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Trenta

30.


Rimasi a guardarlo per un tempo che a me parve breve, ma che evidentemente bastò per farlo innervosire.

-si può sapere che cosa diavolo ti prende?- sbottò facendomi sobbalzare e tornare alla realtà.
Senza ascoltarlo mi avvicinai a lui con passo esitante, per poi prendere le sue mani tra le mie sotto il suo sguardo confuso.
Mi avvicinai per esaminare i tagli profondi dal sangue ormai secco, una prova di quello che era successo la sera precedente.

Lui indietreggiò andando a sbattere alla porta della camera, mentre osservava con una smorfia di terrore e incredulità le sue mani.
Rimase immobile per quelle che mi parvero ore, quando alla fine alzò il suo sguardo su di me. I suoi occhi chiedevano aiuto, notavo la confusione sul suo viso farsi sempre più evidente.
-Cosa è successo?- chiese a voce bassa, tremante.

Vederlo così fragile mi faceva stare male, i ricordi della sera prima tornarono nella mia mente e non potei fare a meno di rabbrividire.
Gli feci cenno di sedersi sul letto, e così fece. Presi posto vicino a lui rimanendo a guardare il pavimento.

-Ti prego Ellen, parla- mi implorò.
Tornai a guardarlo e annuii, sforzandomi in tutti i modi per riuscire a non piangere. Dovevo trattenere le lacrime, dovevo essere forte per lui. Non sapevo per quale motivo non ricordasse niente, non sapevo come avrebbe reagito e tutte ciò mi stava uccidendo.

-Cosa ti ricordi di ieri sera?- gli chiesi.



Justin

Aggrottai la fronte tentando in tutti i modi di cercare di capire dove volesse arrivare, ma tutto non riuscivo a comprendere il motivo di tutta quell'ansia. Non poteva semplicemente dirmi cosa diavolo era successo senza tutti quei giri di parole? Sbuffai passando una mano tra i miei capelli.

-Abbiamo litigato- risposi facendo di tutto pur di non incontrare il suo sguardo.
Ero stato un coglione, e ancora non mi ero scusato con lei. Le avevo fatto del male un'altra volta, quando avevo promesso sia a lei che a me stesso che una cosa del genere non sarebbe più capitata.
Lei annuì sospirando -E poi?- insistette con aria impaziente.

Le lanciai una rapida occhiata prima di concentrarmi per ricordare quello che era successo.
Quando avevo provato ad avvicinarmi lei mi aveva evitato, era sembrata spaventata da me e io mi ero sentito morire. Eravamo tornati in macchina e avevo guidato fino a lì, poi lei era scesa ed era andata a casa sua con Alex.

Io ero rimasto solo, e poi ero andato sul retro della casa per..
Per fare cosa?

-Non mi ricordo per quale motivo sono andato nel giardino dietro casa. Questa è l'ultima cosa che ricordo. Stamattina mi sono svegliato e sono venuto subito qui da te, volevo scusarmi per quello che era successo- mormorai cercando il suo sguardo.

-Non ti preoccupare, ho sbagliato anche io a non dirti subito quello che era successo e me la sono presa con te. - rispose sbrigativa -Ma ora mi serve che tu ricordi cosa hai pensato mentre andavi lì- continuò prendendo le mie mani tra le sue e inchiodando i suoi grandi occhi scuri nei miei.
Sospirai distogliendo lo sguardo per concentrarmi su quello che mi aveva chiesto.

Eravamo tornati e io ero arrabbiato, furioso con me stesso per aver ceduto ancora una volta,per averle fatto del male. Le avevo fatto del male quando lei aveva solo bisogno del mio aiuto, lei per me c'era sempre e io avevo reagito alzando le mani su di lei.
Ero nervoso per quella fottuta chiamata e avevo scaricato tutto il mio nervosismo su Ellen, che coglione.

Mi sentivo in colpa, sapevo di dover pagare per averle fatto del male.

Improvvisamente sentii la mia temperatura corporea alzarsi, dei barlumi di ricordi che si facevano strada nella mia mente.

