Letter to Mary
Parigi, 15 ottobre 1936
Cara Mary,
questa è la prima volta che ti scrivo, eppure, mi sembra di conoscerti da sempre; Peter mi ha sempre parlato di te definendoti come la scintilla più luminosa della sua vita, e allora, concedimi di chiamarti cara.
Tu non mi conosci, non so se lui ti abbia mai raccontato di me, conoscendolo, forse si è sempre tenuto tutto dentro, eppure, io e lui abbiamo condiviso tanto, forse troppo in quei tremendi quattro anni.
Permettimi, pertanto, di presentarmi, e scusami per la poca dimestichezza con la vostra lingua, quello che so l'ho imparato lì, sul campo di battaglia, nei rari momenti di riposo che quella schifosa guerra ci ha concesso! Ad ogni modo, mi chiamo Arthur Francois De Chandre, e sono stato uno dei fanti del XXI reggimento in distaccamento ad Ypres, ad ovest del fronte occidentale. Scusami se trovo il coraggio solo in questo momento di scriverti, ma le visioni mi tormentano tutt'oggi e ho avuto bisogno di tempo, forse troppo.
Non voglio tediarti oltre sulle informazioni belliche che sicuramente tu e la tua famiglia avrete già ricevuto da chi di dovere e da tuo fratello in primis, né ci tengo a rimarcare gli orrori che tutti noi abbiamo vissuto e che purtroppo continueremo a rivivere nei nostri incubi.
Voglio, invece, che questa lettera riesca a far trasparire l'amore, perché, contro ogni pronostico, c'è stato anche quello nella mia esperienza personale.
Conobbi Peter presso il campo di addestramento a Dunkerque e lui subito mi squadrò dalla testa ai piedi, non appena si accorse del mio abbigliamento da signorotto di campagna, come, infatti, amava appellarmi.
La prima volta che lo vidi non ti nascondo che ne ebbi paura – lui così alto e ben piazzato, con quei baffi all'insù che sul volto servivano a renderlo ancora più austero e con il tono di voce che lo contraddistingueva (che tu, Mary, ricorderai meglio di me!), per non parlare dello spiccato accento del nord Inghilterra che lo faceva apparire ancor più severo ai nostri occhi e che contribuiva a mettere quanta più distanza possibile tra i fanti, mentre lui, il tenente Peter Eliott Scott, ci osservava con il suo cipiglio divertito e altezzoso, e noi, povere anime, faticavamo a stare al passo con le esercitazioni ferree del suo battaglione.
Ricordo che tutti noi ne avevamo un tale terrore da averlo soprannominato 'Evil Pete' e, credimi, Mary cara, che il giorno che decise di rivolgermi la parola per la prima volta mi sembrò di aver ricevuto una punizione: eravamo stanchi, dopo aver corso per cinque miglia e smontato e rimontato i fucili per un'infinità di volte, finalmente avevamo visto un po' di tregua dalla fatica e stavamo sorseggiando del the incolore, che tuo fratello definiva brodaglia, e fumando del tabacco scadente, quando lui, il tenente, si avvicinò a me e ai miei compagni.
"Sempre a poltrire! E' così che voi francesi sperate di vincere la guerra?!" ci rimbrottò, facendoci sentire piccoli piccoli.
Scattammo sugli attenti e Antoine si rovesciò perfino la bevanda addosso, facendo scoppiare a ridere tutti, tranne me, che ero terrorizzato dallo sguardo saettante di tuo fratello che non voleva distogliere per nessun motivo dalla mia persona. Ingoiai la saliva più volte ma riuscii a non abbassare gli occhi, per non mostrargli il mio timore.
Lui doveva essersene accorto perché impartì degli ordini a caso per liberarsi della maggior parte dei fanti e restare a tormentarmi per il suo diletto.
"Soldato De Chandre!" e io sobbalzai solo nel sentire il mio nome articolato dalla sua bocca.
"Agli ordini!" mi ero messo subito sugli attenti, liberandomi in anticipo della tazza per evitare di fare la stessa fine del mio commilitone.
Un guizzo divertito gli era balenato nello sguardo.
"Riposo, soldato." e aveva cominciato a girarmi attorno.
Sentivo come se ogni mia cellula fosse in fermento nel trovarsi sotto lo scanner visivo del mio comandante.
Cercai di rilassare i muscoli nel portarli alla posizione del riposo, ma la tensione aveva ormai preso il sopravvento.
"Quanti anni hai, fante De Chandre?"
"Ventuno a maggio, signore!"
"Sei poco più che un fanciullo!" convenne lui continuando a studiarmi mentre mi girava intorno.
"Se il mio comandante crede."
"Da dove vieni?" incalzò.
"La mia famiglia è originaria di Lille, signore."
