Dieci
10.
Dire che mio fratello era arrabbiato sarebbe stato un eufemismo. Era letteralmente fuori di sé, non l'avevo mai visto così infuriato, il che era molto difficile dato il suo carattere.
Rimasi in silenzio come tutti gli altri a guardare quella scena, con la differenza che mentre gli altri erano completamente e totalmente scioccati e confusi, io stavo solo fingendo, visto che ero stata proprio io a distruggerli.
Quando mio fratello si voltò cominciai a mordermi il labbro nervosamente. Avevo paura che per qualche assurdo motivo sospettasse di me, anche se ciò era impossibile. Non aveva nessun motivo per poter anche solo minimamente pensare che fosse stata mia la colpa.
Anche se un motivo c'era, e come se c'era.
Mentre lanciava un urlo con un calcio fece volare una delle sedie di legno, che poi atterrò a terra con un tonfo.
-Come cazzo è possibile?- domandò Mike che era rimasto a bocca aperta mentre guardava il pannello di controllo di quelli che un tempo erano i due microchip.
Alan si alzò scuotendo la testa confuso -Non riesco a capire, come hanno fatto a trovarli?- domandò di rimando senza smettere di camminare avanti e indietro.
Per tutto il magazzino si sollevarono i mormorii dei miei amici che cercavano di trovare una scusa plausibile. Solo io ero rimasta in silenzio mentre sbirciavo mio fratello che tentava di calmarsi.
Passarono circa dieci minuti prima che si decidesse a parlare -Visto che il nostro piano A è fallito, metteremo in atto ciò che avevamo pensato prima che avessimo la certezza di avere i microchip nelle nostre mani.- constatò lanciando una rapida occhiata a Ben, Alan e Mike, che evidentemente erano a conoscenza di questo piano di riserva.
Strinsi le mani in due pugni, sperando che non fosse un qualcosa che avrebbe nuovamente coinvolto me e Fleur.
-Sappiamo tutti che non vi è una banda senza un capo. E quello che faremo noi è semplice- si bloccò per creare una pausa enfatica, il tempo necessario per farmi impazzire.
-li priveremo della loro guida- concluse con un sorrisetto compiaciuto.
Subito tutti iniziarono ad annuire d'accordo, mentre io ero indecisa se essere felice o no di quella notizia.
Il capo degli Skulls era Derek, o almeno questo era quello che credevo, e avevo avuto il "piacere" di venire a conoscenza di quanto fosse schifoso, stronzo e violento.
Magari quella di mio fratello non era proprio una brutta idea.
Prima che potessi unirmi agli altri che già stavano organizzando i dettagli del piano, Fleur parlò.
-Quindi in pratica dobbiamo prendere quell'armadio di Derek?- chiese ridendo.
Mio fratello però scosse la testa guardandola perplesso.
Misi da parte i miei pensieri per guardarlo confusa.
-Non è Derek il loro capo- disse mentre Alan si avvicinava per sedersi vicino a lui.
Continuai a guardarlo ancora più confusa, in attesa che continuasse.
-E' quel coglione di Bieber- spiegò facendo una smorfia, mentre il mio cuore rallentava i battiti.
Improvvisamente mi sembrava di stare in una bolla ovattata, lontana da tutto e da tutti. Era come ricevere una pugnalata dopo l'altra, un dolore che aumentava sempre di più fino ad arrivare ad una consapevolezza.
Volevano prendere Justin, volevano fargli del male e mi avrebbero coinvolto, sarei stata colpevole di qualunque cosa gli sarebbe capitata.
Non potevo permetterlo, non doveva succedere una cosa del genere, non a lui.
-Justin? Ma.. non è piccolo per essere il capo degli skulls?- domandò Fleur incredula riportandomi alla realtà.
Mio fratello scosse il capo -Ha diciotto anni, ed è più sveglio di quanto pensiate- rispose digrignando i denti mentre mi trattenevo dal mettermi ad urlare.
Sapevo benissimo di quanto fosse sveglio, ero a conoscenza di ciò che era capace di fare quando era arrabbiato.
Era una persona pericolosa, non cattiva.
Mi alzai meccanicamente sotto lo sguardo degli altri.
-scusate.. non mi sento tanto bene- farfugliai mentre mi dirigevo verso il cancello metallico.
Sentii dei passi alle mie spalle, segno che qualcuno mi stava seguendo.
