Il giorno del giudizio
L'aereo è atterrato da pochi minuti e siamo già in fase di scalo. Tempo di attraversare il gate e sono in procinto di passare la dogana e il controllo documenti. Ho solo un trolley con me, con lo stretto necessario. L'organizzazione qui è fantastica, la struttura moderna e ben funzionante.
Consegno il passaporto e la donna mi scannerizza con gli occhi come sanno fare solo quelle del suo popolo. Occhi di ghiaccio che mi scrutano in profondità, quei secondi di troppo che mi danno un'ansia che neanche i bambini nella notte di Natale.
Usano le donne per questi mestieri perché gli uomini non riuscirebbero a trasmettere tale sicurezza con uno sguardo. Da queste parti sono veramente diverse, sembra una banalità da dire ma è la verità. È una cultura diversa. Le donne sono più sicure e forti degli uomini, in genere. Forse perché sono sette volte di più e devono fare a gara per accaparrarsi un marito e quindi sembrano dei Navy Seals con gonna e tacchi alti?
Sono passato varie volte di qua; ho una certa esperienza di viaggi, diciamo, ma ogni volta il controllo mi tiene sulle spine.
Ho tutto in ordine, ma se a "loro" non andassi bene? Se decidessero di spedirmi in qualche freddo e remoto angolo lontano da tutto? Se volessero semplicemente farmi sparire? Non lo saprebbe nessuno, nessuno verrebbe a cercarmi. E non potrei contattare il mio amico.
-Spasibo.-
Mi viene consegnato il passaporto dopo alcuni interminabili attimi in cui ci siamo fissati in silenzio come nei film western di Clint Eastwood.
Hey baby, rilassati un po', pofferbacco. Non ti hanno insegnato a sorridere e a giocare con le Barbie da bambina?
Ah, erano GI-Joe?
Finalmente oltrepasso il controllo e mi dirigo verso l'uscita.
Fuori dal terminal dovrebbe esserci un'auto che mi aspetta. Eccola là.
Chiamarla auto è un'offesa a Henry Ford e a quelli come lui. Una Lada 4x4 vecchia come il cucco (potrei dire anche "vecchia come me"), inzaccherata di fango e di colore indefinito. Potrebbe essere verde, oppure grigio, o marrone, non si capisce sinceramente.
Comunque ero d'accordo con la persona che devo andare a trovare, ci siamo parlati tramite chiamata satellitare irrintracciabile.
Troverai un mezzo proprio fuori dal Terminal principale che ti porterà da me, mi disse. Come farò a riconoscerla? La riconoscerai, mi disse. E come? Sarà l'unica in cui tu non vorresti mai salire, mi disse. Ah bene. Spero tu non abbia problemi alla dogana, Nick, mi disse serio. E perché mai hai questi dubbi? Perché sei così brutto che sul passaporto c'è scritto "aprire con cautela" e magari ti bloccano alla frontiera, mi risponde subito seguito da una risata sfrenata condita da grugniti strozzati.
Il solito simpaticone. E pensare che nessuno lo direbbe mai che è simpatico. Non posso arrabbiarmi con lui, ci conosciamo da tanto, è fatto così. Una scorza dura come il granito sopra, soffice come il pandoro di Verona sotto. E una spruzzata di zucchero a velo a mo' di forfora (che non ha, in realtà).
L'autista esce dal catorcio e senza salutarmi o farmi un cenno apre la portiera posteriore per farmi accomodare. Lo accompagna solo un giaccone caldo marrone, un colbacco che gli nasconde buona parte del viso e uno sguardo truce.
Come ha fatto a sapere che ero io il passeggero? Non ci siamo mai visti né sentiti. Boh.
Messo il trolley nel bagagliaio, l'autista si mette alla guida e riparte, con assoluta pacatezza.
Lasciato l'aeroporto Sheremetyevo alle spalle, ci accingiamo a prendere alcune stradine moderatamente trafficate, non l'autostrada vera e propria. So che non devo mai chiedere la destinazione, tanto non mi verrà detta in nessun caso. Dopo una ventina di minuti arriviamo a Lobnja, piccola cittadina insignificante a nordest dell'aeroporto, ma naturalmente non ci fermiamo a prendere un caffè o una tazza di чай. Nell'incrocio principale giriamo a sinistra ed entriamo in una strada statale. Non una gran cosa, qui fuori dalle città è tutto foreste, steppe o poco altro.