"Lille, dunque non sei troppo lontano da casa."
"No, signore. Lille e l'accampamento distano all'incirca 40 chilometri. Quasi 29 miglia." e gli piacque così tanto quella specifica che mi diede una pacca sulla spalla così forte da farmi quasi cadere al suolo e scoppiò in una risata fragorosa.
"Il fante ha studiato. Bene." Aggiunse, tirando fuori una sigaretta.
"Potete andare soldati. Per oggi il vostro addestramento è terminato." si rivolse alla mia compagnia e ci allontanammo senza farcelo ripetere due volte.
Mi voltai indietro, ancora stupito dalle attenzioni che mi aveva dedicato e lo scoprii a fissarmi, con il suo solito sorriso divertito, mentre buttava fuori il fumo.
La seconda volta che parlammo, cara Mary, fu quando, pochi giorni dopo il nostro distaccamento verso il fronte, venni chiamato, in piena notte, da un sottufficiale.
"Soldato semplice De Chandre!" entrò nella tenda svegliando di colpo me e i miei compagni.
"Sono io!" mi stropicciai gli occhi e scattai subito a sedermi.
"Sei richiesto al quartier generale!"
Indossai in tutta fretta la divisa e seguii il mio superiore verso l'accampamento degli ufficiali.
Entrammo nella tenda, io ancora mezzo addormentato, eppure, con tutti i sensi all'erta per il timore di quanto mi si prospettava.
"Ecco il nostro uomo!" fu la voce di tuo fratello, che proveniva da un lato poco illuminato, ad accogliermi.
"Comandi, tenente!" mi misi sugli attenti come d'abitudine.
"Soldato, le è richiesta una consulenza per una probabile esplorazione della zona, la conosce, nevvero?"
"Sì, signore. Ho fatto le scuole nei pressi di Menen, potrei guidare benissimo una pattuglia esplorativa." risposi facendo appello a tutto il mio coraggio.
In realtà, avevo un profondo terrore di cadere in qualche trappola nemica e far perire i miei compagni, ma allo stesso tempo, volevo rendermi utile.
Non sto, cara Mary, a riportarti i dettagli di quel giro esplorativo, anche perché li conoscerai meglio di me: fu quando tuo fratello si beccò una scheggia e scampò allo scoppio di una bomba per il rotto della cuffia.
Vorrei solamente ricordare che quella fu la volta che gli salvai la vita e che lui cominciò a fare lo stesso con la mia: eravamo divisi in coppie e io ero capitato assieme a lui, forse casualmente, o forse no. Quella radura non aveva segreti per me, eppure, in quell'occasione costituiva un grande pericolo, poiché sede di possibili trappole del nemico.
Avanzavamo con circospezione quando uno dei nostri commilitoni finì in un'esca, rivelando a tutti la nostra posizione. Cominciammo a fuggire, provando a stare attenti a dove poggiavamo i piedi, ma uno shrapnel ci esplose vicinissimo – non appena si innescò l'esplosione, mi lanciai su Peter e questo gli permise di essere colpito solo di striscio.
E fu così che divenimmo amici. Peter diceva sempre che eravamo stati battezzati insieme dal fuoco nemico, e credo che avesse ragione.
Da quel momento cominciammo a comportarci come una sola persona: lui la mente e io il braccio. Ci spalleggiavamo a vicenda durante le numerose battaglie e appostamenti; ci aiutavamo a non impazzire, a ricordare che il mondo poteva ancora essere bello.
Quando venni ricoverato al Craiglock Hospital dopo la terribile battaglia della Somme, Peter riuscì a non lasciarmi solo, e fu lì che cominciammo a progettare il nostro futuro insieme, dopo la guerra.
Mi sale una risata amara, dolce Mary, nel pensare che nonostante l'incubo che stavamo vivendo, riuscivamo comunque a trovare degli sprazzi di normalità, dei momenti dove anche noi, combattenti del fronte occidentale, potevamo sognare di vivere prima o poi una vita lontana dai campi di battaglia, dalla puzza di sudore, sangue e morte.
Fu proprio l'ultimo giorno di ricovero, prima di essere rispediti in prima linea, che ci incontrammo, come eravamo soliti fare, nei cortili verdeggianti dell'ospedale, al chiaro di luna, in cui lui mi insegnava la vostra lingua e i rudimenti della vostra letteratura, che avvenne.
Ciò che sto per confessarti, o preziosa Mary, è qualcosa che lui non avrebbe mai potuto dirti per lettera, la censura l'avrebbe distrutta, né probabilmente avrebbe mai trovato il coraggio di dirti a voce; perfino io, che sono a chilometri da te, sto tentennando e la mano mi trema, e l'inchiostro ne è testimone. Quella sera, la notte del 3 febbraio 1917, tremavamo non per il freddo intenso di Edimburgo, ma perché i nostri cuori si erano sentiti per la prima volta liberi di volare, di sognare, di amarsi.