Non mi girai per controllare chi fosse, non aveva importanza. Mi mancava l'aria, mi veniva da piangere e avevo una gran voglia di urlare.
-Ellen, che ti prende?- domandò Fleur facendomi girare dalla sua parte.
Mantenni lo sguardo basso, la mente totalmente assente.
Come potevo preoccuparmi di sembrare normale quando avevano appena detto di voler far fuori Justin? Non potevo, non avrei potuto in nessun modo.
Quando non risposi mi prese per un braccio scuotendomi -Mi rispondi? Che cazzo Ellen!- mi richiamò esasperata facendomi innervosire ulteriormente.
Sbuffai alzando lo sguardo -Non ho niente, ok?- risposi più acida del dovuto, visto che lei mi guardò risentita.
Sospirai tentando di calmarmi -Scusa, è che mi sento un po' strana.. scusa davvero- mormorai distogliendo lo sguardo mentre cercavo una soluzione a quella situazione orribile.
Da una parte c'erano mio fratello, Fleur e tutti gli altri, mentre dall'altra c'era un ragazzo per cui non sapevo nemmeno quali fossero davvero i miei sentimenti.
E di certo in quel momento non avevo il tempo per capirlo.
-Scusami, la verità è che ultimamente non mi sembri più tu. Sicura di stare bene?- chiese guardandomi con i suoi grandi occhi blu facendomi sentire in colpa.
Le sorrisi falsamente, mentre il mio stomaco si stringeva in una morsa di acciaio -Si.. sto bene- risposi annuendo per poi guardare altrove, consapevole che altrimenti avrebbe scoperto che le stavo mentendo.
-Comunque, non mi devi dire nulla riguardo ad una certa festa di sabato sera?- domandò ridendo mentre mi squadrava dalla testa ai piedi.
-Ehm.. io..- cominciai, ma non trovavo nessuna scusa plausibile.
Continuò a guardarmi in attesa di una risposta sensata -Tu?- mi incitò a continuare aggrottando la fronte.
-Volevo uscire, staccare tutto.. ma era tardi e sia i miei che mio fratello non mi avrebbero mai fatto uscire. Così ho inventato per loro la scusa di dover finire un progetto di scienze, e a Dan ho detto che volevamo festeggiare la riuscita del nostro piano. Alla fine sono andata in un pub non poco lontano dal centro, ho fatto un giro e poi sono tornata a casa- mentii.
Quante, troppe, bugie stavo dicendo alle persone che amavo, e tutto per Justin.
Mi doveva la vita.
"anche tu gliela devi"
Sbuffai. Stupida vocetta del cazzo.
Se c'era una cosa che odiavo, quella era essere in debito con qualcuno.
-E perché non mi hai chiamato? Saremo potute andare insieme- chiese offesa.
Ci mancava poco, e poi avrei perso il controllo mettendomi ad urlare tutta la verità. Contai fino a venti prima di parlare.
-Era tardi, pensavo che dormissi.. e poi anche se fossi stata sveglia che scusa avresti messo con i tuoi genitori?- ribattei mentre lei annuiva constatando che avevo ragione.
E un'altra volta Ellen Jenksey l'aveva scampata. Stavo diventando davvero brava a mentire, avrei potuto vincere il premio Nobel.
Rimanemmo per un po'in silenzio,fino a quando non ricevetti una specie di scarica di adrenalina improvvisa, mentre realizzavo ciò che dovessi fare.
Mi girai di scatto iniziando a camminare velocemente, ignorando Fleur che sobbalzò per poi seguirmi arrabbiata.
-Dio ma che ti prende? Sei impazzita?- per poco non si mise ad urlare.
Non mi fermai neanche per risponderle mentre sorridevo scorgendo l'autobus che si era appena fermato a pochi metri da lì. Iniziai a correre senza curarmi di lei, consapevole del fatto che non mi avrebbe parlato per giorni, se non per settimane.
Salii senza pensarci prima di camminare verso la fine del mezzo. Solo quando partì mi resi conto di non avere idea di dove fosse Justin.
Tirai fuori il cellulare prima di rimanere a fissare il simbolo della chiamata indecisa su ciò che dovevo fare. Avevo paura che si sarebbe arrabbiato e che mi avrebbe detto di levarmi dalle palle, tuttavia mi feci forza, rimanendo ad ascoltare i tu-tu-tu in attesa di una risposta che magari non sarebbe arrivata mai.
Dopo qualche squillo però, sentii la sua voce rispondermi.
