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Capitolo 22

Mr. Sherwood pov.
[Fuori si prigione]

Una volta uscito di prigione sapevo già cosa fare, dal esatto momento in cui ero stato condannato avevo pensato a come farla pagate ai miei due figli.

Avevo fatto in modo da comportarmi come un essere modello, avevo finto di essermi pentito per quello che avevo fatto, che amavo i miei figli con tutto il mio cuore e che una volta a piede libero non mi sarei mai sognato di far male neppure a una mosca e ci ero riuscito.

Avevo finto così bene che mi trovo a camminare per la città assaporando l'ebbrezza della liberta, assaporando il dolce odore d'aria pulita lontano da quella gente, lontano da quegli schifosi carcerato omosessuali.

Camminai dirigendomi verso casa mia, per una serie di circostanze sembrava che Austin sarebbe stato il primo a subire la mia vendetta e al pensiero mi segregai le mani sorridendo, ma dovevo fare tutto in modo perfetto o sarei stato fermato prima del tempo dato che venivo controllato.

Appena entrai in casa, però, notai uno strato di polvere che ricopriva tutto il mobilio presente nella casa, ogni cosa era esattamente come l'avevo lasciata quando ero andato in ospedale con l'intento di sbarazzarmi di quei due errori, ma non c'era più nulla di ciò che apparteneva ai miei figli.

Schioccai la lingua sul palato, mettere in atto i miei piani si stava rivelando più difficile di quanto avessi previsto, ma certamente non sarebbe bastato tanto poco per fermare quello che avevo sognato di fare per mesi e mesi.

Uscii un po' dall'abitazione e andai al supermercato, approfittai dell'occasione per controllare se qualcosa era cambiato o se avessi intravisto quei due in modo da poterli osservare nei loro movimenti e forse cogliere le loro abitudini e piani.

Sfortunatamente per me, però, non incontrai nessuno che conoscessi o che sembrava conoscere Austin e Christophe, vidi solo uno spilungone dalla chioma nera, che di spalle scambiai per uno dei miei figli, ma che non si rivelò tale, mi rivolse semplicemente un'occhiata gelida.

Non mi sorpresi di quel gesto e neppure vi badai, dopotutto ogni singola persona di quella ristretta cittadina mi guardava con sospetto, odio e disapprovazione quando tutto quello che avevo cercato e cercavo ancora di fare era rimediare ai miei errori.

Per un paio di settimane non riuscii ad incrociare nessuno dei due, fino a quando vidi passeggiare per le strade il biondo fastidioso e Christophe, si tenevano per mano e sorridevano come se fossero stati felici, ma che diritto aveva la gente come loro di essere felice?

Li osservai e per puro caso riuscii a scoprire dove abitavano e un sorriso soddisfatto mi si stampò in volto, ora sarebbe stato più facile sapendo dove vivevano e potendo dedurre che nel lasso della mattinata non erano presenti, quindi i modi per ucciderli erano molteplici.

Mentre tornavo nella direzione di casa mia vidi nuovamente quel ragazzo che mi era parso mio figlio, uscì da un edificio modesto e ancora una volta quando mi vide sembrò volermi uccidere, poco dopo si voltò nella direzione che doveva percorrere e quando alzai lo sguardo notai di sfuggita il volto corrucciato di Austin.

Scoperto questo ultimo dettaglio mi precipitai nella mia dimora progettando un modo per mettere fine alle loro sporche, inutili ed errate esistenza mentre non riuscivo a smettere di ridere pregustando, di già, il momento in cui sarebbero morti liberando questo mondo.

Per il resto mi comportai come avevo sempre fatto lasciando che le guardie diminuissero la sorveglianza fino a sparire totalmente, fu allora che decisi di compiere qualche passo per avvicinarmi un po' di più al freddo e dolce compimento della mia vendetta, studiata in ogni sua piccola parte.

Mi appostai poco distante dall'edificio nel quale avevo visto, anche se solo per un breve istante, Austin e rimasi in attesa che qualcosa succedesse, nell'attesa che facesse vedere quanto era facile da sottomettere al proprio volere a causa del suo essere gay, perché nonostante lo negasse ogni volta io lo sapevo, meglio di chiunque altro.

Ma nessuno entrò o lasciò l'edificio, qualche volta si vedeva l'ombra del castano alla finestra che si muoveva nella stanza, sembrava stesse rimettendo in ordine, quindi nulla fuori dall'ordinario e questo fu quasi un bene per me, potevo fargli una visitina per fargli ricordare i bei vecchi tempi.

Scesi dall'automobile che avevo prontamente parcheggiato in un posto in penombra, guardai attorno all'ingresso e trovai le chiavi di scorta nascoste sotto ad un vaso decisamente troppo pesante, aprii la serratura del portone principale e poi rimisi l'oggetto al suo posto chiudendomi la porta alle spalle.

