Dodici
12.
Rimasi a fissare il telefono in stato di shock sotto lo sguardo interrogativo di Justin. Non trovavo le parole per spiegargli quella assurda e impossibile situazione, non riuscivo a capire se fosse meglio darmi fuoco o aspettare Fleur per vedere come avrebbe reagito.
Sicuramente non si sarebbe congratulata, questo era poco ma sicuro.
-Ellen?- chiese confuso avvicinandosi a me.
Sobbalzai quando posò la sua mano sulla mia spalla.
Rimasi a guardarlo con uno sguardo indecifrabile in volto, mentre lui si spazientiva.
-Mi dici cosa diavolo è successo?- per poco non urlò data la frustrazione di stare a parlare con una persona che sembrava non dare cenni di vita.
La mia mente intanto lavorava dieci volte più veloce del normale, fino a quando non realizzai che il pericolo sarebbe stato principalmente trovare Fleur e Justin faccia a faccia. Non potevo prevedere come avrebbero reagito, per cui cominciai a camminare nervosamente in giro per la stanza sperando che mi cadesse una risposta dal soffitto.
Mi bloccai solo quando sentii le braccia di Justin circondarmi in un abbraccio, mentre mi tirava dolcemente stringendomi al suo petto.
-Mi stai facendo preoccupare. Cosa è successo?- domandò al mio orecchio.
Sospirai -Fleur sta venendo qui e sa' che sono con te. Non ho idea di come lo sappia- risposi mordendomi il labbro.
Mi girai confusa quando lo sentii scivolare via da me per dirigersi di corsa al piano di sopra. Avevo paura che avrebbe chiamato gli altri, e in tal caso ciò avrebbe segnato la morte non solo di Fleur, ma anche mia.
Ma justin non poteva farmi una cosa del genere, no?
Aspettai per quelle che mi parvero ore, quando tornò di sotto con in mano una pistola.
Una pistola?
Sgranai gli occhi avvicinandomi a lui -Dico, stai scherzando?- urlai indicandola.
Mi guardò furioso -Ti sembra una situazione divertente? Non mi pare lo sia- rispose freddamente prima di tirare fuori dei proiettili da un cassetto.
-Non puoi spararle, è la mia migliore amica!- gli feci notare alzando il tono di voce.
Si girò sorridendomi malignamente -Sinceramente non me ne potrebbe fregare di meno- rispose sfacciatamente sedendosi comodamente sul divano.
Aggrottai la fronte -Così non ti importa nulla di farmi stare male? Lei non ha fatto nulla, sta venendo qui da sola.- dissi calma, guardandolo come per capire ciò che stava pensando.
Non reagì -Non puoi spararle, non ti ha fatto nien..- iniziai, ma mi interruppe
Si alzò infastidito -stai zitta, parli troppo, cazzo!- urlò spingendomi e facendomi sbattere forte al muro.
Rimasi immobile cercando di realizzare ciò che aveva appena fatto. Quando lo feci, alzai lo sguardo per guardarlo delusa -Avevo ragione io, sei solo un delinquente- mormorai sospirando.
-Smettila di fare la stronza Ellen, perché non sei di certo migliore di me- urlò.
Aveva ragione.
Facevo le stesse identiche cose che faceva lui, era il nostro stile di vita, ma non avrei mai fatto del male a lui come lui ne faceva a me.
Lo guardai disgustata -Che coglione- commentai scuotendo la testa.
Posò la pistola su un tavolino prima di prendermi e buttarmi sul divano, mettendosi a cavalcioni sopra di me. Quella scena mi ricordò il nostro primo incontro, quando mi aveva portato in quel magazzino abbandonato per "darmi una lezione".
Peccato che non aveva capito con chi aveva a che fare.
Sperai che non andasse a finire come la scorsa volta, ma sicuramente quel giorno non sarei rimasta inerme a subire, avrei reagito.
Lo spinsi via tentando di alzarmi, ma mi recuperò tornando nuovamente alla posizione precedente.
Lo guardai negli occhi, che erano diventati freddi, velati di un'ombra scura, uno sguardo che sarebbe bastato a chiunque per far accapponare la pelle.
Sostenne il mio sguardo. Nel suo non trovai nessun senso di colpa, solo rabbia.
Strinse la presa delle sue mani sulle mie braccia, e mi morsi il labbro per trattenere un urlo di dolore.
-Mi stai facendo male Justin- farfugliai tentando di scrollarmelo di dosso, ma non riuscii minimamente nel mio intento.
Sentii gli occhi pizzicare, segno che le lacrime stavano arrivando.
Ma non avrei pianto, non di nuovo.
