Capitolo 2
[Coinquilini]
Punto di vista di Christophe Sherwood
Mi sedetti ad uno dei tavoli vuoti per la pausa pranzo, non avevo intenzione di rendere ancora peggiore il mio primo giorno di scuola, non se potevo evitarlo.
Quindi mi misi in disparte a mangiare e quando stavo per infilarmi gli auricolari nelle orecchie e ascoltare il mio amato gruppo preferito sentii qualcosa che mi incuriosì, senza un particolare morivo.
Colton, il capitano della squadra di calcio stava parlando con una ragazza che dedussi essere sua amica se non fidanzata, era molto bella, anche lui lo era.
Era decisamente bellissimo, era meno alto di me, aveva i capelli biondo miele un po' arruffati e gli occhi erano di un penetrante verde foresta.
La sua pelle era perfetta e abbronzata, in più la maglietta attillata che portava permetteva di immaginare vividamente il suo fisico scolpito dagli allenamenti.
Lui stava parlando con "mio fratello" se così potevo definirlo, gli chiese che cosa avesse detto se io non lo avessi interrotto «Stavo per dire che siete degli idioti, essere gay non è una malattia è come dire che essere etero lo è, capite che non ha senso?!» disse alzando impercettibilmente la voce, solitamente pacata e gentile lasciandomi di stucco.
Dopo questo episodio inaspettato di apertura mentale infilai gli auricolari, rigorosamente neri, impaziente di ascoltare la voce di Jhon Cooper e la musica degli altri membri del mio gruppo preferito, gli Skillet.
Decisi di ascoltare braking Free, quella canzone con le sue parole mi aveva dato la carica per non mollare e diventare quello che ero, cambiando totalmente da quando ero più piccolo.
Amavo la loro musica, i testi erano sempre profondi e con quella loro magica capacita di catturati, di farti immedesimare in quelle parole stranamente vere.
Accesi il cellulare per controllare il tempo che mi rimaneva per ascoltare la mia musica e vidi la foto che avevo come sfondo del telefono, era l'ultima foto che io e la mamma ci eravamo scattati assieme, prima di quel bruttissimo incidente che me la portò via.
Non ricordavo cosa si provasse ad amare e a sentirsi amato, non ricordavo come fosse sentirmi dire da qualcuno che mi voleva bene, che mi amava e non potevo far altro che chiedermi: l'amore cos'è sperando che un giorno anch'io avessi avuto una risposta a questo interrogativo.
Ma ovviamente ero stato troppo ottimista a sperare che la pausa pranzo, almeno quella, potesse trascorrere in pace, infatti mio fratello mi venne addosso mentre stavo svuotando il vassoio nel cestino ed il contenuto del suo "casualmente" mi arrivò in testa, solo perché ero piegato in avanti.
«Oh, ma guarda, ti avevo scambiato per il sacco della spazzatura» «Io invece ti avevi scambiato per cucciolo dei sette nani» dissi divertito riferendomi ai suoi centosettanta centimetri di altezza o per meglio dire di bassezza.
«Come ti permetti, è colpa tua se nostra madre è morta e ti permetti anche di ribattere» mi urlò contro e io a quel punto non vi vidi più dalla rabbia, smisi di sorridere, mi sfilai lo zaino e appoggiai il vassoio mentre sentivo la rabbia crescere e ribbolirmi nelle vene.
Mi avvicinai a lui che si vantava di ciò che aveva fatto con i suoi stupidi amici, lo feci lentamente e senza parlare, mi limitai ad osservarlo furente ed iniziai a riempirlo di pugni fino a rendergli il viso pieno di ematomi e lividi, gli spaccai anche il setto nasale e avrei anche potuto ucciderlo se l'intera squadra di calcio non mi si fosse buttata addosso per fermarmi.
Se non mi avessero fermato chissà, forse sarei finito con l'ucciderlo, ma quello era solo un avvertimento, forse ci ero andato giù pesante ma solo questo poteva funzionare con lui «Tu parlane un'altra Austin e giuro che ti uccido, non sfidare la fortuna» sibilai a denti stretti.
E questa è la storia di come sono finito in presidenza per la prima volta in tutti i miei "fantastici" diciotto anni di vita, per di più con il mio amabile fratello che sembrava stare con un piede nella fossa, più di là che di qua.
