuovo a Yakamoz. Non è stato un sogno, tutto questo è reale e non sparirà di certo in poche ore.»

«Infatti. Questo mondo è reale ed è qui che vi aspetta», interviene Axel.

«Lo so ragazzi, lo so. Sono solo sciocche paure, però sapete, quando i sogni si realizzano si ha sempre il timore che tutto possa sparire, sgretolarsi tra le dita.»

«Non si sbriciolerà nulla, Emma, te lo prometto», la rassicuro.

«Già. Buonanotte Jeremy, a domani», dice la mia gemella abbassando la maniglia della propria camera e sgusciando dentro dopo un rapido cenno di saluto ad Axel.

«Tu non andrai a dormire, vero?», chiedo allora al Notturno prima di entrare in camera a mia volta.

«Direi proprio di no», mi risponde lui.

«Erano anni che aspettavo questa notte: non potrei mai perdermela. Riposerò domani, quando voi sarete nel Mondo di Fuori.»

«Lo immaginavo. A domani allora.»

«Buonanotte, Jeremy», si congeda Axel avviandosi lungo il corridoio, ma non prima di aver lanciato uno sguardo alla porta della camera di Emma, un'espressione dubbiosa sul viso.

Senza attendere oltre mi chiudo la porta alle spalle: velocemente mi spoglio e mi infilo sotto le coperte. Sono davvero molto stanco: oggi è stata una giornata intensa, per quanto meravigliosa.

Mezz'ora dopo, tuttavia, non ho ancora preso sonno: continuo a rigirarmi nel letto e a pensare, ad aprire gli occhi per guardare il mio corpo illuminato e le mie mani, teoricamente ora in grado di compiere cose straordinarie.

Rigirandomi su un fianco per l'ennesima volta lo sguardo mi scivola oltre il vetro della finestra, verso il profilo nero delle montagne e il cielo stellato, così mi alzo per avvicinarmi al davanzale. Da qui non riesco a vedere le strade della città, ma solo uno scorcio del giardino che circonda il palazzo.

"Chissà quale sarà la vista che avrò quando mi trasferirò definitivamente a Komorebi", penso. Anthemis mi permetterà di scegliere la camera che più mi piace? Non lo so e francamente non mi importa. Ogni angolo di Komorebi è stupendo: la città, le colline, il mare; qualunque cosa andrà bene.

E mentre il cuore mi si riempie di entusiasmo al pensiero di come sarà la mia vita da qui in avanti, decido che provare a dormire è completamente inutile.

Senza Emma e Axel non voglio avventurarmi in città, ma posso sempre fare un giro per le sale del palazzo.

Così mi rivesto ed esco, cercando di fare il meno rumore possibile per non disturbare Emma che dorme nella stanza di fianco alla mia.

In silenzio percorro stanze e labirintici corridoi, scalinate e balconate, lentamente, senza fretta, sfiorando con le dita al mio passaggio la pietra resa liscia come vetro dal buio della notte. La luce azzurrina è sufficiente a mostrare chiaramente gli affreschi del soffitto e quelli sopra alle porte ad arco: costellazioni e motivi astrologici, ed è sufficiente per non inciampare nei miei stessi passi.

Improvvisamente mi accorgo di essere inconsapevolmente arrivato davanti alla porta di una delle grandi sale del palazzo, quella in cui Alhena giocava sotto gli sguardi della madre e di suo zio Deneb.

Senza rifletterci troppo decido di entrare.

Lo sguardo subito viene catturato dalle stelle visibili oltre la grande cupola di vetro, splendenti come diamanti, per cui non mi rendo subito conto di non essere solo qui.

«Un Diurno che vaga per il palazzo di Yakamoz in piena notte. Dopo Ophrys pensavo che non avrei mai più visto nulla di simile», mi sorprende una voce facendomi sobbalzare dallo spavento.

«Alhena, perdonami, non credevo di trovare qualcuno qui», dico alla Guardina, seduta sola su uno dei divani al centro della stanza.

«Perché non sei fuori a festeggiare il ritorno della notte?»

«Lo so, fuori posso sembrare una persona solare ed espansiva, ma dentro rimango una Notturna, Jeremy. Certi momenti ho bisogno di viverli da sola, riflettendo tra me e me. Sono felice, tanto da scoppiare, ma non mi andava ancora di condividere la mia gioia con qualcuno. So che tutto ciò può sembrare assurdo agli occhi di un Diurno, ma noi Gente della Notte siamo fatti così», afferma lei sollevando le spalle.