Sgranai gli occhi impaurito, cercando il suo sguardo. Strinsi le sue mani tra le mie, avevo paura che svanisse da un momento all'altro lasciandomi solo.
-Justin- mi chiamò lei accarezzandomi dolcemente.

Non risposi, mi mancava il fiato.

Non poteva essere, mi stavo sbagliando, doveva essere per forza così. Spostai il mio sguardo sulle mie mani, seguii le linee pronunciate dei tagli profondi che mi solcavano la pelle. Le nocche erano spaccate, il sangue era secco. Non riuscivo nemmeno a chiudere la mano in un pugno, visto che sentivo la pelle tirare dolorosamente.

-Stai bene?- insistette prendendo il mio viso tra le sue mani.

Scossi la testa -E' successo di nuovo vero?- chiesi con voce tremante, mentre sentivo i miei occhi pizzicare.
Non potevo piangere di nuovo davanti a lei, chissà cosa avrebbe pensato di me.
Io ero Justin Bieber.

Justin Bieber non piange.

Non piange.


Non piange.


Non piange.

-Ehi, è tutto apposto- mormorò lei abbracciandomi.
-No che non lo è- risposi ridendo amaramente mentre le mie paura prendevano forma davanti ai miei occhi.

Mi odiavo, lei non avrebbe dovuto vedermi in quello stato. Dovevo sapere cosa diavolo era successo il giorno prima, quella fottutissima sera.
-dimmi cosa è successo- le ordinai guardandola.

Lei sembrava esitante, come se stesse combattendo contro la voglia di abbracciarmi di nuovo, sapevo che non voleva che io rivivessi quello che era successo, ma avevo bisogno di sapere.
-Dimmelo Ellen- ripetei con più decisione guardandola implorante.

Lei annuì sospirando -Io volevo venire da te per parlare, ho bussato alla porta e Chaz mi ha detto che eri sul retro. Sono venuta e ti ho trovato lì. Tu..- si fermò aggrottando la fronte, mentre stringeva le mani in due pugni. Il mio cuore si strinse a vederla così fragile, non volevo nemmeno immaginare come doveva essere stato per lei vedermi fare qualsiasi cosa stessi facendo.
-Continua- incalzai accarezzandole i capelli.

Lei tornò a guardarmi -stavi prendendo a pugni una tavola di legno piena di chiodi- continuò.
Sembrava come se il tempo si fosse fermato. Sentii tutti i ricordi tornare nella mie mente, ogni singolo momento. Deglutii rumorosamente, boccheggiando in cerca di aria.

E' possibile che la Terra precipiti?

Perché se la risposta è si penso che in quel momento stesse cadendo giù nel vuoto.

-Tu.. io ti ho chiamato, ma non mi ascoltavi. Continuavi a ripetere che mi avevi fatto del male e che dovevi pagare, continuavi a prendere a pugni quella fottuta tavola senza fare una piega, neanche una smorfia di dolore. Non sapevo che fare, se non fosse arrivato Derek probabilmente sarei impazzita a vederti in quello stato. Ti abbiamo portato in camera tua, ti ho disinfettato le ferite, e tu rimanevi immobile a fissare il vuoto.- disse velocemente iniziando a piangere disperatamente.

Rimasi in silenzio ed immobile, incapace di elaborare qualcosa di conveniente da dire o fare.

Non riuscivo a credere che fosse accaduto di nuovo, non succedeva da quando io e lei avevamo litigato quel giorno a casa mia, quando le avevo puntato una pistola contro. Da quel giorno mi ero promesso che non l'avrei più sfiorata, pensavo che finalmente avessi imparato a gestire la mia rabbia, almeno con lei. E invece avevo commesso l'ennesimo errore, ed era giusto che avessi pagato per quello che avevo fatto.

-Cazzo Justin, dì qualcosa ti prego. Sto impazzendo- mormorò prendendosi la testa tra le mani mentre continuava a singhiozzare ancora più forte.
L'abbracciai automaticamente, anche se mi sembrava di stare su un altro pianeta.
-Mi dispiace- sussurrai baciandole i capelli.