«Austin Sherwood, di nuovo qui?» chiese l'uomo di mezza età, da questo supposi che fosse pessimo in comportamento «Ah, questa volta sei stato tu quello messo a tappeto, che novità! » esclamò lui guardandolo severamente «Molto spiritoso preside Collins, sul serio ...» «Hai accompagnato tuo fratello Christophe, perché se è così puoi andare» «É stato lui»
Il preside mi guardò molto sorpreso, pregamdomi di spiegare cosa mi avesse spinto a compiere un atto del genere, io che in tutta la mia vita scolastica non ero neanche mai stato richiamato da un professore.
«Capita di perdere la calma quando ti senti dire che tua madre è morta a causa tua, sa?» dissi a denti stretti per non usare il mio tono minaccioso a causa della forte rabbia che sentivo e che si era ravvivata ricordando i fatti precedentemente avvenuti.
Disse che per quella volta avrebbe chiuso un occhio a patto che fossimo passati dallo psicologo della scuola, il signor Jeager.
Lo facemmo ma nessuno parlò sul serio e l'uomo avendo capito che non c'era verso di conoscere effettivamente la nostra situazione familiare ci rimandò ognuno al proprio corso, fortunatamente doversi.
Poi mio padre ci venne a prendere, lo fece prima della fine delle lezioni e davanti a tutti usò un tono gentile e rassicurante, ma quando fummo fuori dalla scuola prese subito le difese di mio fratello, non che la cosa mi importasse.
Ma poi disse che non dovevo permettermi si oppormi perché sarei dovuto essere io a posto di mia madre, che quella era una punizone divina e io mi limitai a guardarlo con odio, perché quando tutti ti abbandonano e ti maltrattano ti rimane solo quello.
«E non guardarmi così!» mi impose con tono aspro e il risi, risi di tutta quella schifosissima situazione «Sai che c'è, fottetevi, io mi trovo un appartamento» «E come pensi di pagarlo, uh?» «Con i miei soldi deficiente» a quelle parole offensive mio padre perse le staffe e mentre mio fratello mi teneva fermo mi riempì di calci, pugni e frustate con la cintura in pelle.
Io avrei potuto reagire, avrei potuto ma non lo feci, semplicemente non trovavo alcun motivo per farlo visto che la mia esistenza faceva già abbastanza schifo da se e aggiungere degli anni di carcere non era l'aspirazione della mia vita.
Ormai il dolore dei suoi maltrattamenti o quelli di chiunque altro non li sentivo neanche più, il mio corpo si era abituato a tutto quello dopo anni e anni.
Si fermò solo quando fui ricoperto del mio stesso sangue, con la pelle lacerata e vicino alla perdita di sensi, poi se ne andarono lasciandomi lì, in un vicolo sporco vicino alla scuola con la probabilità che sarei morto, forse la loro era una speranza.
E mentre osservato il cielo riempirsi di nuvole grigie immobile, impossibilitato di muovermi vidi un paio di occhi verdi belli e profondi prima di perdere i sensi.
Quando ripresi conoscenza mi ritrovai in un salotto molto semplice e mi faceva male un po' ovunque anche se non faceva molto male, ero stato medicato e il mio torace era ricoperto di bende e cosa più importante non sapevo dove mi trovavo e come ci ero arrivato.
Poi vidi una spettinata chioma biondo miele e quelle liquide iridi di un brillante verde, come la più pura delle foreste incontaminate e mi persi ad osservarli in tutta la loro bellezza, tanto belli da mozzarmi il respiro.
«Sti bene Christopher?» chiese allarmato svegliandomi dal mio stato di trance, lo aveva chiesto con l'espressione di chi è in preda la panico e questo mi fece sorridere, la priva volta che sorridevo sinceramente dopo sei lunghi anni «Sto bene, grazie Colton»
Lo vidi distogliere lo sguardo e la cosa mi divertì, non sapevo bene perché ma vederlo imbarazzo mi divertiva, semplicemente lo trovavo tremendamente adorabile.
«Perché stai ridendo?» chiese un po' infastidito gonfiando un po' le guance come fanno i bambini facendomi venire il forte desiderio di toccargliele ma non lo feci dato che non volevo essere preso per uno psicopatico o per un molestatore «Niente» risposi cercando di mantenermi serio.
Mi alzai nonostante il dolore tenendomi il fianco, solo quando fui in piedi notai quanto mi facesse male ma non potevo farci nulla, non mi ero difeso, proprio come quando lui mi massacrò e i miei zii mi portarono in Francia con loro amandomi come fossi figlio loro.
«Grazie ma ora devo andare, sono in debito con te quindi se ti serve un favore chiedi pure» dissi avviandomi verso la porta d'ingresso «Ah, aspetta, se conosci qualcuno che cerca un appartenenti con un coinquilino digli di me» a quelle parole mi fermai e mi voltai verso di lui.