Ero davvero stanca di non reagire per paura di fargli del male, avrei ignorato il dolore che mi sarei provocata da sola nel farlo soffrire, ma era ora che imparasse a non trattare così Ellen Jenksey.
Con le mie mani presi le sue braccia, rigirandogliele mentre scivolavo via alzandomi di scatto. Non me ne resi neanche conto, ma quando mi girai lo trovai in piedi, la sua pistola puntata su di me.
-Un passo falso e sparo- disse con voce piatta.
Era come se il mio cuore si rifiutasse di realizzare ciò che aveva detto, ma la mia mente, che era molto più avanti, ricevette forte e chiaro quel messaggio.
Mi mossi con calma verso di lui, che caricò la pistola guardandomi senza tentennare, lo sguardo completamene offuscato dalla rabbia, senza traccia dell'aria scherzosa e felice di dieci minuti prima.
-Lo faresti?- domandai sostenendo il suo sguardo.
-Si- rispose senza esitazioni.
Annuii delusa, dopo di che la rabbia ebbe la meglio sulla tristezza, sul dolore, ebbe semplicemente la meglio su tutto. Mio fratello aveva tanti difetti, ma una cosa per cui l'avrei ringraziato a vita c'era:
Fin da quando avevo quattro anni mi aveva addestrato, allenato per garantirmi la sopravvivenza in situazioni come quella, e dovevo dire che aveva fatto davvero un buon lavoro.
Non ci pensai neanche, gli diedi un calcio fortissimo in pancia, facendolo piegare in due dal dolore.
Ne approfittai di quel momento che avevo per scappare senza pensarci una secondo di più. Corsi fuori dalla casa senza girarmi, consapevole di avere poco tempo.
Sapevo di non avere speranze, lui aveva la pistola e la macchina, mi avrebbe ripreso e ucciso senza sforzi.
Mentre correvo in preda al panico una Volkswagen nera si fermò di scatto. Pensai fosse uno dei suoi amici, così accelerai fino a quando non sentii la voce di Fleur chiamarmi.
-Dove cazzo corri?- urlò alzando le braccia al cielo.
Mi girai immediatamente correndo al posto del passeggero. Salii aspettando che facesse lo stesso.
-Parti!- esclamai senza fiato mentre guardavo la strada con la paura di vederlo spuntare da un momento all'altro.
-Si può sapere cosa..- iniziò arrabbiata, ma la bloccai scocciata.
-Ho detto parti!- urlai in preda al panico.
Mi lanciò un'occhiataccia prima di mettere in moto e sfrecciare via dalla strada che portava a quel grande casolare.
Mi giravo ogni cinque secondi per rivolgere nervosamente lo sguardo alle macchine dietro di noi, con la paura di intravedere una Range Rover grigia.
-Posso sapere cosa è successo o devo prima incazzarmi?- chiese tagliente senza guardarmi.
-Come sapevi dov'ero e con chi ero?- domandai guardandola.
-Non ti rispondo fino a quando non rispondi alla mia di domanda- ribadì lanciandomi un'occhiataccia.
Annuii frustrata.
-E' una storia lunga- risposi sperando che lasciasse stare, ma ovviamente non lo fece.
-Cazzate Ellen, smettila di raccontarmi cazzate- disse aggrottando la fronte.
Quando la guardai mi resi conto di quanto stesse soffrendo. In sedici anni tra noi non c'erano mai stati segreti, mai.
Era giusto che volesse sapere, io nei suoi panni mi sarei arrabbiata tantissimo, e probabilmente avrei smesso di rivolgerle parola.
-Dopo che mi hai chiamato, Justin ha notato che ero preoccupata. Gli ho raccontato quello che era successo e si è arrabbiato. Sono scappata- riassunsi l'accaduto in poche parole, ma lei frenò bruscamente. Si girò sgranando gli occhi.
-Ti ha picchiata? Perché se è così torno indietro e lo ammazzo con le mie mani- sputò fuori le parole con lo sguardo carico d'odio.
In teoria lo avevamo fatto entrambi, ma decisi non fosse il caso di peggiorare ulteriormente la situazione, visto che era già parecchio catastrofica.
-No, non l'ha fatto- dissi mordendomi il labbro.
Mi guardò poco convinta -e allora perché sei scappata?- chiese confusa.
Sospirai -Ha preso la pistola, ti avrebbe fatto del male e abbiamo litigato. Tutto qui- mormorai.
-Io lo uccido- disse incredula scuotendo la testa, mentre stringeva forte il volante rimettendo in moto la macchina, rubata oltretutto.
-Ora sei tu a dovermi rispondere- gli feci notare voltandomi nuovamente verso di lei.
