Capitolo 14
[Il vero io]
Punto di vista di Colton Evans
Ero di pessimo umore, in realtà dire che ero di pessimo umore era un eufemismo, ero così di malumore che se avessi avuto qualche persona sgradevole fra le mani l'avrei riempita di lividi.
Era raro che mi arrabbiarsi, una cosa assai inaspettata persino da me stesso dato che non era successo più da molto tempo prima di quella sera, non era più successo perché semplicemente non avevo avuto più alcun motivo per arrabbiami a causa della maschera che avevo indossato.
Quella ragazza non mi piaceva, avevo notato la sua felpa per lei troppo grande, perfettamente nello stile del mio ragazzo ma di taglia per lui troppo piccola, avevo notato come lui fosse stato felice di rivederla e il legame che sembravano condividere, più longevo del nostro.
La osservai in silenzio, non mi mossi e non parlai più del necessario dato che ero nervoso ed irritato, sapevo che avrei potuto mostrare il pessimo lato della mia personalità che non era più emerso e che io stesso avevo dimenticato, ma ero certo che la stessi guardando male.
Volevo che se ne andasse, che stesse lontana dal mio corvino dagli occhi tempestosi, volevo che quella sua pelle venisse sfiorata solo dalle mie dita, le sue labbra solo dalle mie e, sopratutto, non volevo che ci fosse qualcun'altro nella sua vita eccetto me e suo fratello.
Volevo essere tutto quello di cui aveva bisogno, il suo unico punto di riferimento e la sua unica luce nel buio capace di spazzare via quella solitudine e quella tristezza che traspariva dalle sue iridi chiare che tanto amavo, volevo essere l'unico nome chiamato da quella sua sensuale e rauca voce.
Sentii qualcosa di sconosciuto e con tendenze oscure iniziare a muoversi dentro di me come una creatura potente e fra le più malvagie che si desta dal suo sonno millenario per portare la sua pessima influenza sul mondo e monopolizzare tutto.
Ringraziai che fino alla fine il mio amato Christophe mi avesse dato le spalle, che non avesse potuto vedere quell'oscurità che si risvegliava, quella gelosia ossessiva che traspariva dal mio sguardo, quella possessività scaturita dai profondi sentimenti che ci legavano, gli stessi che mi facevano temere la sua scomparsa dalla mia vita.
Fui capace di mascherare questi miei morbosi sentimenti quando finalmente quel bellissimo sguardo si posò nuovamente su di me sorridente e brillante, capace di farmi venire il batticuore quasi fosse la prima volta che lo incontravo.
«Chris...» bisbigliai sorridendo attirando la sua attenzione, lui mugugnó attendendo una mia risposa senza smettere di rivolgermi le sue iridi ghiaccio, il mio sorriso si fece più ampio e radioso mentre mi avvicinano alla sua possente e mascolina figura; mi alzai sulle punte data la differenza d'altezza non così minima e lo baciai profondamente amando e bramando quel nostro contatto.
Le sue mani scivolarono lungo il mio busto, sfiorarono la mia schiena e raggiunsero le mie cosce allenate, mi diede un piccolo slancio verso l'alto e così allacciai le mie gambe attorno al suo bacino mentre portavo le mie braccia attorno al suo collo approfondendo quel bacio tanto travolgente.
Non c'era più distanza fra noi, i nostri respiri si scontravano per poi unirsi in un solo, il mio cuore batteva veloce e lo stomaco si contorceva mentre le nostre labbra fameliche si scontravano e le nostre lingue si attorcigliavano vogliose fra loro.
Ci staccammo da quel contatto solo quando l'aria nei polmoni fu troppo poca ma comunque non ci allontanammo, i nostri occhi si scontravano sorridenti mentre tutte le preoccupazioni e i brutti sentimenti scivolavano via per lasciar posto all'amore travolgente in cui eravamo incappati fin dal primo, primissimo sguardo.