Lasciai che le sue lacrime bagnassero la mia maglietta, era il minimo che potessi fare dopo averle provocato tutto quel dolore, ancora una volta.
-E' tutta colpa mia- aggiunsi con un sospiro.
Lei si staccò da me guardandomi tristemente -Non di nuovo Justin, smettila. - si fermò asciugandosi le lacrime per poi tornare a parlare.
-Smettila di incolparti sempre, smettila di ripensare a quello che è successo. Abbiamo sbagliato entrambi, ma non voglio vederti mai più nello stato in cui ti ho visto ieri- disse.

Annuii deciso -Non succederà più, questo è sicuro. Tu meriti di meglio e io non ho intenzione di farti soffrire un secondo di più- ribattei deciso alzandomi da quel letto, con la fretta di uscire da quella stanza in cui l'aria era diventata improvvisamente soffocante.


Ellen

Si alzò di scatto, camminando verso la porta.
Senza perdere tempo lo seguii afferrandolo per un braccio -Che cosa stai dicendo?- domandai in preda al panico, il mio cuore che batteva forte nel mio petto.
Quando si girò di nuovo verso di me i suoi occhi erano duri, di pietra. Il mio stomaco si strinse, dentro di me c'era una voce che continuava a ripetermi di aver paura di quella situazione, e stavo cominciando ad ascoltarla nonostante stessi tentando di non prestarle alcuna attenzione.
-Sto dicendo esattamente quello che hai sentito Ellen. Non sono quello giusto per te- rispose con una calma letale, disarmante.

Sgranai gli occhi incapace di immagazzinarle sue parole -Non dire cazzate. Io voglio te Justin, ti amo e questo non cambierà- dissi convinta.
Lui fece una smorfia -Smettila di dirlo- ringhiò fulminandomi.

Sobbalzai davanti alla sua reazione -E invece lo ripeto. Ti amo e sarà così, sempre- ripetei con decisione.
-Io sono pericoloso, capiscilo cazzo!- urlò frustrato.

Scossi la testa -Se è per questo lo sono anche io- ribattei.

Lui sorrise sardonico -Forse si. Sarai anche pericolosa, ma non cattiva. Io lo sono, puoi anche mentirmi con qualche cazzata riguardo a quanto sono dolce, non è così. Vedo quello che faccio, tutti hanno paura di me, solo il mio nome basta a far terrorizzare mezza città. Faccio del male a tutte le persone a cui tengo, non importa quanto io mi impegni per evitarlo, perché alla fine succede, e non ho intenzione di vederti morta per colpa mia- disse con un velo di dolore negli occhi, che però sparì subito facendo tornare la sua maschera fredda, distaccata.
Sentii il mio cuore perdere velocità, la terra scivolare via da sotto i miei piedi -non puoi lasciarmi- mormorai scuotendo la testa incredula, le lacrime che scendevano incontrollatamente lungo il mio viso.

Non poteva essere vero, non dopo tutto quello che avevamo passato insieme.
Io e Justin saremo stati insieme sempre e comunque, dovevamo esserci l'uno per l'altro, era questo che ci ripetevamo ogni giorno.

Eppure lui aprì la porta, girandosi solo un istante verso di me per lanciarmi uno sguardo triste -L'ho appena fatto- disse, prima di richiuderla andandosene via, lasciandomi lì da sola.
Iniziai a piangere disperatamente, le mie ginocchia cedettero.

Justin mi aveva abbandonato, come tutti gli altri.

Nessuno mi voleva, nessuno.

Ero rimasta da sola ancora una volta, lui era la mia unica ragione di andare avanti e adesso era andato via.
Chiusi gli occhi sperando di morire in quel preciso istante. Tutto sembrava aver perso senso, come se un terremoto avesse distrutto tutto lasciando solo cenere. Mi sentivo esattamente così, sembrava quasi che un camion mi fosse passato sopra.

Io ero lì in quella stanza, ma la mia voglia di vivere era andata via insieme a Justin.

Stavo lì a piangermi addosso, quando una scarica di rabbia e adrenalina attraversò il mio corpo. mi alzai in piedi di scatto, sapendo esattamente quello che dovevo fare.