-Il giorno in cui sei saltata su quell'autobus ti ho seguito. Ti ho vista incontrare quel bastardo- disse guardandomi con aria di rimprovero.
Abbassai lo sguardo mortificata.
-E all'uscita, quando non ti ho trovato nel parcheggio ad aspettarmi, ho capito subito che eri con lui.- continuò.
Tornai a guardarla mentre mi torturavo le mani, rigirando i pollici, mordendomi il labbro, incapace di giustificarmi.
-Per quanto riguarda l'altra domanda. La prossima volta che vuoi scappare ricordati di disattivare il GPS del tuo cellulare, altrimenti si vede la posizione nei messaggi- mi fece notare trattenendosi dallo scoppiare a ridere.
Annuii imbarazzata.
Che stupida, avevo commesso un errore banale che però aveva mandato a monte tutto.
Quando la macchina si fermò notai che ci trovavamo in prossimità del parco vicino alle nostre case, in cui eravamo cresciute. Mi ricordo ogni momento passato lì in sua compagnia, quando eravamo ancora all'oscuro di tutto.
Certe volte rimpiangevo quei giorni, ma non si può rimanere bambini per sempre.
Scendemmo dalla macchina, dirigendoci verso una delle tante panchine. Mi sedetti aspettando che parlasse.
-Ellen... è pericoloso- disse guardandomi in modo serio, quasi preoccupato.
Come potevo dirle di no? Sapevo della persona che era realmente, di quanto stessi bene con lui, ma non avrei potuto negare ciò che aveva detto. Potevo dirle che non era cattivo, ma pericoloso si, lo era.
Non risposi, mi limitai a distogliere lo sguardo.
-Io.. non so'.. che tipo di rapporto avete?- domandò imbarazzata.
Mi girai verso di lei guardandola confusa.
-Che genere di cose fate insieme?- chiese trattenendo una risata.
Sgranai gli occhi incredula -Fleur!- esclamai scioccata, ridendo.
Fece spallucce -sei tu che pensi male- si giustificò alzando gli occhi al cielo.
La guardai scettica, mentre lei tornava seria.
-dico sul serio. E' cosi strano parlarne, sarà che a me viene da vomitare ogni volta che sento nominare uno di quei coglioni- disse sinceramente.
La capivo, anche io la pensavo così fino a quando io e Justin non eravamo diventati..
Non lo sapevo neanche io cos'è che eravamo.
Un attimo prima stavamo insieme come se fossimo nati per quello, isolandoci dal mondo, io e lui. L'attimo dopo tentavamo di farci fuori a vicenda.
-Non lo so' cosa siamo- risposi dicendo la verità. Ormai ero stanca di mentirle.
Mi guardò comprensiva -Lo sai che dovrei dirti di smetterla? E che in teoria dovrei raccontare tutto a Dan?- mi fece notare.
Sbiancai.
Se mio fratello lo fosse venuto a sapere... non volevo nemmeno pensarci.
-tranquilla, non lo farò- disse come se mi avesse letto nel pensiero.
Tornai a respirare tranquillamente.
-ma tu mi devi promettere che non lo frequenterai più, e non sto scherzando.- mi minacciò.
Sospirai -Stai tranquilla, non penso che dopo oggi ci sarà questo rischio- dissi senza riuscire a mascherare il mio dolore.
Vidi la sua espressione cambiare rapidamente.
-Non mi hai detto tutto prima, vero?- domandò dolcemente posando una mano sulla mia spalla.
eravamo di nuovo noi, le ragazzine che passavano ore intere a parlare e confidarsi, quelle che erano sparite da molto, troppo tempo.
-Mi ha puntato una pistola contro, Fleur- dissi mordendomi i labbro per evitare di far uscire i singhiozzi.
Sgranò gli occhi -Lui cosa?- domandò infuriata.
Scossi la testa, non volevo ripeterlo un'altra volta.
-Questo conferma ciò che ho appena detto- disse duramente.
Alzai gli occhi al cielo, alzandomi velocemente dalla panchina.
Mi fermò prendendomi per un braccio -che succede adesso?- domandò confusa, un velo di rabbia.
-C'è che la tua prima preoccupazione non dovrebbe essere quella. Ci sto male Fleur, non sai quanto- dissi squadrandola prima di tornare a camminare. Mi seguì in silenzio, prima di abbracciarmi.
-Mi dispiace, non pensavo fosse così importante- ammise tornando a guardarmi.
Non risposi, non c'era niente da dire.
Justin
Ero stato un coglione, non potevo credere di aver combinato un altro dei miei casini.
Fanculo a tutto.
