Capitolo Trentanove
"Non avrei mai pensato di varcare le porte di un tribunale con le mani che tremano e la sensazione di sentirsi inghiottire senza fiato da un peso lacerante. Le parole che mi frullano nella testa quasi come un rebus, senza un ordine e che mi ripetono continuamente quanta responsabilità si trova sulle mie spalle adesso".
"Questa è l'occasione per fare giustizia a un povero ragazzo, è la mia prima e ufficiale udienza eppure l'emozione è scomparsa del tutto, surclassata dalla paura di sbagliare e di costringere Natalie a una vita da condannata e innocente".
"Entro nell'edificio moderno poco distante da Scotland Yard, dalle cupe pareti grigie e dall'arredamento bianco che rende il luogo quasi simile a uno di quei carceri abbandonati a se stessi. Passo i controlli, arrivo al tabellone leggendo che nella sala sette, al terzo piano, ci sarà l'udienza a carico dei Brown. Raggiungo il corridoio, arrivando all'ascensore fortunatamente libero. Schiaccio il bottone ma prima che le porte si chiudano una manosi ferma sul sensore, lasciando che l'ascensore non parti".
<<Henry>>. Dico sorpresa.
<<Kate, ciao>>. Mi sorride prontamente.
"In giacca e cravatta, quest'ultima di un blu scuro. Si sistema i capelli lisci che gli corrono come delle onde delicatamente sulle tempie. Non un filo di barba ma solo una scia di profumo che lo accompagna. Preme il pulsante per la chiusura delle porte e silenziosamente ci avviamo allo stesso piano".
<<Come stai?>>. Domanda con tono tranquillo.
<<Impaziente, preoccupata, agitata>>. Muovo le spalle, in modo nervoso.
<<Hai tutte le carte per giocare questa partita, hai un talento naturale, tu sei un avvocato. Ce la puoi fare>>. Mi rassicura, prendendo una mia mano tra le sue.
<<Ti ringrazio>>. Gli sorrido mestamente.
"Lo guardo e non posso smettere di sentirmi in colpa per il modo in cui le cose sono andate tra di noi. Mi sono fatta trascinare solamente dal desiderio delle sue attenzioni tralasciando completamente che lui potesse metterci più sentimento di me. Quante volte mi ha guardato con lo sguardo che gridava amore? Quante volte ha quasi perso il controllo, pur sapendo di Alexander, solo perché eravamo da soli insieme? Quante volte ho sentito i suoi baci cercare di trascinarmi in qualcosa che io non provavo completamente? Io so' di non amarlo e mi fa male, davvero, il pensiero che lui mi ha espressamente detto di aspettarmi, di aiutarmi ad amarlo consapevole che io non provassi le sue stesse sensazioni. È un uomo così bello e non lo penso sul fattore estetico, ma nell'animo che lo contraddistingue. Potrebbe avere le donne del mondo ai suoi piedi, farle innamorare eppure anche adesso, ora che è con me in questa mia esperienza, a rassicurarmi e darmi il suo sostegno, lui mi guarda come se non ci fosse nessun'altra donna sulla terra per lui".
<<Io sarò seduto in fondo, se sarà necessario, interverrò>>.
<<Lo sai che non puoi, la tua carriera potrebbe risentirne>>. Mi acciglio.
<<Dobbiamo far giustizia a un ragazzo morto dissanguato, non dimentichiamolo>>. Risponde, con un filo di rabbia nella voce.
<<Lascia fare a me, tu hai una carriera brillante e frutto di tanti anni di sacrifici. Io sono agli inizi, se devo cadere e perdere cedibilità non m'importa. Potrò ricominciare daccapo a nessuno cambierebbe>>. Spiego, non lasciando la sua mano che sento darmi sicurezza.
Le porte si aprono, lasciandoci al terzo piano proprio davanti alla sala in cui si terrà l'udienza.
<<Buona fortuna>>. Mi dice, avvicinandosi e dandomi un casto bacio sulla guancia.