«Non è assurdo, lo capisco perfettamente, in fondo sono cresciuto con Emma. Perdona ancora l'intrusione, ti lascio sola», dico con l'intenzione di riprendere il mio strano vagabondare, ma Alhena, sorprendendomi, mi trattiene.

«Jeremy, aspetta! Rimani qui se vuoi, mi farebbe piacere», dice.

Così, un po' titubante, mi avvicino alla Guardiana prendendo posto accanto a lei.

La luce della pietra, insieme a quella delle stelle, le illumina il viso facendo proiettare alle sue lunghe ciglia ombre che fanno sembrare i suoi occhi neri ancora più grandi e profondi; i capelli sciolti le ricadono sulle spalle, profumati di lavanda.

Devo ammettere che di notte la bellezza di Alhena risulta essere perfino superiore al normale.

Improvvisamente inizio a sentirmi a disagio, o meglio, agitato. Per la prima volta in vita mia non so bene cosa dire, ho paura di fare qualcosa di sbagliato.

"E perché Alhena mi ha chiesto di restare nonostante il suo desiderio di solitudine?" non posso fare a meno di pensare.

«Allora, come ci si sente ad essere diventato una lampadina?» rompe il silenzio lei distogliendomi dai miei pensieri.

«Davvero sai cos'è una lampadina?» dicono le mie labbra in tono stupito, senza capire esattamente quando il cervello abbia dato loro un simile input.

Alhena ridacchia.

«Certo, conosciamo molte cose sui di Fuori, Jeremy. La loro storia, le loro varie culture, il loro progresso nel corso dei secoli. Un po' di tutto, insomma. Tempo fa venivano mandate Fuori alcune persone ben addestrate perché studiassero tutte queste cose, poi tornavano e riferivano. Certo, la nostra conoscenza si ferma a diciassette anni fa», spiega.

«Oh, capisco. Ho ancora tante di quelle cose da imparare su questo mondo...» affermo riprendendo lucidità.

«Vedrai, vivendo qui imparerai in un attimo. Sono sicura che Anthemis ti istruirà per bene, dal momento che sei il suo erede.»

«Cosa?!» sobbalzo al sentire simili parole, lo stomaco annodato dall'ansia.

«Come sarebbe a dire che sono il suo erede?»

«Beh, sei il figlio di Ophrys, il nipote di Corylus. Sei l'ultimo discendente Diurno della famiglia dei Guardiani del Giorno: non c'è nessun altro», ribadisce Alhena, forse un po' sorpresa dalla mia reazione.

«Non ci avevi mai pensato?»

«No, mai», le rispondo sinceramente.

«Non avevo mai messo in conto che un giorno sarei potuto diventare Guardiano, una specie di re. È così strano pensarci... Non credo che ne sarei in grado.»

«Non devi preoccupati di questo: tua nonna ti insegnerà ogni cosa e tu stesso con il tempo acquisirai fiducia in te stesso. Sarai un ottimo collega», tenta di rassicurarmi Alhena strizzandomi l'occhio.

«Non credo proprio che sarò mai bravo quanto te», dico ridendo, iniziando a sciogliermi un po'.

«Non pensare che per me sia stato semplice all'inizio, Jeremy. Quando la gente di Yakamoz mi nominò Guardiana dovetti sostenere questa città durante il suo periodo più nero, senza avere preparazione alle spalle, senza avere punti di riferimento. Ero sola, giovane e inesperta: Deneb infatti non mi insegnò mai a governare, anzi, tendeva sempre a tenermi fuori dalle situazioni più importanti e delicate. Io pensavo sempre che avrebbe cominciato presto a trattarmi come una vera erede, che era solo questione di tempo... Ma poi non succedeva mai niente.»

«Aspettava l'arrivo di Altair...»

«Già... Io però al tempo non capivo perché mio zio si comportasse in quel modo. Ed ero così arrabbiata, così frustrata, quando poi Altair arrivò davvero... In appena poche notti tutte le attenzioni di Deneb che avevo sempre desiderato per me ora erano per lui. Se ne stavano ore nello studio di mio zio, da soli, a studiare la magia: a nessun altro Deneb diede mai il privilegio di condividere le sue scoperte, mai. Ed io ero così gelosa per questo... Ho odiato Altair ben prima che si rivelasse il mostro che era.»

