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28- Verità che fanno male

Emma

Inizialmente ero convinta che Axel sarebbe tornato da noi in biblioteca dopo il colloquio con Anthemis, così l'ho aspettato nel corridoio antistante alla porta di quest' ultima. Dal momento che non si decideva a tornare poi mi sono messa a cercarlo io stessa per tutto il palazzo, continuando a rimuginare tra me e me, e ancora non l'ho trovato da nessuna parte.

Mentre i minuti passano la mia mente continua a vagare in cerca di una teoria plausibile, una spiegazione logica al perché Axel conosca così bene perfino i passaggi secondari di quel labirinto che è palazzo di Komorebi.

"Quando mai il figlio del consigliere del Guardiano della Notte avrebbe potuto avere occasione di visitarlo?" mi chiedo. Visitarlo davvero molto a fondo, da quel che ho potuto constatare io stessa.

Quest'idea mi aveva sfiorato la mente anche mentre seguivo Axel lungo i meandri candidi del Palazzo del Giorno, ma presa com'ero a gestire l'adrenalina e la speranza di tirare fuori da lì mio fratello non ci avevo riflettuto più del dovuto.

Poi c'è stata la fuga, Abies che per poco non ammazzava il mio Axel, il bacio... Così mi ero completamente dimenticata di quel dettaglio, che poi solo un dettaglio non è dal momento che è servito a fare venire in mente ad Abies chissà quale teoria.

Io mi sono resa conto fin dal primo momento che Axel nasconde dentro di sé qualcosa, un qualcosa che è avvenuto quel giorno maledetto e che ha distrutto per sempre la persona che era prima, che l'ha fatto scappare dalla sua città e non tornare più, che l'ha fatto vivere solo e lontano da tutti per anni con il suo dolore come unica compagnia.

In seguito lui stesso mi ha rivelato che quel qualcosa fu l'aver ucciso Altair, l'aver macchiato di sangue le proprie mani, per quanto quel sangue fosse colpevole di crimini atroci; ha aggiunto inoltre che si sentiva in colpa per aver fermato Altair troppo tardi anziché intuire in anticipo ciò che aveva in mente.

Durante il nostro litigio però è emerso un altro dettaglio: Axel mi ha chiaramente urlato contro che io non avevo idea di ciò che lui era stato costretto a fare quel giorno.

Dunque non si tratta solo del fatto di aver ucciso Altair, non si tratta solo dell'aver perso suo padre e i suoi migliori amici nello stesso giorno, ma c'è di più.

C'è un dettaglio che Axel non riesce a tirare fuori, un qualcosa che si ostina a tenere nascosto, il vero nucleo delle sue pene, delle sue lacrime, dell'oscurità senza fondo che si porta dentro da diciassette anni.

Forse quello che gli accadde quel giorno non avvenne casualmente, forse un aspetto della sua vita precedente l'ha portato a fare ciò che ha fatto, qualunque cosa sia, e forse questo qualcosa è collegato al fatto che il palazzo di Komorebi per lui non ha segreti.

"Quanto poco conosco il ragazzo per cui provo così tanto..." penso avvilita mentre, stufa di cercare a vuoto, inizio a domandare a domestiche e guardie se abbiano visto Axel da qualche parte.

Dopo quasi venti minuti di ricerche mi viene indicata una scala a chiocciola stretta e ripida: credo si snodi internamente ad una delle torrette del palazzo fino all'altana.

Sperando fortemente di non star compiendo un azzardo percorro a mia volta la scaletta di pietra, risalendo la torre: sottili feritoie nella pietra fanno penetrare lame di fiochissima luce, appena sufficienti per non farmi inciampare sui gradini.

Una volta in cima apro con il cuore in gola la porta che trovo sulla sommità: mi ritrovo così in un piccolo spazio esagonale sopraelevato, una terrazza coperta da un tettuccio a punta sorretto da sei colonnine di marmo.

Axel è qui, ma il vederlo in questo stato penoso equivale per me a ricevere un pugno nello stomaco: se ne sta infatti seduto a terra con le ginocchia al petto, il corpo scosso da violenti tremiti e brividi, gli occhi arrossati persi nel vuoto.

Pochi secondi dopo sono inginocchiata accanto a lui.