Qualche astronave ci ha forse accalappiato col suo raggio traente perché la Lada, una volta disponibile una lunga strada tutta dritta e poco trafficata, impazzisce e diventa una Mercedes. Oh bene, ci sono pure le cinture, me ne allaccio una prima di fare una brutta fine. Il motore acquista una potenza sovrumana e mi stupisco che questo bidone possa arrivare a tanto. Sorpassiamo auto che neanche Schumacher a Montecarlo ai bei tempi. Mi aggrappo addirittura al sedile davanti, occhi a palla e mandibola serrata.
Dopo una decina di chilometri, credo - non saprei quantificarli, ero preoccupato per lo più del rischio di terminare la mia lunga esistenza in una campagna russa dentro una Lada-, ci capita di sorpassare a tutto spiano un'auto della polizia che per spirito di competizione attiva lampeggianti e sirene e inizia a rincorrerci. Il mio spericolato autista borbotta qualcosa di incomprensibile e subito rallenta, non vuole perdere tempo e decide di fare un pit stop veloce.
Spero che questi poliziotti siano comprensivi perché non ho voglia di passare la mia "vacanza" in gattabuia chissà dove a dover dare spiegazioni!
L'auto della полиция (politsija) si ferma dietro di noi e due energumeni, presumibilmente annoiati, infreddoliti e quindi pericolosi, si avvicinano al finestrino del conducente che indispettito abbassa il finestrino con la manovella facendo schizzare del fango secco a destra e a manca, e pone loro un foglio, un documento probabilmente, senza dire nemmeno una parola.
Il poliziotto, stupito, spalanca gli occhi e si mette sull'attenti sbofonchiando qualche scusa. Guarda l'altro e con un cenno del capo indica che è meglio andare. Riconsegna il foglio al mio autista e dice всё хорошо, пожалуйста - tutto a posto, prego -, e torna sul suo mezzo. Chissà che diavolo c'era scritto lì. Mi pare di aver notato anche un timbro rosso.
Noi ripartiamo a razzo per svoltare in una strada sterrata dopo qualche altro chilometro, insinuandoci dentro una foresta che si fa sempre più fitta man mano che proseguiamo nel suo interno. Il terreno è molto sconnesso, fango misto a ghiaccio, pieno di buche. Neanche tanto innevato, almeno questo; le chiome degli alberi non lo permettono. Il mio Colin McRae personale non ci pensa nemmeno di alzare il piede dall'acceleratore, guida come se non ci fosse un domani (peraltro cosa assai probabile, secondo me) ma l'auto non sbanda mai, nonostante il percorso sia più adatto a un rally che a una guida normale. Sembra sapere il fatto suo ma non mi fido ancora del tutto.
-Ma non hai paura di bucare una gomma, andando così?-, gli chiedo preoccupato.
-Нет. "Njet", no-
-E se ti si rompono le sospensioni, non ci pensi, prendendo ogni buca stile Tiger Woods?-
-Нет-
-Manca tanto al nostro arrivo, sempre se ci arriveremo vivi?-
-Нет-
-Hai almeno in programma di farmi arrivare vivo?-
-Нет-
-Ah bene. Hai fatto benzina? Non vorrei rimanessimo impantanati qui...-
-Нет-
-Senti un po', ma nella tua famiglia, i tuoi genitori hanno anche figli normali?-
-Нет-
-Tutto chiaro, spasibo. Un'ultima cosa, giusto per sapere, visto che ormai siamo entrati in confidenza... Sai dire solo di no?-
-Да. "Da", sì.-
Perfetto. Dopo qualche bella sterzata e un paio di derapate finalmente il mio amico chiacchierone rallenta e imbocca un sentiero che non si notava se non poco prima di girare. A velocità finalmente tranquilla percorriamo questo tunnel che sembra scavato nella foresta. Il verde e il marrone mi circondano, non ci sono altri colori, la vegetazione è sempre fittissima e la luce filtra poco.
Dopo un minuto circa vedo la classica luce in fondo al tunnel. La foresta si sta riaprendo e mi offre la visuale di un modesto spiazzo con una anonima dacia di legno scuro e usurato. Un comignolo sta fumando animatamente, le finestre oscurate son tutte chiuse.
Parcheggiamo la limousine e l'autista mi apre la portiera. Esco, il silenzio è assoluto, a parte grilli, gufi e chissà quanti altri mostri invisibili che minacciano di mangiarmi.
Anche l'aria è immobile. La brina ghiacciata e una leggera foschia la fanno da padrone. Profumo di legno e di natura, di funghi, mi ricorda quando non c'erano ancora cemento e metallo dappertutto, quando non c'era la tecnologia a dominare il mondo. Quando si sentivano i profumi delle cose e non la puzza ovunque.
