Capitolo 7
[Omofobia e omosessualità]
Christophe Sherwood
Al nostro risveglio eravamo l'uno fra i braccia dell'altro e non potei fare a meno di sorridere, lui era il mio raggio di sole che mi aveva tirato fuori da quell'abisso fatto di desolazione.
Gli accarezzai la guancia e poi lo baciai augurandogli un buon giorno e lui mi sorrise guardandomi con quei suoi preziosi e lucenti smeraldi baciandomi a sua volta.
Ci vestimmo, ognuno nella sua camera, facemmo colazione assieme e camminammo mano nella mano fino a scuola, prima di varcare l'ingresso Colton prese un profondo respiro e strinse più forte la mia mano e lo feci anche io, per dargli sicurezza.
Ma non sembrava essere molto calmo perciò lo guardai negli occhi «Non lascerò che nessuno spenga il tuo sorriso, sei la cosa più importante che ho » gli sussurrai accanto all'orecchio vedendo spuntare un sorriso sulle sue labbra perfette.
Camminammo a passi svelti, mano nella mano per raggiungere la palestra, saremmo andati in classe come tutti i giorni se non avessimo visto un volantino sulle pareti un po' rovinate dell'edificio, si trattava di una campagna di sesibilazione all'omosessualità a cui era obbligatorio partecipare.
Ci sedemmo in prima fila dato che quelli erano gli unici posti liberi, proprio vicino a Louise che sorrideva in modo alquanto inquietante «Luois sei davvero inquietante» bisbigliò Colton facendomi ridacchiare «Shh, oggi ci saranno i miei due papà, sai che non si vedono molto spesso quindi sono felice » quasi urlò.
Il professor Jeager camminò lentamente fino a raggiungere il microfono, dando uno sguardo agli studenti fu facile capire che molte delle voci entusiaste erano ragazze che sbavavano dietro al professore di psicologia.
«Sapete dirmi che cos'è l'omofobia, sembra che molti in questa scuola lo siano... » un ragazzo alzò la mano e gli venne data la parola «É l'odio contro i gay perché sono malati e vanno contro natura » rispose uno stupido facendo sospirare il professore.
«No, è sbagliato, omofobia letteralmente significa paura verso l'attrazione per lo stesso sesso, esatto, non vuol dire odio ma ben si paura, qualcuno vuole intervenire? » ma nessuno parlò «La società porta ad emarginare chi fiorisce dai canoni prestabiliti, come chi non è alla modo o chiunque sia diverso dalla massa, è una dimostrazione di paura verso ciò che non si capisce e non si conosce, una dimostrazione di pochezza mentale»
Camminò fino a sedersi sul bordo del palco facendo attenzione a non stropicciate il suo completo elegante, non indossava mai abiti formali e si notava dati i suoi movimenti abbastanza artificiosi.
«E sapete, essere gay non è una malattia, non è nemmeno qualcosa di sbagliato, è semplicemente un modo diverso di essere e diversi gusti come c'è a chi piacciono le brune e chi le bionde » disse cercando un paragone che anche loro potessero capire.
«Sono rimasto molto colpito dal numero di studenti omofobi che si sono presentati ieri solo per aver visto una coppia omosessuale tenersi per mano nei corridoi della scuola, ma ovviamente non sono rimasto colpito positivamente » si alzò in piedi e si posizionò nuovamente davanti al microfono «Vorrei che mi spiegaste perché odiate tanto chi è gay » ma nessuno seppe spiegarlo, molti provarono ma rinunciarono capendo quando il loro "odio" fosse sciocco.
«Voi riversate il vostro odio e la vostra frustrazione su persone che non conoscete e situazioni che non capite, forse ascoltare cosa significa essere omosessuali in un ambiente omofobo vi farà capire meglio, Colton, Christophe, ve la sentite? » chiese e noi ci guardammo, lui sembrava davvero convinto perciò anche io salii sul palco.
«Colton fino ad un paio di giorni fa era il più popolare e amato della scuola ma appena ha detto di essere omosessuale l'opinione di tutti è cambiata, nonostante lui non lo sia e questo è davvero un completamente infantile e sciocco » osservando i volti di chi aveva usato parole orribili verso di noi vidi il pentimento e la lenta realizzazione.
«Chi di voi due vuole cominciare? » allora il biondo fece un passo avanti verso il microfono, sapevo quanto fosse difficile per lui e in quel momento ero così fiero della sua forza d'animo «Io sono Colton Evans, tutti mi invitavano alle loro feste e cose di questo genere ma a me non è mai importato, l'unico motivo per cui mi sono impegnato per diventare "popolare" e che avevo paura di farmi vedere come omosessuale perché sapevo bene come sarei stato trattato e da solo non potevo farcela... » fece una piccola pausa voltandosi verso di me e sorridendomi.
«Ma non sono più solo e le vostre parole non mi hanno ferito come avrebbero fatto se lo fossi stato, perché al mio fianco ho qualcuno che mi ama, mi capisce e mi conosce e ho imparato molto da lui » sorrise venendomi in contro sussurrandomi «Grazie » all'orecchio facendomi sorridere.
Poi fu il mio turno e chiesi a Colton di restarmi vicino e stringermi la mano perché sarebbe stato difficile per me «Io sono Christophe Sherwood, appena sono arrivato mi avete ricoperto di insulti ma sapete, non mi hanno neppure sfiorato perché nella mia scuola in Francia è stato molto peggio » sospirai «Io ero gracile, basso e la mia unica qualità era di essere molto intelligente, appena venne fuori che ero gay incominciarono i problemi, quelli che avevo avuto anche a casa...» strinsi la sua mano e lui strinse la mia facendomi sentire che era lì.