-Si, Piccola? - rispose con voce calda, facendomi arrossire al solo pensiero di come dovesse essere in quel momento.
Cercai di rimanere lucida mentre rispondevo -Ehm.. dove sei?- domandai incerta.
-A casa, perché?- rispose confuso.
Sospirai -Mi serve l'indirizzo di casa tua- dissi tutto d'un fiato.
-Non puoi venire qui-parlò con voce fredda, in modo così distaccato da farmi rabbrividire.
-Perché?- domandai visibilmente toccata dalla sua affermazione.
Lo sentii respirare con calma, segno che stava tentando di calmarsi.
-Ci sono gli altri ragazzi- rispose a bassa voce.
Mi maledissi per la mia stupidità -Vivi con loro?- chiesi perplessa.
-Si Ellen, vivo con loro- rispose leggermente spazientito.
-Comunque ti devo parlare, è importante- dissi mordendomi il labbro.
-Bonnestreet, fermati al numero 65. Sarò lì. Su che autobus sei?- mi domandò velocemente.
Dovetti controllare prima di rispondere - Il numero 115- risposi.
-Bene, fermati alla quarta fermata- si raccomandò con lo stesso tono di voce piatto.
-Ok- risposi.
Stavo per attaccare quando sentii la sua voce chiamarmi.
-Ellen?- domandò mentre riportavo il cellulare vicino al mio orecchio.
-Si?- risposi incerta.
-Non vedo l'ora di rivederti- mormorò prima di attaccare, lasciandomi incredula e sognante a fissare il telefono come se avessi la paura di essermi immaginata le sue parole.
Fleur
Ero riuscita a salire su quell'autobus per miracolo, c'era mancato poco e l'avrei perso.
Forse non avrei dovuto seguirla, ma in quegli ultimi giorni Ellen era strana, iniziava a preoccuparmi.
La vidi scivolare velocemente tra le persone, fino a sedersi su uno degli ultimi sedili. Alzai il cappuccio della mia felpa prima di prendere posto poco più avanti, vicino ad un'anziana signora.
Tesi le orecchie per sentire quello che stava dicendo.
-Ehm.. dove sei?- domandò a qualcuno a me sconosciuto.
-Mi serve l'indirizzo di casa tua- disse velocemente, con un tono di voce che mi fece capire che era nervosa. Più passava tempo più ero curiosa di scoprire con chi diavolo stesse parlando. Qualcosa mi diceva che quella persona centrava con il comportamento di Ellen negli ultimi giorni.
-Perché?- domandò. Sembrava quasi offesa.
-Vivi con loro?- chiese visibilmente confusa, mentre io cercavo con tutte le mie forze di non girarmi dalla sua parte.
-Comunque ti devo parlare, è importante- disse nervosamente.
Con chi stava parlando? Ma soprattutto, cosa stava succedendo? Troppe domande, troppe domande senza una risposta. E pensare che un tempo tra me e lei non c'erano mai stati segreti.
Adesso sembrava che mentirmi per lei fosse diventato di una facilità assurda, non si rendeva conto del fatto che la conoscessi troppo bene per cadere nei suoi tranelli.
- Il numero 115- disse, probabilmente in risposta ad una domanda.
Seguì il silenzio.
Pensai che avesse attaccato, invece sentii nuovamente la sua voce.
-Si?- chiese, dopo di che non sentii più la sua voce, così capii che la conversazione era finita.
Rimasi seduta lì immobile, impaziente come non mai, quando vidi Ellen passarmi davanti e scendere dall'autobus.
La seguii silenziosamente, tenendo il cappuccio della felpa alzato.
Stavamo camminando per una piccola strada di periferia, dove vi erano solo alcuni negozi. La vidi indugiare per un po' davanti ad un piccolo bar, dopo di che prese un respiro ed entrò.
Aspettai qualche minuto prima di seguirla, guardandomi intorno fino a quando non scorsi la sua figura dirigersi verso un tavolo già occupato da qualcuno seduto di spalle, che non riuscivo ad identificare.
Camminai verso un tavolino vuoto, non molto distante da Ellen, e mi sedetti prima di girarmi furtivamente per guardare nella loro direzione.
Rimasi a fissare il ragazzo per un tempo indeterminato, incredula e incapace di realizzare.
Non poteva essere davvero lui, non potevo credere al fatto che Ellen stesse lì con Justin Bieber.
Ma se era così, allora non avevo altra scelta.