«Axel, per Dio, cosa ti ha ridotto così?» gli chiedo fuori di me per la preoccupazione prendendolo per le spalle, gli occhi verde-azzurri spalancati.

«Hai avuto un attacco di panico, vero?» dico più a me stessa che a lui: ormai so riconoscerne uno, non si contano le volte in cui ho aiutato Jeremy durante le sue crisi.

Ma lui non sembra né ascoltarmi né vedermi: continua invece a fissare il vuoto, la profondissima sofferenza che gli scava dentro scritta a chiare lettere sul viso contratto, i capelli completamente spettinati come se ci avesse passato le mani decine di volte, sempre che non abbia tentato di strapparseli.

«Axel, ti prego, guardami... parlami...» insisto ancora scuotendolo leggermente e accarezzandogli il viso, mentre sento il cuore che mi si spacca di dolore nel vederlo in queste condizioni.

Se solo potessi in questo momento prenderei su di me il suo dolore senza esitare, se non tutto almeno la metà, per aiutarlo a portarlo, per farlo stare meglio... Ma non posso farlo se lui si ostina a tenersi dentro quel mostro che lo divora pezzo dopo pezzo da anni.

«È stato il vedere Anthemis a farti tanto male?» provo a indovinare ormai in lacrime, riuscendo finalmente a scuoterlo.

«Emma», dice con una voce che stento a riconoscere come sua.

«Ti prego, vattene, lasciami qui da solo.»

«No Axel, io resto con te! Non permetterò mai più che tu attraversi l'inferno da solo, l'hai già fatto per troppi anni! Adesso ci sono io!» affermo abbracciandolo e posando la testa sulla sua spalla, sentendomi improvvisamente nel posto più giusto, l'unico in cui potrei stare ora, l'unico in cui voglio stare ora: accanto a lui.

Ma Axel non ne vuole sapere:

«Emma, vattene, ti prego, non ce la faccio a sopportare anche questo adesso! Ti supplico: non costringermi a mentirti ancora, non riesco più a sopportarlo!» sussurra con un filo di voce, come se fosse sfinito, spingendomi via.

«Mentirmi di nuovo? Ma Axel, cosa significa?» chiedo alzandomi in piedi e indietreggiando, ferita nel profondo da quei coltelli che sono state le sue ultime parole.

«Emma, ti prego, se davvero ci tieni a me, vattene via!» grida rimanendo senza fiato, piegato su sé stesso dal dolore che lo sconquassa dall'interno.

E io, non riuscendo a sopportare ulteriormente quella vista, faccio come dice: lo guardo un'ultima volta e imbocco la porta iniziando a scendere le scale di corsa, scoppiando a piangere non per ciò che mi ha detto, ma perché ormai la sua sofferenza è diventata la mia, nonostante io non ne conosca tutte le cause.

Scoppiando a piangere perché ora so di non essere abbastanza forte per salvarlo.

***

«Emma, la devi smettere! Non puoi continuare così, in questo modo fai solo del male a te stessa!» mi rimprovera Jeremy sedendosi sul letto accanto a me.

Siamo in camera mia, dove mi sono rifugiata dopo lo scontro con Axel: ci ho impiegato più di un'ora a calmarmi, ma il senso di impotenza che mi sento addosso non passa, così come il peso che sento sull'anima al pensiero di quanto la vita di Axel sia stata distrutta da un qualcosa che io non posso cambiare.

Qualche minuto fa è venuto a cercarmi il mio gemello e, avendomi trovata in condizioni pietose, mi ha costretto a raccontargli cosa fosse successo.

«Non sto dicendo di abbandonarlo a sé stesso o di non preoccuparti per lui, sto solo cercando di farti capire che non è normale soffrire così per una persona che conosci da pochissimo!» insiste.

«Sai bene cos'è successo tra di noi, Jeremy! Axel non è una persona qualunque!» dico appoggiandomi al cuscino dietro di me e tirandomi le gambe al petto.

«So anche io che non è normale, ma cosa ci posso fare se provo questo? Cosa ci posso fare se ho cominciato a volergli bene fin dal primo istante in cui l'ho visto? Cosa ci posso fare se vederlo soffrire mi spezza il cuore?» cerco di giustificare il mio stato d'animo.

Jeremy si passa una mano tra i capelli dorati, sospirando.