«Allora, ti va bene se divento io il tuo coinquilino» chiesi ghignando a causa dell'espressione sorpresa ma allo stesso tempo euforica del biondo, quella era stata certamente una strana reazione.
Lui mi invitò a sedermi sul divano mentre portava del tè, cosa che meno di aspetti da un adolescente ma comunque io amavo il tè.
«Se non ti va di parlarne non insisteró, ma ti va di dormi come mai eri ridotto in quel modo in un vicolo?» chiesa gentilmente porgendomi una tazza fumante del mio tè preferito, il tè nero.
«Sono stati mio padre e mio fratello, ma non è nulla di nuovo per me dato che nella mia vecchia scuola in Francia mi avevano fatto cose simili se non peggiori» «Dev'essere stato difficile...» «Già, tutto ciò per il mio essere apertamente omosessuale, ma sai, non me ne pento perché se non lo avessi fatto avrei vissuto con un peso sul cuore e avrei dovuto fingere di essere qualcuno che non sono» lui annuì e poi abbassò lo sguardo sul liquido nella tazzina.
Non capii la sua reazione così iniziai a chiedermi mentalmente se avessi detto o fatto qualcosa che non avrei dovuto senza rendermene conto mentre lo osservavo, i suoi occhi sembravano essere molto tristi e preoccupati e notai un piccolo tremolio delle sue labbra, insomma sembrava sofferente.
«Tutto bene?» chiesi confuso e un po' preoccupato ma lui scosse la testa in segno di negazione «Stavo solo pensando ad una cosa, ma non è stata difficile quella situazione?» chiese con lo sguardo basso quasi temesse di dire qualcosa di troppo «Lo é tutt'ora, ma se avessi finto forse non avrei avuto possibilità di scoprire chi sono davvero e sopratutto non mi sarei mai innamorato, anche se non l'ho mai fatto...»
Quando finii di parlare lui alzò lo sguardo, sembrava piuttosto sorpreso ma non seppi dire esattamente per cosa.
«Davvero non ti sei mai innamorato?» chiese «No, non è così strano per me dato che prendo molto seriamente i sentimenti, tu invece?» chiesi questa volta curioso «Non mi sono mai innamorato di conseguenza non sono mai stato fidanzato...» disse arrossendo un po' guardandomi con quei suoi occhi capaci di togliere il fiato.
«Secondo te, cosa si prova quando ci si innamora, come si capisce?» chiese torturando i pollici delle sue mani, segno che era decisamente nervoso «Non ne ho idea, ma credo che quando succede te ne rendi conto e basta, almeno quando sei pronto ad ammetterlo »
Io mi fermai a riflettere su tutto quello che avevo letto nella mia vita, avevo divorato così tanti romanzi che avevo indirettamente sperimentato quello che l'amore può portare e capii che forse potevo avere un problema non così tanto piccolo.
«Ora devo andare a prendere le mie cose…» «Ti accompagno, se non ti dispiace» «Non preoccuparti, me la so cavare» «Non direi...» disse questa volta serio guardandomi come ad implorarmi di accettare e per quanto non volessi coinvolgerlo alla fine cedetti, la verità era che loro erano la mia famiglia e io continuavo stupidamente a sperare.
Suonai il campanello accompagnato dal biondo, averlo al mio fianco mi fece notare che fosse abbastanza più basso di me, una decine di centimetri.
Ad aprire la porta di casa fu Austin «Che ci fai insieme a lui Colton?» gli chiese ignoramdomi completamente «Aiuto il mio nuovo coinquilino con il trasloco» poco dopo si affacciò mio padre «Sei tornato?» chiese canzonatorio «Sono solo venuto a prendere le mie cose bête» dissi ringhiando.
Entrai senza badare ai loro sguardi e alle loro frecciatine mentre Colton mi aiutava a prendere le mie valigie con me che cercavo di rimanere calmo.
«Come hai intenzione di pagare le spese d'affitto?» «Con i miei soldi, sono stato destinato come unico erede degli zii e lavoro per la loro azienda in un posto di rilievo» dissi lasciandolo di sasso e dimostrandogli che aveva sempre sbagliando credendo di potermi comandare a bacchetta.
Appena uscii dalla porta di casa sospirai, era un vano tentativo di sbollire la rabbia e ringraziai mentalmente Colton, perché se non di fosse proposto di venire con me qualcuno sarebbe potuto morire.
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