Ogni volta che rimediavo, trovavo un modo per mandare all'aria la situazione.
Non mi avrebbe perdonato, lo sapevo. E in più c'era la sua amichetta che era a conoscenza di tutto, e il perché era a me totalmente sconosciuto. Era frustrante starsene lì senza sapere cosa dovessi fare.
Tirai un pugno al muro, mentre sentivo la porta di casa aprirsi.
Dopo poco tempo spuntarono fuori Derek, Chris, Chaz, Ryan, Paul e Steve, seguiti da Jenna, Abby, Olive e Alex.
Alzai gli occhi al cielo.
Certe volte avevo voglia di prendere tutta la mia roba, andare in un posto tutto mio dove avrei potuto farmi gli affari miei senza trovarmi altre persone intorno.
Già abitare in casa con sei ragazzi era abbastanza snervante, adesso dovevano portarsi dietro pure le ragazze.
-Che ci fate voi qui?- chiesi infastidito.
-Oh Justin, anche noi siamo felici di vederti- mi prese in giro Olive mandandomi un bacio.
Troia.
Non l'avevo mai sopportata, lei e i suoi capelli biondi tinti, il profumo talmente forte da far bruciare le narici.
Sbuffai poggiando la schiena al muro.
-Dove sei finito tutto il giorno? Ti abbiamo aspettato per due ore al magazzino- disse Derek mentre si sfilava le scarpe.
-Ero stanco- mentii dandogli le spalle.
-Aw, poverino- commentò sarcasticamente Olive girandomi intorno fischiettando.
La fulminai -stasera non lavori?attenta che perdi i clienti- la provocai mentre lei mi lanciava uno sguardo carico di odio.
Sorrisi soddisfatto prima di girarmi ricevendo l'occhiata ammonitrice di Chaz, l'unico che in quel covo di matti sembrava capirmi. Non che non volessi bene a quella che era ormai la mia famiglia, ma a volte avevo bisogno di staccare.
Prima che qualcuno potesse dire qualsiasi cosa che mi avrebbe fatto innervosire ulteriormente, salii le scale per andare in camera mia.
Sapevo che non sarei riuscito a dormire, ogni volta che chiudevo gli occhi rivivevo la scena di poche ore prima, quando le avevo puntato la pistola contro. In quel momento mi era sembrata così fragile, terrorizzata, eppure non avevo fatto nulla, non l'avevo abbracciata rassicurandola.
E le avevo promesso che non le avrei mai fatto del male, quando poi ero stato violento con lei, per l'ennesima volta.
Mi maledissi mentalmente bofonchiando un "vaffanculo", prima di buttarmi sul letto senza neanche spogliarmi.
Rimasi a guardare il soffitto come in cerca di una risposta, quando mi rassegnai all'idea che avrei passato l'intera notte a soffrire per i sensi di colpa.
O forse no.
Ellen
Era mezzanotte e in televisione non c'era nulla di decente da vedere.
Mi alzai sbuffando per dirigermi in camera mia, facendo piano per non svegliare mio fratello e i miei, che il giorno dopo si sarebbero alzati presto per partire per la Russia. Sarebbero rimasti lì per la bellezza di due settimane che, conoscendo i miei genitori, sarebbero diventate un mese senza molti sforzi.
Entrai in camera mia chiudendo la porta.
Quando mi girai per poco non mi venne un colpo.
c'era qualcuno fuori, nel balcone della mia camera.
Era buio e non riuscivo a capire chi fosse, ma nel dubbio tirai fuori il coltellino che tenevo nel cassetto della scrivania.
Mi avvicinai cautamente prima di spalancare la porta-finestra e puntarlo al collo di quello che riconobbi come Justin. Abbassai l'arma quando lo riconobbi, mentre assumevo un' espressione dura e fredda.
-Hai due minuti per sparire dalla mia vista, dopo mi metto ad urlare. Non penso che mio fratello sarebbe felice di vederti qui- dissi sorridendo malignamente all'idea di vederlo terrorizzato, senza via di scampo.
Mi guardò con aria supplichevole -Ellen, ti prego..- iniziò, ma lo bloccai con un cenno della mano.
-Ho un coltello in mano Justin, ricordalo- gli feci notare rigirandomelo tra le mani, ammirando la lama affilata.
Tuttavia non si mosse, non diede alcun segno di essere spaventato.
Rimase a guardarmi con una luce strana negli occhi, che nel buio della notte risaltavano per il loro colore chiaro e caldo.
Abbassai lo sguardo sentendo il forte impulso di prenderlo a pugni.
-So' che sei arrabbiata, e hai tutti i motivi per esserlo- disse cercando il mio sguardo.