-Sankt Nikolaij, kak djela, "come va"?-
La sua voce sottile e penetrante come uno stiletto mi desta dai pensieri e mi fa saltare sul posto dallo spavento. Colbacco anche lui, giaccone di pelle di un qualche indefinito animale che sicuramente avrà ucciso lui in passato, dritto come un lampione. Teatrale come sempre.
-Come d'autunno sugli alberi le foglie. E chiamami pure Sankt, Вова,"Vova".-
-Tu di Sankt hai ben poco, caro Nikolaij. Lo sappiamo entrambi.-
-Disse il bue all'asino parlando di corna. O era il corvo al merlo dicendo quanto sei nero? Mica me la ricordo mai questa massima. Bah.-
-Viaggiato bene?-
-Viaggiare bene nel tuo Paese sono due parole che insieme non stanno bene, lo sai, Vova.-
-Lo sai quanto siamo grandi? Quanto c'è da amministrare? E avere tutti contro non fa certo bene alla nostra economia, checché se ne dica. Finché tentano di distruggerci, non può andare tutto bene. Ci rimette solo il popolo.-
-Certo che pure tu Vova non fai granché per renderti più simpatico e disponibile, lo dovrai ammettere. Ma ti capisco.-
-Sopportare mi è possibile, far buon viso a cattivo gioco mi è possibile, ma i piedi in testa non me li mette nessuno. Nessuno deve intromettersi nei nostri affari, nessuno ha il diritto di comandarci. Nikolaij, te hai visto tutto, conosci la storia meglio di chiunque altro.-
-Sì Vova, ne ho viste proprio tante... -
-Dai su, vieni dentro che ci scaldiamo un momento davanti a un buon чай.-
Lo seguo con piacere. Il tè russo mi è sempre piaciuto molto. Oltrepasso il portone robusto e vengo accolto da un tepore delizioso. Un caminetto sta facendo il suo dovere, vicino ci stanno tanti bei tocchetti di legna tagliati precisi precisi. Sfrigolano mangiati dal fuoco che è un piacere, mi sovvengono tanti ricordi...
Un cenno con la mano del mio amico mi desta dal pensiero e mi indica di sedermi sulla poltrona davanti al caminetto. Il tè nero fruttato è ottimo, ci sono dei biscotti tipici russi da intingere. Tutto buonissimo.
-Li hai fatti tu, Vova?-
-So fare tante cose, ma questo all'Agenzia non me l'hanno insegnato. Il tè, quello sì. È utile in molti casi saperlo fare, soprattutto con gli ospiti e magari con qualche piccola
... Aggiunta. E in diplomazia è essenziale-, mi risponde divertito.
-Il чай è ottimo come sempre. Una delle cose che ho sempre apprezzato di te. Non ho sempre condiviso tutte le tue scelte, ciò che hai intrapreso durante la carriera, non mi son mai messo nel mezzo lo sai, ma questo... questo l'ho sempre adorato. Anche se i biscotti non li fai tu. Anzi, chi te li prepara? Si vede che sono artigianali.-
-Se te lo dico, poi dovrei ucciderti-, dice il più serio possibile fissandomi negli occhi e lasciandomi di sasso.
È uno scherzo o dice davvero? No, non può essere. Un provetto attore di teatro come lui potrebbe fregare chiunque. So che è molto spiritoso con gli amici più stretti, ma so che è capace di essere duro come il diamante.
Ma certo che è uno scherzo! Ora ride. No, non ancora. Sta ridendo. No, è una mia illusione. Ridi, pagliaccio! Ridi! Mi fissa. Serio. Le sue pupille scandagliano la mia anima. Non batte palpebra. Non ingoia la saliva. E ridi, perbacco! Eh no, non sta ridendo. E io sto in tensione come la corda dell'arco di Robin Hood.
A un certo punto sbotta:
-Ah ah ah! Sto scherzando, Коля, "Kolja"! Volevo continuare a fissarti così ancora ma ho notato che stavi sudando. Ma come, un duro come te che ha paura di un uomo piccolo come me?-
-Eh be', sai com'è... sarà l'età...-
-Fammi la faccia da duro.-
Questa è una cosa nostra. È stato lui a insegnarmi a fare la faccia da duro, da chi non vorresti trovarti mai davanti. E ha sempre funzionato. Quello che ha passato lo ha reso così granitico e il suo trucco, lo sguardo glaciale, lo ha insegnato a me. Solo che al confronto il mio sguardo glacialmente parlando è il Sahara a luglio, mentre il suo è la Siberia a gennaio.