«Dovresti essere arrabbiata, Emma, non stare male», dice.

«Ti ha rivelato chiaro e tondo che in passato ti ha mentito, perché non dai importanza a questo fatto invece di tormentarti?»

«So a cosa si riferiva: Axel mi aveva fatto credere che le sue pene fossero causate dall'aver ucciso Altair e dal fatto di aver perso tutte le persone a lui più care, ed è così, ovviamente, ma non mi ha detto che c'è di più: ha tenuto per sé qualcosa che è avvenuto il giorno della battaglia. Non sono arrabbiata con lui per questo: non è stata una bugia, solo un'omissione. Non posso avercela con lui solo perché non se l'è sentita di parlarmi di un qualcosa che per lui è chiaramente un trauma!»

«Emma, questa è una tua ricostruzione! Non puoi essere certa che intendesse dire proprio questo!» sbotta Jeremy quando termino il mio discorso.

«Ok, adesso basta pensare a questo!» dico alzando le braccia in segno di resa.

«Cos'eri venuto a dirmi?» gli chiedo cercando di scacciare via per un po' dalla mente quei due occhi ambrati vuoti e spenti.

«Ho trovato lo scrigno», dice lui alzando le spalle.

«Cosa?!» grido portandomi una mano alla bocca.

«E perché diamine non l'hai detto subito?» dico scattando in piedi come una molla, sentendo l'euforia montarmi dentro e farsi spazio tra i sentimenti diversi e contrastanti che già prima mi riempivano.

«Mi hai aperto la porta in lacrime, Emma! Questo mondo ha aspettato diciassette anni, poteva aspettare ancora qualche minuto mentre cercavo di fare stare meglio mia sorella!» afferma sorridendomi.

«Grazie, Jeremy. Ti voglio bene», dico sincera sorridendogli a mia volta, sentendomi per un attimo la ragazza più fortunata del mondo ad avere accanto un fratello tanto speciale.

«Adesso però parla: cos'è successo da quando sono uscita dalla biblioteca?» gli chiedo sempre più impaziente.

Quando Jeremy finisce di raccontare tuttavia mi sento decisamente più preoccupata che euforica.

«Questo è un problema! Come possiamo entrare nella stanza del Nucleo dal momento che l'unica chiave disponibile è appesa al collo di Alhena?»

«A questo penseremo, Emma, ma prima c'è qualcos'altro che devi sapere», continua Jeremy, decisamente preoccupato.

«Di che si tratta?»

«Alhena mi ha spiegato anche come è entrata in possesso dello scrigno: c'è qualcosa che non mi torna in quella storia», confessa.

«Alhena dice di aver strappato di mano il cofanetto ad Altair per gelosia, perché aveva origliato la conversazione in cui Deneb gli rivelava di essere suo padre e gli prometteva la successione. In quel momento arrivò l'esercito di Corylus e non ci fu più tempo per discutere, ma prima di uscire a combattere, Deneb disse ad Alhena di aver cura dello scrigno perché conteneva la chiave della salvezza di questo mondo.

Ora, anche se Alhena non lo sa, quello scrigno contiene davvero la chiave della salvezza di questo mondo, ma la vera domanda è: come poteva Deneb saperlo prima che Altair distruggesse i Nuclei?» continua mio fratello facendomi sbiancare.

«Ma non può essere!» sbotto.

«Né Deneb né i nostri genitori sapevano che il compiere il rito su di noi e il mandarci nel Mondo di Fuori avrebbe significato la salvezza di questo mondo: l'hanno fatto solo per proteggerci dalla battaglia! È stato un caso, una fatalità a far sì che gli elementi puri dentro di noi si salvassero!» dico, ma ormai questa versione non convince più neppure me.

«Eppure Deneb sapeva che facendo così questo mondo si sarebbe salvato», insiste Jeremy.

«Emma... E se il Guardiano avesse anticipato le azioni di Altair? Se avesse convinto i nostri genitori a negarci la scelta e a mandarci nel Mondo di Fuori precisamente con l'intento di salvaguardare il giorno e la notte dentro di noi affinché un giorno sarebbe stato possibile ricreare i Nuclei?»