"Gli sorrido, guardandolo uscire per primo dall'ascensore e avviandosi senza di me nella sala. Mi sembra così strano vedere che questo giorno è arrivato sul serio. Ho sempre avuto la preoccupazione che più il tempo si prolungasse più le cose, sarebbero state irrisolvibili e che sicuramente il pm avrebbe cercato in qualsiasi modo di incastrare Natalie, anche dandole della pazza. Eppure in questo momento sento che la giustizia si sta per confrontare e anche se fosse passato del tempo in meno, niente avrebbe potuto occultare la verità, nascondere la realtà dei fatti. Io sono consapevole che quel ragazzino è stato ucciso da un vampiro e che la giustizia oggi non si farà. Non c'è per un innocente né per la sua vita, ma posso scagionare una madre soggiogata a non ricordare e accusata senza prove di aver assassinato l'amore della sua vita, l'unico figlio che aveva al mondo".
"Pochi passi mi accompagnano all'entrata della sala già gremita di persone. I familiari della famiglia Brown, qualche studente che vorrà ascoltare l'udienza e proprio nelle ultime file anche Henry. La giuria popolare si sta accomodando mentre il pm è seduto al banco della prima fila sulla destra insieme al signor Brown. Due guardie sono poste a entrambe le porte che permetteranno l'entrata a Natalie e al giudice che oggi seguirà quest'udienza. Attraverso silenziosamente la sala, raggiungendo il primo banco di sinistra. Sento gli occhi delle persone che fissano me, l'avvocato della difesa. Non sono vista di buon occhio per chi crede che Natalie sia colpevole ma non m'importa. Preparo i miei documenti, il discorso con il quale voglio difendere questa donna povera e innocente condannata, nonostante ho il timore di non farcela so' di dover dare tutta me stessa. È la mia prova e non voglio fallire".
"Passano dieci minuti, in cui mi torturo la gonna seduta al mio posto. Si sente solo il mormorio della giuria popolare e qualche singhiozzo dietro alle mie spalle di familiari travolti dal dolore. Deglutisco a fatica, sorseggiando un po' d'acqua e ripetendo le prime due righe del mio discorso nella mente, quasi come se le dimenticassi ogni secondo. Quanta umanità mi travolge ancora nelle sensazioni, nonostante dovrei essere immune a tutto quello che ho lasciato abbandonando la mia vita una volta, diventata vampira. Non so' come possano alcuni di loro spegnere le emozioni, io non riesco a immaginarmi senza o con il solo pensiero di vivere con un vuoto dentro".
"Le due porte di legno sulla destra sono spalancate da due guardie in uniforme. Entra il giudice mentre ci mettiamo tutti in piedi al suo arrivo. Un uomo circa sui cinquant'anni, vestito di nero e con l'espressione seria e corrucciata. Raggiunge la sua postazione, battendo il martello di legno e sedendosi, raccoglie il silenzio per tutta l'aula".
"Ci siamo".
"L'udienza di oggi per la morte di Brown Carter, avvenuta nel Settembre dell'anno scorso il giorno ventidue, è conclusa con richiesta di archiviazione del caso se le due parti non presentano rinvii a giudizio con prove che possano determinare un cambiamento valido alla scelta di archiviazione. Tale richiesta prevede il proscioglimento della signora Brown Laura Natalie, per mancate prove a causa del suo suicidio avvenuto stamane alle ore 12:00 con conclusione di decesso da parte del medico legale".
<<Che cosa?>>. Urlo inaspettatamente.
"Natalie... Natalie... si è suicidata. No, non è possibile. Volto lo sguardo verso suo marito che nonostante l'abbia accusata scoppia in lacrime, insieme con altri nella sala. La giuria popolare mormora scioccata da tali parole del giudice. Non ce l'abbiamo fatta, non abbiamo neanche detto due parole sul caso per riuscire a salvarla".
<<L'avvocato della difesa ha qualcosa obiettare sulla scelta di archiviazione?>>. Si rivolge a me il giudice.
<<No, giudice>>. Rispondo.
<<Il pm dell'accusa obietta la scelta di archiviazione del caso?>>. Continua come da protocollo.
<<No giudice, non abbiamo prove a carico di altri individui>>.
<<Bene, la seduta è sciolta. Buona giornata>>. Ci alziamo in piedi, mentre il giudice lascia l'aula nel silenzio generale.