Il chiarore lunare in quel momento rischiarava due anime che erano destinate a trovarsi, durante la tempesta che stava distruggendo il mondo allora conosciuto, due fiamme che erano riuscite a non spegnersi nei momenti in cui l'ossigeno le aveva abbandonate, ma che erano riuscite a sopravvivere grazie al calore l'una dell'altra, che si erano infiammate di nuova linfa, il cui calore portava però vita e speranza e non disperazione e orrori.
Ecco, Mary, quello che dovevo confessarti l'ho appena fatto, e ti prego (anche se ne sono sicuro!), di tenere per te queste pagine, poiché tua madre ne sarebbe addolorata e so che Peter non lo avrebbe voluto. Scusami, se mi sono permesso di scriverti e di parlarti così apertamente, ma sono passati tanti anni e voglio che tu sappia che la raccolta di poesie che sto per pubblicare sono dedicate a lui, il suo ispiratore, la mia musa. Voglio, pertanto, che a te e alla vostra famiglia, siano devoluti tutti i compensi, ma per farlo, dovevo dartene un motivo, e non sarei stato sincero, e mi sarebbe sembrato come perderlo di nuovo, se ti avessi mentito e rivelato che il tenente Peter Eliott Scott, fosse stato soltanto un mio superiore a cui una volta mi capitò di salvargli la vita. Perché sarei un bugiardo. Lui è stato il mio primo amore, la mia fonte d'ispirazione, la mia anima gemella. E, ti ripeto, è stato lui a salvarmi, e lo ha fatto senza nemmeno rendersene conto. Mi ha aiutato a non perdere la testa nelle difficoltà e a non arrendermi senza aver prima combattuto.
Ti lascio con la poesia che mi ha consolato e che ha asciugato le amare mie lacrime quando l'ho perduto, a una settimana dall'armistizio, durante l'offensiva dei cento giorni. Non ne voglio nessun merito, l'ha scritta tuo fratello, e ti chiedo perdono per non avertela inviata prima, ma l'avere tra le mani questo foglio con la sua calligrafia, me lo ha fatto sentire ancora vicino. E' giusto, però, che la abbia tu, io la conosco a memoria – essa è dura e cruda come ciò che abbiamo vissuto, e se non te la senti di leggerla, fermati pure, ma c'è così tanta verità al suo interno che io credo dovrebbe essere stampata nei libri di scuola e studiata, soprattutto adesso che sono maturi i tempi per un nuovo disumano conflitto.
Sono con le sue parole che mi accommiato, sentiti libera di scrivermi, ne avrei piacere. Accludo il mio indirizzo sulla busta.
Questo foglio che stai per leggere l'ho portato vicino al cuore per tanti anni.
Il tuo affettuoso e nuovo amico.
Arthur Francois De Chandre
Gas Panic – P. E. Scott
"Camminavamo in tondo,
marciavamo verso la nostra fine.
Eravamo spiriti erranti su lande desolate.
L'attacco di iprite ci aveva sorpresi;
i più svegli e svelti avevano indossato le maschere,
tutti gli altri si erano ritrovati a soccombere per l'assenza d'ossigeno -
i polmoni erano colmi come durante un tuffo subacqueo
non di acqua, ma di aria,
aria corrotta e malsana.
I compagni si affaticavano alla ricerca di respiro, ma troppo tardi,
gli occhi si ingrossavano e il volto diventava grigio.
Le braccia tese e le mani cercavano una speranza.
I polmoni sputavano sangue.
Era come affondare in un mare giallognolo.
La luce era sulla cresta dell'onda e l'ombra sul fondale marino.
Verso l'oscurità.
Verso l'oblio.
Siamo ancora anime erranti alla ricerca di pace."
⚠️ATTENZIONE⚠️: quest'opera è protetta da copyright © - sono vietati plagi, anche in modo parziale.
***
ciao a tutt*,
apro questa nuova raccolta per inserire i vari racconti brevi che ho scritto e scrivo nel partecipare a diversi contest di scrittura creativa. **
Questo racconto mi ha fatto vincere il primo premio al 'Contest lasciati trasportare dalla musica' organizzato dal TeamLinKIostro04.
Si trattava di scrivere una oneshot dalle 2000 parole, lasciandoci ispirare da una canzone scelta dai giudici, questa in questione è la canzone 'Daughter - Youth' non so se la conoscete, ma a me ha ispirato questa storia e sono felicissima di dirvi che ha vinto il primo premio <3
Fatemi sapere se vi piace **
effy **
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