«Ti amo » sussurrai sulle sue labbra per poi unirle alle mie sentendone un vitale bisogno, avevo bisogno del suo tocco, delle sue labbra, dei suoi sorrisi, dei suoi sguardi, dei suoi abbracci e della sua voce come avevo bisogno di respirare, anzi no, avevo più bisogno di lui che dell'ossigeno, lui era il mio tutto, il mio amato.
«Ti amo così tanto principino » sussurrò sulle mie labbra che già bramavano le sue mentre i nostri sguardi incatenati ci lasciavano comunicare senza più bisogno di parole o di altro per capirci, ma sempre tenendo segreti quei pensieri da noi stessi nascosti nelle profondità più recondite dei nostri animi.
Un colpo al cuore, come la freccia di cupido che trapassa ancora una volta l'organo vitale, fu questo quello che fece quel suo innocente e sinceramente contento sorriso in aspettato per me, quasi credetti di svenire e fui certo di un lieve rossore sulle mie guance.
Mi fece tornare con i piedi a terra e mi condusse galantemente dentro l'abitazione che era stata testimone del nostro ripetuto amore, il suo tocco delicato sulla mia pelle e la dolcezza del suo sguardo fecero assopire quei pessimi sentimenti che si erano malauguratamente risvegliati nel mio cuore ora non più agitato, ma tornato alla calma e alla serenità che solo lui poteva causare.
Mangiammo felici come potevamo esserlo solo fra noi, con quella leggerezza d'animo che solo lui era capace di donarmi e con l'amore che fuoriusciva da ogni nostro gesto, ogni parola, ogni sorriso fugace e sguardo che condividevamo in quei piccoli attimi fatti solo da noi due, privi di paure, insicurezze e gelosie.
Ci sedemmo sul morbido divano davanti alla televisione, o miglio, Christophe si sdraiò e io mi feci posto abbandonandomi sopra al suo corpo muscoloso che mi stringeva dolcemente facendomi sentire il suo amore.
Eravamo in quella dolce posizione mentre guardavamo qualche vecchio film in bianco e nero che davano su un canale dei tanti in televisione, l'atmosfera era dolce e rilassante ma la cosa che di più stavo amando era il tocco delle calde e gradi mani del mio ragazzo che si muovevano nella mia chioma bionda e sfioravano la mia pelle facendomi riempire di brividi.
Sentivo la sue labbra fra i miei capelli piegate in un sorriso e il suo respiro caldo sfiorarmi la cute; questo era uno di quei momenti in cui mi sentivo felice come se potessi volare, sfiorare il cielo allungando di poco le dita e non mi dispiaceva tutta questa dolcezza ma amavo anche il lato selvaggio e passionale che sapevo aveva mostrato solamente a me.
Tutto ciò fu interrotto dal suono nervoso e ripetuto del campanello, nonostante entrambi avremmo voluto rimanere in quella posizione e ignorare il suono questo era troppo fastidioso ed invadente, fu solo per questo che mi costrinsi a separarmi da lui e mi diressi di malavoglia a controllare chi fosse.
Aprii di poco il portone d'entrata e mi ritrovai davanti Louise che piangeva disperata, quella scena mi scosse parecchio dato che lei era comunque la mia migliore amica perciò la invitai a sedersi e le preparai una camomilla che sapevo adorava.
La invitai a bere il caldo e rilassante liquido in modo che si calmasse abbastanza da riuscire ad organizzare i pensieri e dirci cosa l'aveva turbata a tal punto, lei che non avrebbe mai pianto per nulla e per nessuno.
«Ti va di dirci che hai?» chiese apprensivo Christophe che aveva legato molto con lei, ella si limitò a fare un cenno con il capo e posare la tazza sul tavolo mentre tramava come una foglia d'inverno scossa da un forte vento.