Avevo sempre guardato le persone a cui tenevo lasciarmi senza fare nulla, ma questa volta avrei combattuto e non mi sarei arresa. Justin non poteva lasciarmi, non per un motivo stupido come quello. La nostra non era una normalissima relazione, non potevamo mai uscire di casa senza guardarci le spalle con la paura che spuntasse qualcuno con una pistola puntata contro di noi, ma faceva parte della mia vita, della nostra vita. non era stato lui a introdurmi in quel mondo, ci ero dentro da tempo, e la sua decisione non avrebbe cambiato nulla.

Scesi le scale precipitandomi fuori di casa, ignorando le ragazze che mi chiamavano cercando di fermarmi per venire a conoscenza di quello che stava succedendo.

Corsi verso la porta di casa dei ragazzi bussando forte, e dopo poco mi aprì Chaz che mi lanciò un'occhiata irritata -No vabbè, se vuoi sfondala- ironizzò alzando gli occhi al cielo.
-dov'è Justin?- chiesi ignorando la sua battuta.

Lui aggrottò la fronte grattandosi la testa.

Sbuffai infastidita -dimmelo Chaz- ringhiai aprendo di più la porta per entrare. Lo spinsi da parte per fiondarmi nel salone dove c'erano tutti tranne che lui.
-Non è a casa, è appena uscito e ha presto la macchina- rispose venendomi vicino.
Annuii -Dammi le chiavi della tua- gli ordinai tendendo le mani verso di lui, che sgranò gli occhi.
-non se ne parla neanche, non hai nemmeno la patente- rispose alzando la voce.
-So guidare meglio di te. Dammele- ripetei avvicinandomi.
Lui scosse la testa -no- disse deciso.
-DAMMI QUELLE CAZZO DI CHIAVI!- tuonai attirando l'attenzione di tutti i presenti.

Chaz sobbalzò camminando verso la sua giacca appesa all'appendiabiti, per frugare nella tasca.
Tirò fuori le chiavi della sua Audi e camminò verso di me facendomi un cenno con il capo. Lo guardai confusa, senza capire cosa stesse comunicando.

-vengo con te, non ti lascerò sfracellare da qualche parte, e poi mi devi raccontare cosa cazzo è successo- disse con un tono che non ammetteva repliche avviandosi verso il garage. Lo seguii aspettando che mettesse in moto, salii in macchina e partimmo.
-Non sappiamo nemmeno dove è andato- mi lamentai dando un pugno al finestrino.

Lui mi fulminò -Se è arrabbiato o triste so' esattamente dove andare. lo è?- chiese girandosi verso di me.
Con un sospiro annuii, prima di abbassare lo sguardo.
Lui sorrise premendo il piede sull'acceleratore, sfiorando i 150 sul contachilometri.

-Cosa è successo?- domandò preoccupato quando uscimmo dal centro di Stratford avviandoci verso la periferia.
-lui non ricordava nulla di quello che era successo ieri, quando glielo ho detto ha iniziato a fare discorsi su quanto fosse pericoloso, ha detto che non voleva che io soffrissi per colpa sua e alla fine mi ha lasciato- spiegai velocemente mentre il mio cuore sanguinava all'ultime tre parole.
Chaz sgranò gli occhi -Cosa?- sbottò girandosi verso di me.
-Guarda la strada- lo rimproverai ridacchiando nervosamente -hai capito bene- aggiunsi abbassando lo sguardo.
-porca troia- imprecò accelerando ulteriormente.

Annuii mentre sentivo gli occhi pizzicare. Tirai su con il naso cercando di trattenere le lacrime.
-cazzo no, non piangere- disse visibilmente preoccupato.
Sorrisi scuotendo la testa -sto bene- mormorai poco convinta.
Lui sbuffò -Non dirmi stronzate, lo vedo che stai male, ma non devi. Justin ci tiene a te, è proprio per questo che ha fatto quello che ha fatto. Per lui è difficile accettare che qualcuno possa prendersi cura di lui, che qualcuno possa aiutarlo. Il suo unico modo di essere forte è non avere nessuno di cui preoccuparsi, tu sei il suo punto debole Ellen- disse lanciandomi una rapida occhiata mentre rallentava imboccando un sentiero che saliva su per una collinetta.