Ellen
Mi sedetti di fronte a lui, che mi guardava divertito dal mio evidente imbarazzo.
-ciao- lo salutai nervosamente, senza guardarlo.
Lo sentii ridere, così alzai lo sguardo per fulminarlo.
-Sono così divertente?- domandai irritata mentre lui smetteva di ridere per rivolgermi un sorriso meraviglioso, che bastò a mandarmi in confusione.
Cercai di riordinare le idee per ascoltare ciò che aveva da dire.
-Se non sbaglio dovevi dirmi qualcosa di importante- mi ricordò senza smettere di sorridere.
-Si, infatti- concordai guardandolo.
-Quindi?- incalzò trattenendosi dallo scoppiare a ridere.
Scossi la testa -Non qui- dissi a bassa voce mentre lui aggrottava la fronte.
-woah, è una cosa così seria piccola?- domandò sgranando gli occhi.
Cercai di non fermarmi a pensare al modo in cui mi aveva chiamato, visto che probabilmente sarei andata in iperventilazione, e concentrai tutti i miei neuroni per riuscire ad annuire.
Lo vidi tornare improvvisamente serio, e in qualche modo freddo e distaccato come poco prima, quando avevamo parlato al telefono. Si alzò facendomi cenno di seguirlo, e così feci.
Uscimmo dal piccolo bar camminando fino alla sua Range Rover.
Aprì lo sportello facendomi salire, per poi fare il giro e sedersi accanto a me.
Mise in moto stringendo forte il voltante, mentre accendeva una sigaretta. Dopo poco tempo la macchina era densa di fumo, un qualcosa che non riuscivo a sopportare.
-Puoi smetterla, o almeno aprire il finestrino?- domandai piuttosto infastidita.
-No- rispose in modo secco, talmente gelido da farmi rabbrividire.
Perché si stava comportando in quel modo?
Avevo mille domande che fremevo dalla voglia di fargli, ma rimasi in silenzio consapevole del fatto che lo avrei fatto arrabbiare se avessi parlato.
Svoltò prendendo una piccola strada fino a fermarsi in un parcheggio pubblico.
Buttò la sigaretta dal finestrino e si girò verso di me per guardarmi.
Persino i suoi occhi erano diversi, per quanto meravigliosi sembravano spenti, come se l'oro in genere caldo nel loro interno si fosse congelato. Cercai di rimanere impassibile sotto il suo sguardo, ma la verità era che volevo urlargli contro, farlo parlare, ridere, qualunque cosa pur di non dover sopportare quella situazione assurda.
-Allora?- domandò spazientito.
Tornai al presente, consapevole di dover parlare.
Presi un respiro preparandomi a spiegare -Io.. hai presente quando ti ho detto di aver salvato te e i tuoi amici dal saltare in aria?- chiesi con l'intenzione di raccontare le cose dal principio.
Annuì subito senza smettere di guardarmi.
Sospirai.
-Bene, non stavo scherzando. Avevamo piazzato dei microchip all'interno del vostro magazzino. Sarebbe bastato premere un pulsante per farvi morire tutti in due secondi.- continuai mentre lui si irrigidiva al mio fianco. Lo ignorai per continuare a parlare -Questa mattina sono tornata lì per levarli e distruggerle, ma inevitabilmente poco fa gli altri se ne sono accorti, e hanno deciso di mettere in atto il piano B.- mi girai verso di lui per accertarmi che mi stesse ascoltando.
Annuì impercettibilmente, rimanendo talmente tanto immobile da darmi l'impressione che non stesse respirando.
-Ebbene, vogliono prendere il vostro capo. Non so' esattamente cosa vogliano fare, ma di certo nulla di buono.- mi bloccai, mentre lui si irrigidiva ulteriormente.
Aprì bocca per parlare, ma la richiuse subito.
Stavolta fui io ad annuire -Justin, sei tu il loro capo- dissi con un tono di voce tra il triste e il deluso.
In poco tempo successe tutto rapidamente, senza che io me ne accorgessi.
Scese dalla macchina per venire ad aprirmi, dopo di che mi prese per il braccio facendomi uscire dalla macchina con forza.
Mi spinse violentemente facendomi cadere, mentre lo guardavo incredula e impaurita.
Perché mi stava facendo questo?