«Mio padre e mio fratello erano in macchina, stavano venendo a casa quando hanno avuto un incidente...» fece una piccola pausa mentre delle lacrime mare le rigavano il volto non più vitale «... mio padre, Eren, quando ha saputo la notizia è corso in ospedale e quando ha scoperto che papà era in coma ha deciso di rimanergli accanto per tutto il tempo e...e...» cercò di finire la frase ma scoppiò in un pianto disperato e a quel punto la abbracciammo.
Io e il mio amato ci guardammo consapevoli negli occhi, entrambi stavamo pensando alla medesima cosa quasi fossimo stati uno soltanto; Chris si mise in ginocchio e le asciugò le lacrime mostrando quel sorriso consolatore che poteva allietare l'animo di chiunque «Ti accomoagneremo noi, non preoccuparti.»
Era stato facile intuire che il problema che la ragazza aveva era il non riuscire a sopportare la vista delle persone più importanti della sua vita in fin di vita, aggrappate a questo mondo solo tramite l'ausilio di fastidiosi macchinari e tanti, tantissimi tubi delle più svariate dimensioni.
La portammo in ospedale e nella prima stanza che visitammo c'era Levi, più pallido di quanto lo avessimo visto, il volto incavato e il corpo di piccola stazza coperto da fasciature e garze che celavano, con tutta probabilità, dei punti di sutura.
Al suo fianco, su una sedia bianca, c'era Eren con lo sguardo smeraldo spento, gli occhi arrossati e il volto riempito da un misto fra paura e dolore mentre stringeva la mano esanime della persona che aveva tanto fieramente ammesso di amare.
Louise gli si avvicinò, lui le sorrise e, quando lei lo strinse a se, scoppiò in un pianto disperato lasciando uscire tutto il dolore che i suoi occhi esprimevano e che il suo animo provava in quella straziante situazione.
Poi ci dirigemmo nella seconda stanza, dove invece si trovava il fratello della mia migliore amica, non lo avevo mai visto prima ma non fu la sua bellezza che mi sorprese, ciò che lo fece fu vedere Austin che gli era seduto a canto guardandolo tristemente.
Il ragazzo aveva la pelle bianca come il latte, sembrava alto ma non credevo più di Chris, i capelli erano nerissimi e il fisico scolpito, assomigliava molto a Levi ma non mi interessava molto, nessuno sarebbe mai stato più bello del mio angelo.
«Austin?» chiese sorpresa quanto noi la ragazza aspettandosi delle risposte «Beh, che dire, ho conosciuto Eric qualche tempo fa e siamo diventati amici, eravamo al telefono quando...» lasciò la frase in sospesa abbassando lo sguardo rendendo ovvio il fatto che parlasse del tragico incidente che era avvenuto.
Vidi gli occhi di Chris scurirsi per un istante, sentii come respirasse affannosamente e spostasse le sue iridi a destra e a sinistra come alla ricerca di qualcosa, poi lasciò la mia mano sbiancando e uscì da quella piccola stanza riempita dal suono di quelle macchine infernali.
Feci per seguirlo ma suo fratello mi fermo dicendomi che forse poteva aiutarlo, subito dopo lasciò la stanza e si mise ad inseguire il corvino mentre io abbracciavo la castana che aveva gli occhi lucidi piedi di paura e di tristezza.
«Sai, io e Eric abbiamo litigato l'ultima volta che ci siamo visti, l'ultima cosa che gli ho detto è stata "vedi di mettere la testa apposto prima di considerarti nuovamente mio fratello" » singhiozzó mentre le lacrime tornavano ad affacciarsi sulle sue iridi smeraldine che tremavano leggermente.
«Vedrai che si sistemerà tutto...» sussurrai cercando di darle forza come lei aveva fatto infinite volte con me «Lo spero, non voglio perdere mio fratello, non voglio» bisbiglio a voce bassa con tono appena leggermente udibile prima di scoppiare in un pianto silenzioso quasi non avesse voluto disturbare il risposo del fratello.
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