"Mi trascino sulla sedia, a sguardo perso e combattuto da tutto quello che ho appena sentito. Mi verso un bicchiere d'acqua ma trovo fatica anche nel berlo. Io non posso credere che sia accaduto veramente, che Natalie sia morta. Henry si avvicina subito, poggiandomi delicatamente una mano sulla spalla, resta in silenzio ma non lo guardo. Non ci riesco, tutto è sfumato. L'opportunità di darle giustizia, la possibilità di poter ricominciare".
<<Mi dispiace Kate, adesso dovresti andare dal medico legale. Tu sei stata l'avvocato di Natalie, devi accertarti che le cose siano andate in questo modo. È un ultimo sforzo>>. Mi dice, con voce tranquilla.
<<Ho solo bisogno di due minuti>>. Mormoro, guardando ancora il vuoto che ho davanti ai miei occhi.
<<Sì, con calma>>. Risponde, accarezzando la mia schiena per darmi il suo conforto.
"Natalie ha davvero deciso di abbandonare la sua vita? Di non cercare di combattere per ciò che le era rimasto? È questo frutto di una sua scelta o qualcosa di programmato dallo stesso vampiro che ha ucciso suo figlio, che l'ha soggiogata a dimenticare e che forse, l'ha condannata a morire dal primo momento? Questo dubbio mi preme sullo stomaco, m'impone di dover sapere e anche se mi sento distrutta dalla notizia, mi faccio forza e mettendomi in piedi chiedo a Henry di accompagnarmi dal medico legale. Ci avviamo subito, raggiungendo la porta dalla quale il giudice è entrato. Ci ritroviamo nelle stanze interne, dove sono presenti le varie figure che lavorano alle udienze. Raggiungiamo il medico legale che ci chiede di seguirlo nella sala autopsie a Scotland Yard dove si trova il corpo di Natalie".
"I lunghi capelli neri le ricoprono il volto pallido, di un bianco quasi marmoreo. Le labbra di un rosa così lieve poco differente dal colorito del resto della sua pelle. Vestita con un camice bianco, ha ben in vista solo il rosso che le ricopre il collo, di quella corda stretta che l'ha soffocata lasciandola morire, che le ha permesso di raggiungere suo figlio. Non piango, non ho lacrime, ho solo rabbia e tristezza che mi trafigge il cuore. Come si può arrivare a tutto questo? Come si può spezzare una famiglia in un soffio, senza pietà? Non ha voluto combattere o non le hanno lasciato scelta? Ho sudato, ho faticato e l'ho fatto solo perché volevo la sua libertà, darle una motivazione per andare avanti nonostante il male che l'aveva colpita; il perdere suo figlio, la gioia di ogni suo respiro".
<<Questo è il referto avvocato Davis, come può notare la signora Brown, si è impiccata con una fascia che ha fatto con la maglia che indossava>>.
<<Avvocato Davis, dovrebbe scrivere la relazione per l'archiviazione>>. Continua il medico.
<<Lo farò, sarà pronta in un paio di giorni>>. Rispondo, mentre guardo il corpo di Natalie.
"Accade davvero tutto questo nel mondo?".
<<Adesso andiamo>>. Henry interrompe il silenzio, prendendomi con il braccio andare via.
"Raggiungiamo in silenzio l'uscita di Scotland Yard. Io non riesco ad aggiungere nulla, neanche se volessi. Guardo davanti a me, con una tristezza che non avevo mai provato per qualcuno che non fosse vicino a me. Natalie non c'è ed io non ho potuto fare nulla, avrei dovuto... dovevo battermi per avere udienza il prima possibile. Dovevo fare qualcosa per quella donna mentre io sono stata presa dai miei pensieri, a festeggiare il Natale, a combattere per il mio amore per Alexander. E che cosa ho fatto per lei? Come ho mantenuto i miei doveri?".
Guardo il pm che accompagna il marito di Natalie probabilmente dalla moglie. Mi fermo, davanti a loro e guardo quell'uomo che nonostante tutto appare triste da ciò che è accaduto.
<<Mi dispiace per la sua perdita signor Brown>>. Dico guardandolo con volto serio.