Pensai molto alle sue parole, sapendo che aveva ragione. Justin cercava di allontanarmi, stava facendo di tutto per far si che io arrivassi ad odiarlo, ero sicura che non avrebbe ceduto facilmente. Ma io non avrei mollato, non adesso. Ne avevo passate tante e non sarei mai riuscita a vivere senza di lui, avrebbe dovuto capirlo.
Non mi sarei arresa, non senza aver giocato tutte le mie carte.


Scesi dalla macchina una volta ferma, e mi guardai intorno trovando delle piccole casette appartenenti probabilmente a gente povera. Non ero mai stata in quel quartiere degradato di Stratord, sapevo che ce ne erano molti intorno al centro della città e mi era capitato anche di andarci per affari, ma quel posto mi era totalmente sconosciuto. A poca distanza da noi c'era un gruppo di ragazzi afroamericani intenti a prepararsi una canna, mentre dall'altro lato della strada una signora teneva stretta tra le sue braccia una neonata, camminando velocemente per raggiungere la propria casa. Mi girai verso Chaz guardandolo confusa, senza capire per quale motivo mi avesse portato lì.

-E' il quartiere dove abitava Justin, è qui che è iniziato tutto- spiegò annuendo verso la fila di case davanti ai miei occhi.
Rimasi a bocca aperta, mentre esaminavo con attenzione quel posto.
Chaz iniziò a camminare a passo veloce, e io lo seguii aumentando il passo - Sei sicuro che lo troveremo qui?- domandai incerta.
Lui si girò verso di me annuendo -Si- rispose semplicemente.

Per circa dieci minuti continuammo a camminare in completo silenzio, imboccammo una stradina isolata in salita, quando Chaz si fermò.
-E' meglio che tu prosegua da sola, è una cosa che dovete affrontare voi due- disse guardandomi.
Aggrottai la fronte -ma io non ho idea di dove sia- ribattei guardandomi intorno spaesata.

-Devi proseguire per questa strada, cinque minuti e poi ti troverai davanti i resti di una casa- spiegò indicando la strada davanti a noi.
Rimasi per un po' in silenzio, prima di girarmi verso di lui.

-la casa di Justin?- domandai.

Lui annuì -Si- rispose.

Annuii -Allora ci vediamo dopo?- chiesi mordendomi il labbro inferiore.
-Si, ti aspetto qui. Se succede qualcosa chiamami o mandami un messaggio, vengo subito- mi rassicurò sorridendomi.
Sospirai ricambiando il sorriso -Grazie mille, non so' cosa avrei fatto da sola- dissi arrossendo.
Lui ridacchiò -Quando vuoi- rispose con un'alzata di spalle.

Mi girai verso la strada, e cominciai a camminare osservando gli alberi alti e imponenti, che piano piano diminuivano fino ad arrivare a uno sbocco con un grande piano.
mi guardai intorno, quando la vidi. A vederla così non si direbbe che un tempo fosse stata una casa. Era completamente distrutta, e i pochi muri rimasti in piedi erano completamente anneriti e sembravano voler cedere da un momento all'altro. L'erba intorno alla casa non cresceva, un alone nero circondava l'intero perimetro come a voler raccontare la storia di quelle casa, dietro alla quale c'era la morte della famiglia di Justin. Mi avvicinai alla struttura, cercandolo con lo sguardo. Camminai intorno alla casa, quando lo vidi. Se ne stava seduto su una roccia piantata lì nel terreno, a fissare la casa distrutta mentre fumava una sigaretta.

Presi un respiro profondo e mi feci forza, camminando piano verso di lui.

Quando fui abbastanza vicina si girò di scatto, allarmato.
Nei suoi occhi vidi passare immediatamente sorpresa, tristezza e forse qualcos'altro, ma prima che potessi capire di cosa si trattasse nei suoi occhi vidi montare la rabbia.