-Direi, visto che mi hai puntato una pistola contro- gli ricordai mentre sentivo una fitta acuta al petto.
Aggrottò la fronte, sembrava quasi deluso.
-Pensavi davvero che l'avrei fatto?- domandò incredulo.
Lo guardai confusa -si- risposi sostenendo il suo sguardo.
Scosse la testa mettendosi le mani tra i capelli.
Io intanto lo guardavo immobile, in attesa di una spiegazione a quel comportamento.
-non potrei mai- disse avvicinandosi a me.
Feci istintivamente un passo indietro, mentre lui assumeva un'espressione addolorata.
-Tu..- si bloccò sospirando -.. hai paura di me- concluse tristemente.
Non risposi, abbassai lo sguardo sentendomi disarmata, nonostante avessi un coltello affilato nella mia mano destra.
-Ellen, ascoltami ti prego.- parlò con voce disperata.
-Non ho mai conosciuto una persona come te, mai. Ho avuto delle avventure con tante ragazze, ma nessuna mi aveva mai fatto provare quello che provo quando sono con te. Lo so, sono un coglione e tutto il resto, e hai ragione a non volermi più parlare. Vederti così, impaurita da me.. mi uccide. Non ti avrei mai sparato, credimi. Avrei ucciso me stesso se l'avessi fatto- parlò così veloce da dare l'impressione che non respirasse.
Quando alzai lo sguardo su di lui lo trovai con il capo chino, le mani strette in due pugni.
Feci un passo avanti, un po' tentennante, mentre lui alzava lo sguardo su di me.
-Non ho paura di te- mormorai mordendomi il labbro.
-dovresti Ellen. Ti causo solo problemi- disse duramente.
Scossi la testa guardandolo confusa -Cosa stai dicendo?- domandai incredula.
-Guardati, e dimmi per quale motivo dovresti volermi ancora. Mi dovresti odiare, non riesco a capire perché non lo fai- continuava ad incolparsi.
-Adesso sei tu a dovermi ascoltare.
Sono sedici anni, sedici fottuti anni che cresco con l'idea di dover odiare ognuno di voi. E l'ho fatto, ci sono riuscita senza problemi prima di conoscerti. Non hai idea di come io stia bene con te. E' vero, quando ti arrabbi sei intrattabile, ma non ti cambierei mai. - parlai guardandolo negli occhi, combattendo contro l'imbarazzo.
Lo vidi rilassarsi, così ne approfittai per posare la mia testa sul suo petto.
-scusami- mormorò poggiando le sue labbra sulla mia testa.
Alzai lo sguardo per far incontrare i nostri occhi -Non devi scusarti, devi solo imparare a controllarti- dissi sorridendogli lievemente.
Annuì -Lo so- sbuffò.
Risi della sue espressione, sembrava un bambino appena sgridato dalla madre
.
-Posso entrare?- chiese poi a sorpresa, facendomi rimanere confusa a guardarlo.
Fissai i suoi occhi, improvvisamente luminosi ed entusiasti.
Annuii meccanicamente, facendogli strada in camera mia.
Vederlo lì mi faceva uno strano effetto, era una situazione inquietante e piacevole allo stesso tempo. Chiusi la porta a chiave, per evitare che qualcuno entrasse.
si fermò esaminando l'intera camera, prima di sorridermi -Mi piace. Ha un buon profumo, sa' di te- disse sorridendomi.
Lo guardai divertita -se lo dici tu- commentai ridendo.
Si avvicinò lentamente verso di me, posando le sue mani sui miei fianchi, prima di avvicinare il mio corpo al suo.
-Comunque, se non sbaglio l'altra volta avevamo lascito un discorso in sospeso- sussurrò al mio orecchio.
Sapevo benissimo cosa intendeva, tuttavia feci la vaga -ah si?- domandai ingenuamente.
Sorrise -Si- rispose lasciando alcuni baci sul mio collo.
Boccheggiai per prendere un po' d'aria.
-C-cioè?- domandai ansimante.
Rise della mia reazione -Vuoi essere la mia ragazza?- chiese tornando serio.
Mi morsi il labbro prima di rispondere -si- dissi.
Tornò a sorridermi stringendomi a sé.
-Tanto non avevi altra scelta- disse possessivamente prima di staccarsi da me, sdraiandosi sul mio letto.
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"-scusami- mormorò poggiando le sue labbra sulla mia testa.
Alzai lo sguardo per far incontrare i nostri occhi -Non devi scusarti, devi solo imparare a controllarti- dissi sorridendogli lievemente.
Annuì -Lo so- sbuffò."
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