«Mio padre e mio fratello dissero che mia madre era morta per colpa mia, perché ero gay e quell'autista ubriaco doveva colpire me e non mia madre; mio padre mi prendeva a cinghiate senza motivo e devo ringraziare i miei zii materni per avermi cresciuto e amato » sospirai, era dannatamente difficile non piangere ma non lo avrei fatto, ma l'ero promesso «A scuola non andò meglio, mi rubavano le cose, mi facevano degli scherzi di pessimo gusto ma la cosa non si fermò lì, mi picchiarono e una volta fecero addirittura peggio » sentii la presa di Colton scivolare via e poi le sue braccia cingermi da dietro e la sua testa appoggiata sulla mia schiena.
«Era l'ultimo giorno di scuola, mo picchiarono talmente tanto che non riuscivo più a muovermi, mi spogliarono completamente, mi legarono e mi spinsero in uno stanzino a calci e poi chiusero a chiave la porta, io rimasi lì due giorni interi senza mangiare ne bere con due costole rotte, il naso spaccato e la gamba fratturata e le corde vocali quasi lacerate per quanto avevo urlato cercando di farmi sentire dalle bidelle e per fortuna mi trovarono. »
Li osservai, avevano il volto sconvolto, alcuni gli occhi sbarrati o lo sguardo basso « Durante l'estate fu davvero dura ristabilirmi, per poco non rischiai la perforazione del polmone sinistro ma mi rimisi in piedi e mi allenai duramente per tutto il tempo diventando forte e per mia fortuna crebbi molto anche in altezza, i miei zii denunciarono l'accaduto e quando tornai a scuola ci provarono di nuovo ma non ci riuscirono, per fortuna. » quando finii il racconto mi alzai la maglia mostrando quante cicatrici avessi in realtà, quanto erano profonde e brutte e tutti rimasero sconcertati, dopo questo il professor Eren Jeager ci fece tornare ai nostri posti e appena ci sedemmo Colton mi abbracciò.
«Ora capite quello che significa essere omosessuali in un ambiente omofobo e ditemi voi volete essere le persone che vanno vicino ad uccidere un altro ragazzo solo perché ha dei gusti diversi?» un no generale si levò nella grande stanza facendo sorridere flebilmente il castano.
«Voi mi rispettate, intendo come professore?» «Certo prof, lei ci aiuta sempre quando abbiamo dei problemi! » urlarono in molti fra maschi e femmine e in quel momento salì sul palco un uomo molto simile a mia madre, era praticamente identico e mi sentii davvero male.
«E conoscete Levi Ackerman?» chiese con gli occhi che brillavano «Si, è il capo della sicurezza nazionale! » «E lo rispettate? » chiese sorridendo dolcemente e un si generale venne urlato dalla folla di studenti.
«Cambierente idea se fossimo gay? » chiese e tutti risposero di no senza esitazione, dopo di questo si baciarono sorridendo come se fossero le persone più felici e innamorate del mondo «Bene perché lo siamo, se avete domande fatele » e con enorme sorrida fu Austin a farne una «Ma è vero che le relazioni omosessuali sono brevi?»
Levi ed Eren si guardarono e il castano ridacchiò «No» rispose secco il moro «Siamo sposati da dodici anni e stiamo insieme da diciotto anni, calcolate che stiano insieme da quando avevamo diciassette anni e ora ne abbiamo trentacinque » ammise orgoglioso ricevendo uno schiaffetto sul braccio dal più basso diventato rosso in volto.
Louise corse sul palco e saltò addosso ai suoi papà sorridendo felice «Io invece vorrei aggiungere che non è vero che una coppia gay non può crescere bene un figlio e farlo sentire amato come una coppia etero, io e mio fratello siamo stati adottati e vogliamo bene ai nostri papà! » ammise con un sorriso molto più che luminoso.
Le due ore di sensibilizzazione finirono in questo modo e mentre ci dirigevamo nella classe che dovevamo frequentare uno di quelli che aspirava a diventare il re della scuola iniziò ad insultare me e Colton molto pesante e, inaspettatamente, tutti quelli presenti ci difesero e lo sgridarono chiedendoci scusa per come si erano precedentemente comportati.
Arrivati alla pausa pranzo andammo ai nostri armadietti, fortunatamente vicini e depositammo i libri e cu trovai una busta un po' improvvisata.
Ciao Chris,
volevo chiederti scusa per come mi sono comportato anche se non pretendo il tuo perdono, sono stato orribile e lo so bene.
Purtroppo credo che questo sia l'unico modo di farti sapere quanto sono davvero pentito per non aver mai fermato nostro padre e non averti mai aiutato come invece avrei dovuto fare, invece sono stato uno dei tuoi carnefici e ora mi sento un mostro, anzi, lo sono.
Spero comunque che un giorno sarai in grado di perdonarmi, mi dispiace da morire.
-Austin Sherwood
Mentre leggevo sorrisi, mio fratello allora mi voleva davvero bene e si era pentito per quello che aveva fatto, ma smisi subito di sorridere, non potevo mica perdonare così qualcuno che non aveva neanche il coraggio di dirmi in faccia quello che pensava.
Forse non lo aveva fatto perché non era la verità, perché in realtà era solo una scusa per cercare di avvicinarsi ancora al mio cuore per poi frantumarlo nuovamente in pezzi talmente piccoli che mi ci vorrà una vita per ricostruirlo.
Raccontati a Colton della lettera e poi andai al bagno, mi sciacquai la faccia e poi le mani, chiedendomi perché la mia vita non poteva essere più semplice e più spensierata e perché dovevo soffrire sempre per un motivo o per l'altro, ma ancora non conoscevo la vera sofferenza, quella capace di farti desiderare di morire.
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