L'ho conosciuto a Leningrado, l'attuale San Pietroburgo, in un periodo molto difficile, quando era un ragazzino. L'Unione Sovietica e il comunismo non perdonavano nulla. C'era la Guerra Fredda, la gara alla conquista dello spazio, battaglie tra spie e tanto altro ancora. A me affascinava questo periodo, volevo conoscere i russi e la loro cultura. Era un bischero da ragazzino, se poi ha frequentato la facoltà di legge con successo è perché l'ho tirato fuori dalla strada. Siamo rimasti sempre in contatto, a parte quando è sparito per anni, per poi tornare molto più forte e con un grande peso sulla coscienza. Non mi ha mai raccontato molto di quel periodo, diceva solo che ha dovuto fare quello che gli chiedevano, senza compromessi. Non si poteva dire di no. E poi è diventato quello che è ora, scalando le gerarchie con facilità. Certo, la sua forza, la sua intelligenza e la sua estrema sicurezza acquisita sul campo gli hanno dato una gran mano. Non ho condiviso molte delle sue scelte successive, ma non potevo fargli da "zio" per sempre, l'ho aiutato quando aveva bisogno e ho cercato a volte di consigliarlo al meglio, senza insistere. A parte questo siamo rimasti sempre in ottimi rapporti. Da "zio", sono diventato come il fratello che non ha mai potuto avere. A cui dà sempre meno retta. Ma la stima non è mai calata, comunque.
Faccio la faccia da duro. Lo fisso intensamente cercando di incenerirlo (o ghiacciarlo, ma suona male) con lo sguardo, lanciandogli fulmini e saette. La bocca contratta e le palpebre leggermente serrate.
Digrigno i denti inveendo contro di lui telepaticamente. Devo creare in me un motivo per odiarlo, per farmi temere. Lo so che non è una cosa carina, però in quei secondi devo davvero crederci. È come recitare per un attore. Crederci a quello che si dice, o si pensa, è il segreto.
-Non male, non male, Nikolaj. Ma ti devi applicare ancora tanto. Non mi hai fatto così tanta paura.-
-E come si fa a farti paura? Neanche un orso arrabbiato affamato ubriaco di vodka con un lanciamissili in una zampa e una katana nell'altra, e facciamo che li sappia pure usare, chiuso in una stanza con te, potrebbe farti paura!-
-Eh eh eh... Anche stavolta hai ragione tu, caro amico mio.-
La sua risata sincera mi riporta a quando era giovane, a quando gli raccontavo la mia vita, le storie di tanti condottieri che adorava sentire, per cercare di aiutarlo moralmente. Gli piacevano un sacco questi condottieri. Mi ha creduto subito, non ho dovuto insistere. L'ha capito subito che ero vero e non un fanfarone. In quel periodo di buio, di false speranze e di bugie, un po' di "magia" era quello che gli serviva.
-Dunque Vova, bella casetta che ti sei fatto qui, eh.-
-Ti piace, vero? Lo sapevo. L'ho fatta costruire apposta per te.-
-Davvero?-
-Sì e io sono il presidente degli USA! Ti prendo per i fondelli, Kolja! -
-Sempre il solito simpaticone. Ah, ah, ah.-, gli faccio scandendo bene la risata in modo falsamente indispettito.
-Tornando seri, di cosa volevi parlarmi? Mi mandi un messaggio criptato alla nostra casella di posta segreta, chiedendomi un incontro urgente in un luogo privato e anonimo. Come minimo mi chiederai di conquistare Marte. O hai problemi con una ex stalker o tua suocera e vuoi che la elimini?-
-Niente di tutto questo, ti devo raccontare un paio di cose e cerco consigli, suggerimenti, non lo so neppure io. Prima di tutto, cercavo un amico.-
-Per te ci sono sempre, Kolja. Andiamo al lago a fare una camminata e a rinfrescarci i pensieri. -
Con un cenno della testa mi indica di seguirlo. Usciamo dalla calda dacia e un treno di aria fredda mi colpisce forte in faccia. Ero abituato al dolce camino, sarei rimasto lì a raccontar storie tutto il giorno, come facevamo tanto tempo fa. Lo sbalzo termico mi risveglia dal torpore che neanche un chilo di caffeina pura ingurgitata.
Ci intrufoliamo dopo qualche passo in un sentiero che in un paio di minuti ci porta a un piccolo laghetto nascosto.