<<La ringrazio>>. Si limita a rispondere.
<<Lei... lei non era colpevole. Io lo so, non avrebbe mai fatto una cosa del genere signor Brown. È l'amore che provava per vostro figlio, per lei... è quello che l'ha uccisa. Non poteva vivere più così>>. Sento una lacrima che mi scivola sul viso.
"L'espressione del signor Brown cambia in pochi secondi. Le labbra s'irrigidiscono e gli occhi richiamano tutto il dolore che sembrava non possedere. Credo che adesso, più che mai, sente quanto la sua famiglia sia andata via, ma per me doveva saperlo. Lei non ha mai avuto colpe e ora che non c'è più, desidero che suo marito abbia un ricordo sincero di sua moglie. Qualcosa che non gli facesse dimenticare la donna che aveva amato finora senza mai immaginare che la vita gli potesse riservare questo".
<<Lei aveva conosciuto mia moglie, lo crede davvero?>>. Mi domanda, con un filo di voce.
<<Sì, ne sono certa signor Brown>>. Gli sorrido mestamente.
<<Grazie davvero... >>. Risponde, lasciandoci a sguardo basso.
"Esco da quell'edificio in cui ho passato gli ultimi mesi. Questo caso che sembrava così impossibile si è rivelato anche imprevedibile. Non avrei mai creduto che alla fine le cose sarebbero andate in questo modo ma la pace, a modo suo, ha raggiunto le due vittime di questa tragedia. Adesso si saranno ricongiunti e la giustizia terrena , in fondo, non conta più di questo".
<<Ti abituerai, ne capiteranno molti altri. La tua carriera è salva almeno, non era giusto che tu dovessi occuparti di questo caso>>.
<<Lo avrei fatto comunque, per Natalie e per suo figlio>>. Sospiro, passandomi una mano nei capelli nervosamente.
<<Questo ti distingue dagli altri, la tua umanità ti distinguerà sempre dagli altri>>. Si avvicina guardandomi dritto negli occhi con molta serietà.
<<Che cosa intendi dire?>>. Mi acciglio, presa dalla sua espressione.
"Sembra quasi che mi legga dentro, come se volesse intendere qualcosa di più...".
<<La tua umanità nella tua carriera ti contraddistinguerà sempre dagli avvocati che fanno ciò solo per lavoro>>.
<<Io... la mia umanità>>. Sussurro a malapena.
"Mi soffermo su quella parola come se fosse la prima volta che la sentissi nominare nei miei confronti. È così difficile immaginare che ci sia un'umanità uguale a quella che mi apparteneva, magari nella capacità di possedere ancora delle emozioni ma fisicamente, nella fisiologia stessa della parola mi rendo conto che non mi è rimasto quasi nulla di umano".
<<Hai una vita avanti per realizzare la tua carriera>>. Mi sorride mestamente Henry.
<<Ti ringrazio, il tuo supporto è stato importante per me>>. Rispondo senza pensarci.
<<Ho sempre creduto in te, non avrei potuto fare altrimenti>>.
"Rimango in silenzio, sorridendo a malapena alle sue parole. Lo sguardo con il quale le ha accompagnate, il fuggente sospiro che ha lasciato la sua bocca quando ha smesso di parlare, mi fanno rabbrividire. Mi rendo conto realmente che c'è qualcosa in lui che io non ho mai saputo cogliere al meglio".
<<Lo so, so' che non posso costringerti ad amarmi e che tu sei qui ma il tuo sguardo altrove, come se lo cercassi ancora, nonostante senti che ti abbia ferito>>. Continua.
<<Henry>>.
<<No, aspetta Kate. Voglio che tu sappia che io sono consapevole di questo e che penso solo se ti avessi conosciuta prima, se le cose fossero andate in modo diverso, magari avremmo potuto avere di più>>.
<<Io ti amo Katherine, ti amerò per sempre e proprio per questo sentimento che mi lacera dentro so' che devo lasciarti andare. Ti amo a tal punto da cederti all'uomo che possiede il tuo cuore, solo per saperti felice>>.