«Perdona lo sfogo, Jeremy», aggiunge infine.

«Beh, oltre che ad Altair, Deneb confidò le sue scoperte anche al suo consigliere, giusto?» chiedo alla Guardiana ricordandomi improvvisamente del padre di Axel.

«Consigliere? Mio zio non aveva alcun consigliere. Deneb era un uomo estremamente riservato: prima di Altair nessuno mai era venuto a conoscenza dei suoi studi», mi risponde lei, perplessa.

E io mi sento di colpo impallidire, mi sento mancare il terreno sotto i piedi e la testa girare.

"Non è possibile. Non è possibile": solo questo riesco a pensare mentre la mia testa cerca di trovare la soluzione che colleghi la versione da Axel e quella di Alhena, invano.

E improvvisamente, tutti le tessere del puzzle sembrano incastrarsi alla perfezione: tessere che erano sempre state sotto i nostri occhi, ma che né io né mia sorella avevamo mai provato ad assemblare.

«Jeremy, cos'hai? Sei bianco come un fantasma, che ti è preso?», si preoccupa la Guardiana avvicinandosi ancora di più a me.

«E soprattutto: chi ti ha raccontato di questo fantomatico consigliere?»

«Axel...» trovo la forza di dire, ancora confuso, ancora scioccato.

«Axel? Ma non ha senso, lui...»

«Alhena... Emma, Emma è in pericolo, in gravissimo pericolo! Chiama le guardie, ti prego, dobbiamo arrestare Axel!» sbotto improvvisamente alzandomi in piedi di scatto, agitato più che mai.

«Ma cosa ti prende, Jeremy? Sei forse impazzito?» dice Alhena alzandosi a sua volta.

«Axel... Axel ha sempre detto a me e ad Emma di essere il figlio del consigliere di Deneb. Ha sempre affermato che la magia diversa che conosce in realtà fu scoperta proprio dall'ex Guardiano, e che fu suo padre a insegnargliela di nascosto da Deneb, ma se questo consigliere non è mai esistito ed Altair è l'unico con cui Deneb si confidava, allora...»

«Altair è morto, Jeremy! Abbiamo trovato il suo cadavere accanto a quello dei tuoi genitori, lo abbiamo bruciato! E poi Axel non assomiglia minimamente a quel mostro, non dire sciocchezze!» afferma Alhena non appena capisce dove voglio andare a parare, anche se sento chiaramente quanto paura e sgomento si siano già insinuati anche in lei.

«Quello che vedi tu, quello che vedete tutti a parte me ed Emma, non è il vero volto di Axel... Lui può creare l'illusione di avere un aspetto differente. Diceva di adottare questa precauzione perché tu lo volevi morto in quanto sospettavi fosse complice di Altair, ma...»

«Ma in realtà lo faceva perché lui stesso è Altair... E il cadavere che abbiamo bruciato aveva solo l'illusione del volto di Altair», conclude per me Alhena portandosi una mano alla bocca, stravolta quanto me dalla rivelazione.

«Jeremy... Com'è il vero volto di Axel?», chiede poi con voce tremante.

«Capelli neri e ricci, occhi ambrati...» non faccio in tempo a concludere che la Guardiana è già corsa fuori dalla stanza.

Con il cuore a mille la seguo con lo stomaco accartocciato, disgustato oltremodo per aver trattato da amico l'assassino dei miei genitori, il distruttore dei Nuclei, quel viscido doppiogiochista. Dio, mi viene da vomitare... Ed Emma... Lei che con lui... No, non ci posso neanche pensare.

«Guardie! Guardie!» grida nel frattempo Alhena lungo i corridoi del palazzo.

Finalmente un gruppo di ragazzi vestiti di blu accorre verso di noi, attirato dal grido della Guardiana; mentre Alhena parla con loro io proseguo la mia corsa verso la stanza di Emma, con il cuore in gola.

Deve sapere, deve sapere il prima possibile.

Dopo minuti che mi sembrano infiniti giungo finalmente alla sua porta: senza neanche curarmi di bussare abbasso la maniglia e spalanco le ante, ma nella stanza non c'è nessuno.

Il letto di mia sorella è vuoto.

Quello di Axel a pochi passi da qui, pure.

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