«Se fosse così avrebbe un senso la promessa che mamma e papà strapparono ai nonni: avrebbero dovuto farci venire qui quando saremo stati pronti non per far parte di questo mondo nel bene e nel male, a prescindere dall'esito della battaglia, ma per salvare questa terra», rifletto sconvolta.

«Sì, così tutta la vicenda risulta più credibile», conferma mio fratello, inquieto quanto me.

Io scuoto la testa.

«Ma Jeremy, Alhena ha sentito Deneb dire ad Altair di essere suo padre, gli ha sentito promettergli la successione pochi minuti prima della battaglia, quando già mamma e papà erano partiti per portarci fuori da qui! Se avesse saputo quello che stava per fare suo figlio, perché dirgli delle cose del genere? Perché non fermarlo in quel momento? E non dimenticare che lo scrigno era nelle mani di Altair, non di Deneb! Se il Guardiano sapeva, perché mettere la chiave della salvezza di questo mondo nelle mani di chi lo stava per distruggere?» rifletto sempre più confusa.

«Non lo so, Emma... Mi sta scoppiando la testa!» dice mio fratello prendendosela tra le mani.

«Pure a me, non ci capisco più nulla!» concordo con lui lascandomi cadere sulla sedia accanto alla scrivania in legno.

Dopo qualche instante di silenzio, Jeremy alza di nuovo la testa con un'espressione strana:

«E se Axel avesse mentito proprio su questo punto?» dice.

«Magari pure lui era al corrente di tutto, ma per un qualche motivo ha preferito fingere che l'averci negato la scelta e l'averci portati dai nonni fosse solo un idea dei nostri genitori per proteggerci!»

«No, Jeremy! Se fosse così vorrebbe dire che lui era a conoscenza di ciò che stava per fare Altair prima che lo facesse, mentre uno dei fattori che lo fanno soffrire tanto è proprio il non essere stato in grado di anticiparlo! Mi rifiuto di credere che mi abbia mentito su una questione del genere!» dico convinta, senza ammettere repliche.

«Ok, come vuoi» dice sospirando.

«Per il momento non pensiamoci più, adesso la priorità è prendere lo scrigno!»

«A proposito di questo... Penso di avere un idea», affermo.

«Che hai in mente?» chiede Jeremy affilando lo sguardo.

«Vedrai!» gli rispondo semplicemente prendendo una mantellina scura e gettandomela sulle spalle.

«Vuoi uscire dal palazzo?! Ma sei impazzita?» dice lui scattando in piedi.

«Tu va nel salone: se qualcuno chiede di me dì che mi trovo nella mia stanza perché non mi sento molto bene e che non voglio essere disturbata», dico finendo di sistemarmi.

«Fidati di me!»

***

Le strade di Yakamoz sono silenziose mentre le percorro con la testa china e il cappuccio della mantellina calato sulla testa; so che nessuno mi riconoscerebbe come la di Fuori appena arrivata in città, a parte forse il venditore di pietre preziose, quello che aveva fatto caso al mio nome il giorno del mio arrivo, ma è meglio non prendersi troppi rischi.

Lungo il percorso che mi separa dalla bottega di filtri e pozioni a cui sono diretta percorro vie strette ed altre più ampie, piccole piazzette che si fanno spazio a stento tra gli edifici in pietra alti ed antichi e una zona della città caratterizzata da case ben separate le une dalle altre, ognuna con un piccolo cortile attorno e vari orti ora completamente spogli.

Dopo aver sbagliato strada un paio di volte giungo finalmente nello slargo che ricordavo dal giorno del nostro arrivo, così mi dirigo subito verso il piccolo negozio quasi nascosto all'angolo tra due stradine.

Prima di entrare do un'occhiata alla merce esposta nella vetrina e cerco di convincermi di stare facendo la cosa giusta, ma poi pensando all'importanza del risultato finale della missione rompo gli indugi: abbasso la maniglia in ferro della porta e la apro facendo risuonare un tenue tintinnio.

Uno strano odore dolciastro mi fa arricciare il naso non appena metto piede nella bottega, mentre i miei occhi cercano di abituarsi alla fitta penombra della stanza.

Dopo qualche istante riesco a mettere a fuoco le pareti pieni di scaffali, ognuno con sopra decine di boccette di ogni forma e dimensione, ognuna catalogata da un'etichetta scritta a mano con un'elegante calligrafia.