"Si avvicina mentre i suoi occhi chiari mi lasciano tutto il sentimento che mette in queste parole. La sua mano destra scivola con il dorso delle dita la mia guancia accarezzandola lentamente come un soffio di vento quasi impercettibile. Non riesco a capire come possa accadere tutto questo, come sia normale in certe circostanze vedere emozioni simili contrastare solo per la persona a cui si rivolgono".
<<Ti avrei amato Henry, se avessi conosciuto solo te non avrei potuto non amarti. Tu sei il sogno di qualsiasi donna, credimi>>. Incurvo le labbra in un leggero sorriso ma veritiero.
<<Voglio lasciarti andare ma non prima di averti baciato un'ultima volta, me lo concedi Katherine Davis?>>. Mormora ad un millimetro dalle mie labbra.
<<Sì, certo Henry>>. Annuisco.
"Le sue labbra sprofondano sulle mie ma con una delicatezza unica. Sento il suo bacio che mi avvolge in tutta quella sensazione che sa di addio. Lo so, adesso siamo al capolinea e non c'è più nulla che ci legherà sentimentalmente. Assaporo questo momento, non con l'amore che enfatizza il suo calore bensì il desiderio di voler ricordare di questo momento della mia vita che mi ha fatto stare bene, nonostante tutto, nonostante sono consapevole che non sia il mio".
<<Ciao Katherine>>. Si stacca lentamente, pronunciando queste parole e senza neanche attendere una mia risposta, si volta e a passo felpato va via, lasciandomi da sola.
"E allora qual è la vera umanità? Che cosa possiamo dire ci contraddistingua realmente se non riusciamo a dare il giusto credito ai sentimenti, alle cose che proviamo. Ci facciamo trasportare da qualche attimo di piacere, dalla sensazione di sentirsi bene e poi, ci rendiamo conto che cerchiamo solamente di mettere una toppa lì dove per troppo tempo, ha culminato solo il vuoto. Ed è questo sentirsi umani?".
"Getto la valigetta in auto, sedendomi al posto di guida e mettendo subito in moto. Quante cose sono accadute stamattina su cui potrei pensare di riflettere per un bel po' di tempo. Custodisco dentro di me le emozioni che ho provato oggi, perché so' che nel contrasto degli avvenimenti, che non hanno di certo lo stesso spessore, entrambi mi ricordano che la sofferenza esiste e nelle sue sfumature non è paragonabile all'altra. Dovrei chiedermi ancora perché per ognuno la propria cicatrice sembra sempre la più profonda e soffermarmi su quante ancora la mia vita non mi permette di rimarginare eppure, non mi va. Ho solo un desiderio in mente in questo momento, una sola destinazione adesso che so' di dove raggiungere".
"Le nuvole ricoprono completamente di buio questo primo pomeriggio, la pioggia fortunatamente non accompagna ancora il grigiore lasciando solo una lieve brezza fredda che rinfresca la città. Non c'è un solo rumore che provenga da Rose Square, solo un cinguettio lontano sugli alberi che ricoprono l'entrata del viale nella quale la grande villa di Alexander, abbraccia completamente e imponentemente i giardini dell'intero quartiere. Il cancello di ferro battuto si apre al mio arrivo mentre Arthur mi attende all'entrata".
<<Signorina Davis>>. Fa un cenno cordiale, toccandosi il capello.
<<Arthur, mi fermerò per poco>>. Dico, uscendo dall'auto e lasciandogli le chiavi.
<<Troverà la sua auto pronta quando dovrà andare via signorina Davis>>. Sorride, invitandomi a entrare.
"Raggiungo la casa di Alexander dove avverto subito il meraviglioso e delicato profumo che arriva dal roseto. Non mi soffermo neanche un attimo sulle persone che sono presenti nella villa e mi dirigo verso il cancello che porta direttamente a quell'incantevole giardino. Non ci entro, nonostante mi rendo conto che la serratura sia aperta, limitandomi a osservare la bellezza delle rose che in questo luogo, quasi come se fosse magico, non rendono conto al tempo e rimangono perfette senza mai appassire".
<<Signorina Davis>>. Una voce dietro alle mie spalle mi distrae.
<<Sì>>. Mi volto perplessa, osservando una cameriera dal sorriso languido vestita di una divisa nera.