Salii piano le scale che conducevano alla porta dell'appartamento di mio figlio e mentre pensavo al regalo di bentornato che mi aspettava mi passai nervosamente la lingua sulle labbra in attesa di quel momento.

Bussai alla sua porta e mi nascosi di lato, feci questa operazione un paio do volte prima che si decidesse ad aprire e quando lo fece riuscii a tappargli la bocca e spingerlo dentro l'appartamento assicurandomi di non essere stato visto e di chiuderami la porta alle spalle.

Gli tappai sia naso che bocca per il tempo necessario affinché perdesse i sensi e poi  lo trascinai nella sua camera da letto, frugai nei cassetti e nell'armadio cercando qualcosa che avrei potuto utilizzare per immobilizzarlo, sarebbe stato divertente, come lo era stato sempre.

Legai i suoi polsi e le sue caviglie ai piedi del letto dopo avergli tolto i pantaloni e la maglietta, ridacchiai soddisfatto mentre gli infilavo un calzino in bocca che gli sarebbe stato impedito di sputare per urlare da un'altra cravatta che gli avevo legato a mo' di bavaglio.

Mi sedetti su una poltroncina che distava qualche centimetro dal letto e mi misi ad attendere pazientemente il suo risveglio, così i giochi avrebbero avuto inizio dopo mesi e mesi che avevo passato in prigione e al solo pensiero mi venne l'acquolina in bocca.

Qualche minuto dopo il suo corpo semicosciente iniziò a muoversi strisciando la sua pelle nuda sulle coperte, poi quando finalmente si rese conto di avere i movimenti bloccati si destò completamente allarmandosi.

Io risi rumorosamente abbassandomi sul suo corpo sussurrandogli all'orecchio «Ti sono mancato? » mentre passavo i palmi delle mie mani sulla sua pelle abbronzata sentendo il suo corpo tremare sotto al mio tocco, tutto come doveva essere.

Mi abbassai i pantaloni e con essi i boxer, poi con un movimento secco abbassai i suoi penetrandolo, mentre mi muovevo dentro di lui lo sentivo tremare e piangere sotto di me e quei suoi versi di dolore e sdegno non fecero altro che rendermi ancora più eccitato e soddisfatto.

Venni dentro di lui almeno una decina di volte, se non di più, dopotutto dovevo sfogare i miei bisogni che ero stato costretto a reprimere quando ero rimasto dietro alle sbarre.

Nonostante il suo volto e le sue lacrime mi pregassero silenziosamente di smettere, le sue interiora sembravano risucchiare il mio sesso al loro interno pregamdomi di continuare a muovermi e più lo facevo più sentivo le sue pareti avvolgersi attorno alla mia asta pulsante a causa del piacere.

Quando ne ebbi avuto più che a sufficienza uscii da lui osservando come il suo ano fosse aperto e grondante del mio sperma a causa della violenta penetrazione a cui lo avevo sottoposto e mi leccai le labbra compiaciuto.

«Ah, prova a dire qualcosa a qualcuno e uccido il tuo amichetto e tuo amato fratello » sibilai velonoso per poi lasciarlo lì, in quella posizione vergognosa lasciando il palazzo per poi prendere la mia automobile e tornarmene a casa.

Mi stesi sul divano e guardai la televisione mentre mandavo giù qualche alcolico il cui sapore mi era divenuto quasi un sconosciuto per il tempo trascorso in quella topia piena di schifosi gay che non facevano altro che attentare a qualche altro prigioniero.

Il giorno seguente feci nuovamente visita ad Austin e questa volta lo feci con un solo coltello puntato alla sua gola.

I suoi gemiti rimbombavano in quelle quattro mura mentre ancora il mio membro affondava nelle sue carni e più la sua voce, rotta dal pianto e dai singhiozzi, mi pregava di smetterla e di lasciarlo andare più affondavo spinto dall'estasi del momento.

Potevo sentire ogni singola cellula di quel corpo peccatore e omosessuale contrarsi sotto il mio tocco, tremare sotto di me a causa del terrore e della paura al quale era stato abituato fin dalla sua tenera età.

Era sempre una delizia vedere i suoi occhi azzurri come il cielo tremare quando mi presentato alla sua porta, era per me una delizia ammirare il suo sguardo pieno di paura, vergogna e di sottomissione perché sapeva che non poteva rifiutare o almeno era quello che gli avevo fatto credere, alla fine sarebbero motti tutti comunque.

Sapevo che nessuno avrebbe mai masso piede nelle mie questioni, conoscevo quell'idiota e sapevo che non avrebbe mai detto nulla riguardo a nessuno perché credeva ingenuamente che quel suo sacrificio servisse a qualcosa.

Mi portai una sigaretta fra le labbra e l'accesi prendendo una grande boccata di fumo mentre continuavo il movimento all'interno del ragazzo che non sembrava più aver la forza di reagire, tanto, non l'aveva mai davvero posseduta.

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