«Mi dica, signorina, cosa le serve?»

Una voce attira improvvisamente la mia attenzione, così il mio sguardo si alza di scatto: con mia grande sorpresa noto una ragazza della mia età, forse un po' più piccola, uscire da una porticina che evidentemente è quella del retrobottega.

È piuttosto bassa e mingherlina, una folta chioma di ricci rossi le ricade sulle spalle esili e due grandi occhi le illuminano il volto, ma non saprei dire quale sia il loro colore esatto: la luce qui dentro è troppo fioca per poterlo capire. Indossa un semplice vestito blu stretto in vita da un cordoncino dorato, le braccia e le dita sono piene di bracciali e anelli.

Cercando di dissimulare la mia sorpresa spingo indietro il cappuccio scoprendomi la testa, tentando di sorridere.

«Se mi servisse una pozione soporifera, sarei nel posto giusto?» chiedo cauta.

La ragazza mi fissa per qualche istante, poi un sorriso divertito le si apre sul viso:

«Il potere delle erbe è potente, non serve neppure un briciolo di magia per ricavare da esse sostanze in grado di procurare qualunque effetto si desideri: tutti i Notturni lo sanno, siamo ottimi erboristi», dice.

«Naturalmente, lo so!» tento di mostrarmi sicura, ma inutilmente.

«Io non credo, altrimenti avresti saputo che una pozione soporifera è ciò che di più banale si possa trovare in una bottega del genere», dice sollevando le spalle.

«Sei una Diurna in cerca di avventura?» mi chiede poi a bassa voce continuando a sorridere, evidentemente sicura di aver scoperto la verità.

«No, sono solo una Notturna nata fuori città», invento sul momento una storia plausibile.

«So che molti Notturni sanno lavorare le erbe, naturalmente, ma non ero mai entrata prima in una bottega di filtri: non sapevo cosa aspettarmi», continuo.

«D'accordo, perdona la mia curiosità allora», dice la ragazza, anche se non mi sembra per nulla convinta dalla mia recita.

«Una pozione soporifera hai detto, giusto?» chiede poi dirigendosi verso uno scaffale alle sue spalle.

«Per quanto tempo desideri che tenga addormentati?»

«Due ore dovrebbero bastare», affermo.

Lei continua a frugare nello scaffale facendo tintinnare tra loro le boccette, fino ad estrarne una piuttosto piccola contenente un liquido azzurrino.

«Ecco a te!» dice porgendomela.

«Ti ringrazio», dico prendendo quel piccolo oggetto tra le mani e riponendolo in una delle tasche del vestito.

«Quanto ti devo?» chiedo poi tirando fuori il sacchetto pieno di monete datomi da Alhena al nostro arrivo: "Per qualunque necessità", aveva detto.

«È gratis se mi dici il tuo vero nome: non me la bevo la storia della Notturna nata fuori città!» mi sorprende lei incrociando le braccia.

Per fortuna non devo mentirle:

«Mi chiamo Adhara», dico sorridendo.

«Va bene, hai vinto. Ti credo», si convince infine la rossa facendomi quasi sospirare di sollievo, anche se il senso di colpa non manca di farsi sentire.

«Posso farti una domanda io adesso?» le chiedo non riuscendo a frenare la curiosità.

«Certo, te lo devo dopo il terzo grado che ti ho fatto subire!» risponde subito lei, ridacchiando.

«Gestisci questo posto da sola?» le chiedo, ma il suo sorriso si smorza al sentire la mia domanda.

«È stato mio padre ad aprire questa bottega e ad insegnarmi tutto ciò che so sulle erbe e i filtri: dove raccogliere le piante, come curarle, gli effetti di ognuna, come combinarle tra loro... Sia lui che mia madre sono morti il giorno della battaglia, così io ho continuato da sola a fare pozioni e a venderle: avevo imparato tutto ciò che c'era da sapere in merito, dunque non ho esitato», dice distogliendo lo sguardo.

«Mi dispiace tanto. Anche io ho perso entrambi i miei genitori quel giorno», le confesso sincera, sentendomi un po' più leggera per averle detto un'altra cosa vera sul mio conto.