<<Il signor Smith la attende nel suo ufficio>>. Mi dice, prima di andare via a passo svelto.
"Io non ho avvertito Alexander del mio arrivo, sarà stato Arthur? O avrà semplicemente avvertito la mia presenza? Anche se comunque si tratta di questo, non si è mai fatto annunciare da una cameriera, avrà urgenza di parlarmi?".
"Arrivo alla rampa di scale facendo un gradino alla volta senza fretta. Raggiungo subito la stanza del suo ufficio e senza pensarci due volte la apro senza bussare. Lui è seduto sulla poltrona di pelle, ticchettando con la mano sinistra sul laptop mentre la mano destra avvolge con l'indice e il pollice la barba che gli ricopre il viso, poco lontano dalle labbra carnose. I suoi occhi azzurri come le cascate più limpide del mondo, abbandonano lo schermo soffermandosi su di me. I capelli nero corvino scivolano morbidi e delicati sulla sua fronte avvolti dal buon odore di cera e del fono caldo con il quale li ha sistemati. La camicia di poco spuntata, inevitabilmente bianca, mostra la collana che indossa, che spicca in contrasto con la luce che emana il lampadario del suo ufficio".
<<Prego, accomodati pure>>. Fa un mezzo sorriso, indicandomi la sedia posta al di là del tavolo in vetro.
<<Una cameriera mi ha detto che mi stavi attendendo, aspettavi il mio arrivo>>. Faccio scivolare la borsa sulla sedia, rimanendo in piedi e intrecciando le braccia.
"Nonostante per me lui sia una visione da descrivere, il desiderio più conscio che possieda, non dimentico nulla di ciò che è accaduto tra di noi e di come ci siamo separati l'ultima volta quando ero a Malaga. La sua diffidenza nei miei confronti, il modo in cui mi tratta, mi fa comprendere che qualcosa si è completamente rotto tra di noi e forse, in questo momento, sto per mettere il punto".
<<Katherine sto lavorando da casa. Mi sembrava giusto avvisarti che ci fossi, visto che sei piombata qui senza preavviso>>. Scosta la sedia, accavallando le gambe per mettersi comodo.
<<Devo avvisare Alexander?>>. Domando, accigliando lo sguardo.
<<Come preferisci, la mia casa è sempre aperta per te. Comunque, c'è qualcosa che volevi dirmi?>>. Si alza in piedi, andando dritto verso il tavolino con la bottiglia di whisky.
Ne versa un bicchiere, mentre continua a parlarmi e poi, un altro che mi porge.
<<Sì, devo dirti una cosa importante>>. Rifiuto il bicchiere, parlando con tono serio.
<<Avanti>>. Mi fa, mentre sorseggia il whisky.
<<Ho deciso che voglio partire per cercare la cura. Voglio ritornare umana e in fretta>>. Dico d'un tratto.
<<Ti ho dato tutto il tempo di rifletterci, se senti di essere pronta allora partiremo>>. Poggia il bicchiere sul tavolo di vetro, mettendosi di fronte a me.
"I suoi zigomi si inarcano mentre la bocca serrata disegna completamente, come in una linea perfetta, le sue labbra carnose. Lo vedo, nei suoi occhi azzurri ghiaccio come sta cercando di leggermi dentro e di capire che cosa mi spinge adesso con tanta determinazione a volere quella cura che ho rifiutato dal primo momento in cui ho saputo della sua esistenza".
<<Perfetto, prenoto i biglietti>>.
<<Lo fai per lui?>>. Sbotta continuando a fissarmi.
<<Per chi?>>.
<<Per Henry, perché lui è umano... lo fai per lui? E per vivere con lui che vuoi la cura?>>. S'avvicina costringendomi ad indietreggiare, sento nella sua voce quel filo di austerità che cambia l'atmosfera.
<<Lo faccio perché non la voglio una vita da immortale. Non voglio vivere nutrendomi di sangue, avendo una forza disumana che non posso usare, la capacità di soggiogare le persone senza farlo. Io non volevo accettare questa vita per essere vampira>>. Reggo il suo sguardo, parlandogli dritto in faccia.
<<Quindi il gioco non vale la candela>>. Fa spallucce, con un sorriso malizioso sulle labbra.