-Che ci fai tu qui?- domandò alzandosi in piedi, buttando la sigaretta a terra per spegnerla con la suola della scarpa.
Rabbrividii davanti alla sua ostilità, ma non mostrai alcun segno di esitazione.
Mi girai in direzione della casa per poi tornare a guardarlo.
-Sono qui per te- risposi facendo un passo avanti.

Lo vidi irrigidirsi -Pensavo di essere stato chiaro- ringhiò lanciandomi un'occhiataccia.
Sospirai -Evidentemente non ho intenzione di ascoltarti- ribattei avanzando ulteriormente in sua direzione.

-Io non ti voglio, mettitelo bene in testa- disse alzando il tono della voce.
Ingoiai la sua frase cercando con tutte le mie forze di non cedere, di non far uscire le lacrime. Non potevo permettermelo in quel momento.

-Questo non è vero, e lo sai anche tu. Hai sempre paura che tu mi possa mettere in pericolo, hai paura che qualcuno mi possa portare via da te. Ma non succederà Justin, te l'ho già detto. Io non vado da nessuna parte- dissi decisa annullando la distanza tra di noi.
Per un attimo lo vidi esitare, ma tornò subito freddo e duro come una pietra.

-Non mi interessa, non voglio stare con te- ripetè evitando il mio sguardo.

Risi -Potrai anche mentire a te stesso, ma non a me. Ti conosco troppo bene, e non penso che tutto quello che ci siamo detti sia cambiato da un giorno all'altro. Quello che è successo ieri sera non mi ha fatto cambiare l'idea che ho di te. Te l'ho detto Justin, abbiamo sbagliato entrambi e non devi colpevolizzarti- ribattei sorridendogli.

Lui aggrottò la fronte -Smettila, ti prego- mormorò scuotendo la testa e facendo un passo indietro.

Subito ne feci uno avanti -E invece no, non finchè tu non torni a casa insieme a me- risposi.

Lo vidi indugiare, quando si sedette a terra prendendosi la testa tra le mani.

-Ti farò solo del male, lo faccio sempre ma tu continui a volermi. Non riesco a capire- mormorò più a sé stesso che a me.
Mi sedetti vicino a lui alzandogli il viso per poter fissare i miei occhi nei suoi.

-Io ti vorrò sempre, solo questo devi capire. Devi smetterla di fare così. Se fai dieci cose giuste e una sbagliata ti butti tutte le colpe addosso, non vedi quanto tu mi abbia fatto stare bene, e quanto io stia bene con te ancora ora. Mi hai sempre aiutato e ora, ti prego, accetta il fatto che sia io ad aiutarti e a prendermi cura di te- dissi prendendo le sue mani tra le mie.
-Sono io che devo proteggerti, non tu- ribadì con decisione.
Scossi la testa -Ne hai bisogno Justin, lo so quanto tu cerchi di apparire forte, insensibile a tutto, e questo può andar bene con gli altri, ma non con me. Quello che è successo ieri non deve più succedere, ti amo e ti voglio aiutare- ripetei.

Lui sospirò -Ma è giusto. Ti ho fatto del male, dovevo pagare- rispose.

-E invece no. Farti del male non risolve niente, mi ha ucciso vederti in quello stato. Se non vuoi farmi del male la prima cosa che devi fare è non fare del male a te stesso- ribattei sotto il suo sguardo.

-Mio padre prima di spararsi mi ha detto che l'unico modo per farmi perdonare da mia madre, da Jazmyn e da Jaxon era uccidermi. Non ho avuto mai il coraggio di farlo, stavo impazzendo e ho iniziato a farmi del male. Pensavo che in questo modo loro mi avrebbero perdonato ugualmente- mormorò.
Rimasi per un po' in silenzio, analizzando le sue parole.

-Non è stata colpa tua. Lo hai detto tu stesso che eri entrato nel giro per aiutare la tua famiglia, hai fatto tutto in buona fede e non potevi prevedere ciò che sarebbe successo. Sono sicura che loro non ce l'hanno con te, ti vogliono bene e non vorrebbero vederti così.- dissi.