Dopo qualche istante lei torna a spezzare il silenzio:

«Perché non passi a trovarmi di nuovo, Adhara? Mi farebbe davvero piacere parlare ancora con te, avere un po' di compagnia», mi chiede sorprendendomi non poco.

«Certo, farebbe molto piacere anche a me!» le rispondo annuendo.

«A proposito, io sono Denebola» dice tendendo la mano.

***

Al mio rientro per fortuna non incrocio nessuno lungo i corridoi che mi dividono dalla mia stanza: tenendo sul braccio la mantellina cammino velocemente fino a chiudermi la porta alle spalle, sospirando di sollievo.

Subito infilo la mano nella tasca anteriore del vestito ed estraggo la boccetta, soppesandola tra le mani; la mia idea è quella di somministrarne il contenuto ad Alhena per poterle prendere agevolmente la chiave, approfittando del fatto che la Guardiana, nonostante non abbia bisogno di mangiare o bere, in questi anni ha continuato a farsi preparare una certa tisana che le è sempre piaciuta molto.

Una domestica gliene porta una tazza ogni sera, senza eccezioni, come abbiamo potuto constatare.

Controllando l'orologio noto che non manca molto alle cinque, l'ora in cui ogni notte noi e Alhena ci troviamo nel salone con la cupola per conversare, l'ora in cui Alhena si fa portare la sua tisana.

Velocemente rimetto a posto la boccetta e mi ci dirigo tentando di comportarmi il più normalmente possibile; non posso permettermi di sbagliare: la posta in gioco è troppo alta, per me e per tutto questo mondo.

Una volta arrivata, senza esitare, spingo la porta del salone ed entro.

La prima cosa che noto è la presenza di Axel: se ne sta in piedi accanto ad una delle grandi finestre a sesto acuto assieme a Jeremy, perfettamente in sé, almeno a vedersi.

Se non lo avessi visto con i miei occhi accovacciato su sé stesso nell'altana, ora stenterei a credere che solo poche ore fa le sue condizioni fossero così disperate: si deve essere evidentemente dato una sistemata e calmato del tutto, anche se non mi sfugge che la consueta cupezza in cui è immerso sembra essere leggermente più accentuata del solito.

Quando varco la soglia i suoi occhi si fissano immediatamente nei miei, senza lasciarli andare per svariati secondi; sembra quasi volermi comunicare qualcosa con quello sguardo, come se volesse tacitamente chiedere scusa.

E mentre il cuore mi si ferma per un attimo nel ritrovare l'ambra dei suoi occhi addosso a me, gli sorrido dolcemente e annuisco. Ho capito, ti perdono.

Alhena, avendo intercettato lo sguardo di Axel, si volta subito verso la porta dalla poltroncina su cui è seduta.

«Emma, ti sei ripresa?» mi chiede non appena si accorge del mio arrivo.

«Sì, ora sto molto meglio, vi ringrazio», rispondo prontamente mentre lo sguardo mi scivola sul tavolino accanto a lei e sulla consueta tazza fumante sopra di esso.

Senza soffermarmi a riflettere troppo mi dirigo verso il divanetto al centro della stanza; nel farlo passo volutamente accanto a Jeremy, che continua a lanciarmi occhiate preoccupate da quando ho messo piede qui dentro.

«Distrai Alhena», gli sussurro il più discretamente possibile passando dietro di lui e accomodandomi su uno dei soffici cuscini blu, in tempo per vederlo sgranare gli occhi e guardarsi intorno nervosamente.

«Alhena, mi chiedevo...» inizia a dire Jeremy, titubante.

Spero vivamente che non combini un disastro.

«Quel mappamondo cosa rappresenta?» continua poi più sicuro fissando lo sguardo su una grande sfera di vetro blu montata su di un piedistallo in un angolo della stanza.

«Insomma, non può rappresentare il Mondo di Fuori, giusto?» continua.

«No, infatti. Quella sfera rappresenta la volta celeste, vi sono ripotate tutte le stelle e le costellazioni note», risponde tranquillamente la Guardiana.

«Vieni, ti faccio vedere», continua poi alzandosi e dirigendosi verso la sfera, seguita da Jeremy.

Le mani cominciano a tremarmi mentre mi assicuro che Alhena sia posizionata di spalle e intenta ad illustrare le caratteristiche di quell'oggetto tanto bello che io avevo notato fin dal primo giorno, ma non mi fermo.