<<Forse una volta. Quando c'era qualcosa per cui valeva la pena giocare>>. Sputo con rabbia.
<<E stai bene con lui? Adesso sei felice Katherine?>>. Insiste con avversione verso di me.
<<Che t'importa di come sto io? Forse dovevi pensarci quando stavamo insieme>>. Prendo la borsa e mi dirigo alla porta.
<<M'importerà sempre di te, pensavo che almeno questo fosse chiaro>>.
<<A te importa solo della tua coscienza, di redimere quello che sei rifiutando la tua felicità, quella che potresti avere. Adesso non fare il caritatevole e non mostrarti geloso se un altro uomo è nella mia vita. Io ti ho detto mille volte che sarei stata tua, se solo avessi voluto>>.
<<Voglio la cura Alexander, perché se non possiamo restare insieme non voglio vivere per sempre. Voglio rifarmi una vita da umana>>.
"Vedo il suo sguardo perdersi altrove, le sue labbra socchiuse e senza parole. Non cerca più la sfida e non so' se interpretarlo come conferma delle mie parole o perché è consapevole che ciò che dico corrisponde ad una realtà che ha creato lui. So' solo che il silenzio mi accompagna fuori dal suo ufficio, fino all'entrata della villa e infine da Arthur che mi apre la portiera da gentiluomo e mi lascia entrare in auto per andare via".
"Ci spero, nonostante tutto, che lui mi cerchi e che adesso mi piomba davanti per chiedermi scusa o semplicemente per dirmi che possiamo ancora una volta ricominciare e dimenticare. D'altra parte mi rendo conto, invece, che sarebbe uno sbaglio e che ciò di cui ho bisogno è trovare la mia strada lontano da chi non è capace di amare con la mia stessa intensità, anche se sent,o dentro di me, che non potrò provare per nessun'altro questo sentimento che mi ha fatto morire e nascere di nuovo senza provare paura".
"Sfreccio via con la mia auto, lontana da Rose Square. La musica in auto è dei Coldplay che insieme a Rihanna cantano una canzone d'amore di una principessa a cui era stato promesso un re, un castello, un anello e mi rendo conto che non sono queste le cose che possono dare un valore all'amore ma le promesse sì. Quelle per quanto possano sembrare frivole o essere legate solo al sentimento valgono e per un cuore a pezzi non sono più abbastanza. La musica si interrompe quando sullo schermo compare una chiamata da parte di Jane".
<<Ehi Jane, mi senti?>>. Rispondo.
<<Kate, certo. Senti ho bisogno di te, devi correre>>. La sua voce sembra agitata.
<<Jane cos'è successo?>>. Chiedo in preda all'ansia.
<<Non posso parlarne al telefono ora, ti aspetto allo Scarfes>>. Richiude la telefonata, indicandomi il nostro bar di sempre come destinazione.
"Se ci arrivo in dieci minuti, non è di certo per la distanza ma per le scarpe scomode che mi permettono di camminare solo a passo abbastanza lento. Raggiungo l'entrata del bar, senza fiatone perché per me è impossibile, ma con i capelli scompigliati dal vento e l'aria piuttosto preoccupata. Entro senza neanche salutare quando la vedo seduta al nostro tavolo, da sola e con lo sguardo su una rivista. Mi dirigo verso di lei, poggiando cappotto e borsa sul divanetto e sprofondando al suo fianco".
<<Janet cos'è successo?>>. Domando senza giri di parole, con lo sguardo accigliato.
<<Kate c'è una cosa che devi sapere>>. Si volta subito, deglutendo a fatica. Noto i suoi occhi cupi, l'aria quasi triste e il tremolio che accompagna ogni suo movimento.
"Che cosa sta succedendo?".
<<Jane parla ti prego, vuoi farmi morire d'ansia?>>. Sospiro in preda all'inquietudine.
<<Katherine Davis, mi sposo>>. La sua espressione cambia completamente, urla queste parole con il sorriso stampato in volto e indicandomi un grosso anello di brillanti sull'anulare sinistro.
<<Oh mio Dio, stai scherzando?>>. Urlo a mia volta.