Mi stava uccidendo, il mio cuore si era come rotto quando raggiunsi la consapevolezza che Justin mi stava facendo del male. Più lo guardavo negli occhi, in quegli occhi pieni di rabbia e odio, e più avevo paura. Sentivo il dolore aumentare, espandersi dal mio petto per avvolgere tutto il mio corpo, e mi ritrovai a piangere. Odiavo mostrarmi debole davanti agli altri, non lo avrei mai fatto in un'altra situazione. Ma quella volta era diverso, quella volta era Justin a farmi del male, lo stesso che mi aveva fatto sentire diversa, speciale.
Mi rialzai guardandolo con disgusto, prima di spingerlo via, lontano da me.
Si riavvicinò spingendomi nuovamente, ma riuscii a recuperare l'equilibrio prima di cadere di nuovo a terra.
-Mi fai schifo!- gli urlai contro con voce spezzata, mentre lui mi guardava crudelmente.
-Davvero? Perché non mi sembrava così questa mattina quando ti strusciavi addosso a me come una puttanella- disse con voce tagliente prima di sorridermi.
Se prima il mio cuore era ferito, adesso era distrutto.
Era inutile stare lì a perdere tempo con una persona come lui, anzi, non avrei mai dovuto proteggerlo, avrei dovuto lasciarlo saltare in aria insieme al resto del suo branco di bastardi.
-Spero che tu muoia, è davvero quello che ti meriti- mormorai mordendomi forte il labbro per ricacciare indietro le lacrime.
Non rispose, rimase lì a guardarmi mentre lo vedevo recuperare la ragione.
Ma oramai non aveva importanza, aveva rovinato tutto.
Mi girai correndo verso la strada, la vista annebbiata dalle lacrime.
-Ellen!- lo sentii urlare il mio nome, ma non mi girai, continuai a correre sempre più veloce, fino a quando la rabbia e la forza non svanirono per lasciare spazio solo al dolore.
Ero arrivata in un piccolo vicoletto, ero sola e lontana da sguardi indiscreti, così fui libera di accasciarmi al suolo.
Lasciai che le lacrime scivolassero giù lungo il mio viso, lungo il mio collo, fino a bagnare la mia maglietta.
Mi rannicchiai singhiozzando, incapace di realizzare tutto l'accaduto.
Dopo quelle che mi parvero ore, trovai la forza per alzarmi.
Mi asciugai le lacrime con la manica, dopo di che mi avvicinai a un taxi fermo sul ciglio della strada.
-Posso?- domandai tentando di mantenere un tono della voce normale, mentre il signore seduto al posto di guida si voltava verso di me per guardarmi scioccato.
-In realtà sarei in pausa..- iniziò, ma quando vide lo stato in cui stavo mi fece cenno di salire.
Non me lo feci ripetere due volte.
-Walton Street, il numero dodici- dissi prima che me lo chiedesse, per poi voltarmi verso il finestrino chiudendo gli occhi.
-Siamo arrivati- mi avvertì riscuotendomi dai miei pensieri una volta raggiunto l'indirizzo che gli avevo dato.
Cominciai a frugare nella tasca della mia giacca in cerca del portafoglio, ma mi fermò.
-Tranquilla, non serve. Ho una figlia .. posso capire- disse sorridendomi
Ricambiai il sorriso,anche se avevo qualche subbio su ciò che aveva detto. -Grazie- dissi riconoscente.
Scesi dal taxi aprendo il cancello di casa mia, per poi arrivare davanti la porta principale.
Aprii silenziosamente la porta, per poi richiuderla senza fare rumore.
Salii le scale rapidamente prima di raggiungere la mia camera e chiudere la porta a chiave.
Andai in bagno, spogliandomi per esaminare il mio corpo che ora era ricoperto da piccoli lividi violacei. Avevo gli occhi gonfi e rossi, e di certo interiormente non mi sentivo meglio.
Mi feci una doccia velocemente, dopo di che mi infilai il pigiama e mi buttai sul letto con i capelli bagnati.
Era troppo, non sarei riuscita a resistere sotto tutto quello stress. Chiusi gli occhi, e senza neanche rendermene conto mi addormentai, ma anche durante il sonno sentivo le lacrime scendere, il cuore procedere con battiti forzati e sordi.
׺°"˜'"°º× ׺°"˜'"°º×׺°"˜'"°º× ׺°"˜'"°º×׺°"˜'"°º× ׺°"˜'"°º×
"Odiavo mostrarmi debole davanti agli altri, non lo avrei mai ammesso. Ma quella volta era diverso, quella volta era Justin a farmi del male, lo stesso che mi aveva fatto sentire diversa, speciale"
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