Sotto lo sguardo confuso di Axel prendo la boccetta e la stappo, poi verso interamente il contenuto azzurrino nella tazza ancora piena di Alhena, tornando a sedermi immediatamente con il cuore a mille e il fiato corto.

Mai nella mia vita avrei pensato che un giorno avrei fatto una cosa del genere.

«Emma, ma che fai?!» sibila Axel sgranando gli occhi e sedendosi accanto a me.

«Cos'era quella roba?»

«Jeremy ha trovato lo scrigno, è nella stanza del Nucleo. Zitto ora e stai a vedere!» gli sussurro facendogli l'occhiolino.

Lui, anche se piuttosto agitato, annuisce.

«Ok, mi fido di te», dice poi facendomi arrossire.

«Emma, a proposito di ciò che è successo prima...» continua dopo qualche attimo abbassando gli occhi, approfittando di questi pochi attimi di privacy.

«Perdonami, è stato terribile da parte mie mandarti via in quel modo, quando volevi solo aiutarmi e starmi vicina...»

Io non posso che trattenere una risatina.

«Stiamo per far andare in catalessi la Guardiana di Yakamoz, rubarle la chiave che ha appesa al collo e recuperare lo scrigno e tu ti preoccupi di chiedermi scusa?»

«Noi stiamo per fare cosa?!» sobbalza raddrizzando di scatto la schiena.

«Ma siete impazziti?!»

«Funzionerà, Axel, stai tranquillo», cerco di calmarlo.

«In ogni caso quello che volevo dire è che... Sì, insomma, quando ho detto che non volevo mentirti di nuovo...» prova a prendere in mano il discorso, ma io lo fermo subito.

«Axel, basta. So cosa intendevi dire: quel giorno è successo anche qualcos'altro che non mi hai detto e va bene così, non sei obbligato a dirmi nulla che tu non voglia. La prossima volta però metti in chiaro subito le cose, non fare finta di avermi detto tutto quando non è così, d'accordo?»

Ma Axel non fa in tempo a rispondermi perché sono di ritorno Alhena e Jeremy, quest'ultimo pallido come un lenzuolo.

«Allora piccioncini, di che parlavate di tanto segreto? Vi si sentiva bisbigliare fin dalla parte opposta della stanza!» dice Alhena tornando a sedersi al suo posto, prendendo in mano la tazza e guardando me ed Axel con un sorriso furbetto sul viso.

Io avvampo, senza sapere cosa dire.

«Vi state sbagliando, mia Signora: io ed Emma siamo solo amici», afferma al posto mio Axel in tono piatto, facendomi raggelare, mentre Alhena beve il primo sorso di tisana senza distogliere lo sguardo da noi.

Nonostante Axel avesse già espresso quel concetto, non posso fare a meno di sentirmi trafiggere all'udire quelle parole uscire dalla sua bocca con tanta naturalezza, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, come se non fosse mai successo niente tra di noi.

"Fa male. Tanto male", penso mentre sento le mie mani stringersi a pugno attorno alla stoffa che riveste il divanetto.

«Oh, suvvia ragazzi! Si vede chiaramente che...» prova a ribattere la Guardiana iniziando a sbattere le palpebre lentamente, come se faticasse a tenerle aperte. Pochi istanti dopo Alhena è adagiata allo schienale della poltrona, addormentata, la tazza a terra sul tappeto.

«Era questo che avevi in mente?!» sbotta Jeremy indicando Alhena.

«Le hai messo qualcosa nella tisana?!»

«Sì, esatto. Presto adesso, la chiave!» dico scattando i piedi.

Axel prontamente afferra la catenina dal collo della Guardiana e gliela sfila delicatamente, rivelando la chiave in metallo finemente lavorata.

«Jeremy, sei proprio sicuro che fosse lo scrigno giusto quello che hai visto nella sala del Nucleo?» chiede poi a mio fratello soppesandola tra le mani.

«Sicurissimo: Alhena mi ha raccontato come ne è venuta in possesso, non ci sono dubbi», conferma Jeremy.

Un lieve pallore si impossessa allora del viso di Axel, ma forse è solo una mia impressione. Sì, deve esserlo per forza.

«Bene allora, ormai è fatta, andiamo», afferma il Notturno.

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