<<No, me l'ha chiesto stamattina... John mi ha chiesto di sposarlo Kate... io ancora non posso crederci>>. Mi dice con una gioia immane, abbracciandomi.
"Urliamo dalla felicità incuranti delle persone presenti nel bar. Guardo il suo meraviglioso anello che non smette di descrivere come – il più bello e il più grande che esista al mondo – senza poter obiettare effettivamente sulla scelta del suo amato fidanzato. Mi spiega, con le lacrime agli occhi, di aver fatto colazione con lui dopo che erano stati due giorni in albergo. Sulla terrazza, insieme a tutte le persone che si stavano godendo la mattinata tranquilla, tra un croissant e un succo di frutta, si è inginocchiato a terra con la scusa di sistemare un laccio della scarpa e le ha dichiarato il suo amore sentendosi pronto per fare il passo più grande insieme con lei, il matrimonio. Cerco di contenere l'entusiasmo di Jane che ho paura possa svenire per la contentezza, mi descrive l'emozione che ha provato in quel momento, i brividi che le hanno scosso la schiena al solo pensiero di accettare e al bacio che ha segnato la conferma che quest'amore presto si sarebbe unito ufficialmente. Ho le lacrime anch'io e non posso nasconderlo, è mia sorella e la sua contentezza si trasmette completamente a me".
<<Sono senza parole>>. Mi passo una mano sulle labbra.
<<Sarò la moglie di John, la nuova signora Le Bond>>. Ridacchia come un'adolescente alla sua prima cotta.
<<Ci aspettano tanti preparativi>>. Sorrido, mettendole un po' d'ansia in più.
<<Tu, come mia ovvia testimone, domani sarai presente alla cena con le nostre famiglie. Ho bisogno del tuo supporto, ho paura che mi verrà un calo glicemico da un momento all'altro>>. Si sventola con la mano su cui porta l'anello.
<<Certo che ci sarò, non devi neanche chiederlo. Jane, questo è il tuo momento... sono felicissima ed orgogliosissima di te>>. Le dico, guardandola dritta negli occhi prima di abbracciarla.
"Rimaniamo per qualche minuto l'una nelle braccia dell'altra ed io mi sento così entusiasta per lei da non riuscire a trasmetterlo a parole. Jane, la mia amica festaiola e dalle tante conquiste, finalmente innamorata di un solo uomo. Non posso credere a quanto le svolte nelle nostre vite ci abbiano cambiate e mi rendo conto, sempre di più, che stiamo crescendo come delle vere donne. Sarà sposata a John e finalmente potranno coronare quel loro amore che risentiva tanto del giudizio del padre di Jane e della distanza. Non ci crederei ancora se lo dicessi ad alta voce".
<<Domani sarà invitato anche Alexander... se è lui che vuoi portare>>. Mi dice, una volta sciolto l'abbraccio.
<<Jane...>>.
<<Qualcosa non va?>>. Mi domanda subito.
<<No, va tutto bene. Ci vedremo domani, mandami il nome del ristorante>>. Le do' un bacio sui capelli, e a passo svelto mi dirigo fuori dal bar.
"La sua felicità non deve risentire dei miei pensieri o dei miei problemi. Questa volta voglio che la mia vita non intralci assolutamente quella degli altri tanto meno di Jane, che è la mia famiglia. Sprizzo questa gioia incontenibile da tutti i pori eppure, dentro di me, sento crescere il senso di delusione a causa delle mie scelte o del destino? Perché la vita per me, non ha riservato amore senza sofferenza".
*Bonjour lettrici, mi faccio perdonare ancora una volta per i mancati aggiornamenti di questi mesi e spero che questo capitolo sia di vostro gradimento. Allora, secondo voi che cosa significa tutto quello che sta accadendo? Ogni cosa ha un suo preciso percorso oppure no? Vi aspetto con commenti e stelline (se il capitolo vi è piaciuto) e la vostra opinione, ovviamente, fondamentale. Grazie come sempre del vostro grande supporto, siamo quasi vicini al finale. Adesso come non mai, la vostra opinione è importantissima quindi non mancante, mi raccomando!
Al prossimo aggiornamento,
R. E. Meyers
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