Lui scosse la testa -E invece è stata colpa mia- ribadì con decisione.

Aprii bocca per ribattere, ma mi fermò con un cenno del capo -Lasciamo stare questo argomento- disse con un tono che non ammetteva repliche.
-Vabbene- dissi sbuffando e incrociando le braccia davanti al petto.

Lui ridacchiò -Tu sai tutto di me, di quello che è successo e della mia famiglia. Penso sia che tu mi racconta qualcosa della tua- disse curioso.

Sospirai.
Sapevo che prima o poi quel momento sarebbe arrivato, dovevo affrontare tutti i miei ricordi ancora una volta.

-La mia vita è stata perfetta fino all'età di undici anni. Un giorno io e mio fratello tornammo a casa, e lì c'erano i miei genitori e un signore che non avevamo mai visto. Avevano un'aria grave, ma noi non potevamo pensare che dietro a tutto quello c'era tanto altro. L'uomo disse che era il medico di mia madre, e che doveva parlarci. Usò tutto un giro di parole, per poi dire che nostra madre aveva un cancro ai polmoni. Mio fratello si alzò di scatto, iniziò a urlare e a cercare di cacciare di casa quel signore, non voleva accettare la verità. Io mi limitai a piangere, guardando mia madre. Lei non è mai stata vicina a noi, per lei e mio padre il lavoro veniva prima di tutto.
Dopo quella notizia i nostri rapporti si azzerarono completamente, sembrava quasi che cercassero di evitare me e mio fratello.

Lui era sempre arrabbiato, dopo la scuola non tornava a casa. Rientrava tardissimo e se mio padre gli chiedeva dove era stato cominciava a urlare, e litigavano tutta la sera. Una volta mio padre diede un pugno a mio fratello, e lui scappò di casa per una settimana. Quando tornò mi disse che doveva raccontarmi alcune cose. Mi spiegò che le cose erano molto diverse da come le vedevo io e che lui era cambiato, ma non dovevo avere paura di lui perché un giorno avrei capito. Mi raccontò cosa faceva, quello che avrebbe continuato a fare e mi fece promettere che non avrei detto nulla a nessuno. La malattia di nostra madre per il momento non era molto grave, ma sarebbe peggiorata presto. Mi disse che mio padre gli aveva detto che quando sarebbe arrivato il momento lui e mia madre se ne sarebbero andati, perché non voleva che vedessimo quello che nostra madre sarebbe pian piano diventato. Ed è per questo che i miei sono partiti per la Russia, ormai da quasi un mese. Mai madre sta male, e probabilmente non c'è più niente da fare.
E quando tutto finirà mio padre non tornerà da noi, non ci vuole. Si rifarà una vita, e noi siamo soli. Forse lo siamo sempre stati, e se non fosse stato per mio fratello saremmo finiti tutti e due in mezzo alla strada- raccontai, includendo ogni minimo particolare, senza fermarmi.

Senza rendermene conto trovai il suo viso a pochi centimetri dal mio. Sentii il fiato mancarmi mentre il bisogno di lui si impossessava del mio corpo.
Annullai la distanza tra di noi, premendo le mie labbra sulle sue, morbide e calde.
Schiusi le labbra lasciando che il suo respiro mi inondasse la mente, un misto di menta e tabacco che pur essendo una strana combinazione, risultava perfetta.
Posò le sue mani sui miei fianchi, mentre ci staccavamo per alzarci, riattaccando i nostri corpi subito dopo.

-Ti amo- mormorai contro le sue labbra, guardandolo intensamente.
Lui lasciò un bacio sul mio collo, facendomi rabbrividire -Ti amo anche io, mi dispiace per tutto questo piccola- rispose avvicinando il mio corpo al suo.

Annuii posando la mia testa sul suo petto, seguendo il battito del suo cuore -Qualsiasi cosa succeda, non lasciarmi- aggiunse abbracciandomi forte, protettivo.
-Mai- risposi decisa, consapevole che quello era l'inizio di una battaglia che avremo combattuto insieme.

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