-Pure il lago hai qui? Ma se qualcuno dovesse scoprire questo posto?-
-Non è possibile. Quest'area è schermata ai satelliti. Niente e nessuno potrebbe raggiungere la dacia. Le strade sono controllate fin dallo sbocco dalla strada asfaltata. Tu non puoi accorgertene, ma è tutto controllato e non puoi fare più di cento metri senza autorizzazione. O torni indietro o sei morto al metro centouno.-
Mi aspetto i soliti tre secondi di pausa prima della risata all'ennesima battuta.
Uno. Sicuramente scherza.
Due. Non può dire seriamente.
Tre. Ora grugnisce e ride sputacchiando in giro come fa sempre e solo davanti a me. E io di conseguenza gli dico "sei sempre il solito".
Quattro. Cinque. Sei.
Non sta ridendo.
Sette, otto.
Continua a fissarmi senza battere le palpebre, immobile come una statua al Madame Tussaud. Non lo vedo neanche respirare.
Nove, dieci.
Hey, ma sei ancora vivo?
-Cos'è, Baba Yaga ti ha mangiato la lingua?-, mi chiede con un tono che non ammette repliche.
-No no, ok. Stavo solo pensando. Adesso ti racconto.-
Gli parlo di ciò che è successo a New York, della mandibola col ciuffo che fa da avvocato, di cosa mi ha risposto. Non gli ho detto dell'avventura coi Pokémon ovviamente.
-Capisco, Kolja. Quindi costui è stato gentile nell'ascoltare la tua storia ma non ha potuto far altro che dirti di lasciar perdere, che nessuno avrebbe creduto a tale baggianata.-
-Proprio così. Pensava stessi vaneggiando, ma mi ha ascoltato fino alla fine forse perché ai suoi occhi ero pur un anziano ma lucido e credibile. Esattamente mi ha detto "Signor... da Myra, che le posso dire? Comprenderà anche lei che chiunque penserebbe sia una storia totalmente assurda. Come può pensare io possa farci qualcosa? È... incredibile fin dal principio, mi perdoni la franchezza. Questo è uno studio legale rinomato, ai vertici della categoria, come potremmo presentare ai media il suo problema? Ci renderemmo ridicoli e perderemmo tutti i clienti, mi scusi". Gli ho risposto che un caso così non gli sarebbe mai capitato, sarebbero diventati famosi in tutto il mondo.-
-E lui ha detto che non poteva rischiare così con una storia incredibile come questa, è fuori da ogni concezione logica. Grazie per la fiducia, bla bla bla. Tutto normale, Kolja. Sai quante volte ho affrontato questi discorsi con gente che non capisce o fa finta di non capire per paura o per preservare i propri interessi?-
-Già. L'America non mi vuole aiutare, però intanto grazie alla mia leggenda girano tanti di quei miliardi... per questo ho voluto incontrarmi subito con te, Vova. E non pensare che...-
-Io sia un rincalzo. Lo so, Nikolaj. Le nostre feste sono un po' diverse, le nostre leggende raccontano altro. Hai fatto bene. Siamo due civiltà diverse. Là i soldi guidano tutto, qui ancora c'è molto spazio per la tradizione e la purezza del sentimento. Non abbiamo il Natale come in America, che è solo business, come tutte le altre inutili feste che servono a mascherare la coscienza sporca, ma comunque lo capisco. Alla fine, cosa mi stai chiedendo? Venendo qua, di certo non la ricchezza che cercavi in America.-
-No, non sono mai stato avido, con tutto quello che ho visto e passato. Ma voglio essere riconosciuto come l'unico vero, inimitabile, reale Babbo Natale. La magia del Natale è solo fantasia, ma io esisto davvero.-
Il mio amico fissa immobile il laghetto, o forse sta guardando oltre. Pensa. Pensa molto, lui. È sempre stato agile di pensiero e di un livello superiore di intelligenza rispetto a tanti altri. La nuvoletta di condensa che esce dalla sua sottile bocca è l'unico segno vitale che offre ai miei occhi.
Senza muovere alcun muscolo se non la bocca, dopo qualche momento di pausa, si rivolge a me con una voce che riesce a scaldarmi l'anima, nonostante stia diventando davvero freddo.
-Dunque tu vuoi essere riconosciuto come il vero Babbo Natale. Ogni marchio che sfrutta la tua immagine dovrà chiedere il tuo permesso da quel momento in poi e risarcirti di tutti i guadagni persi, compresi quelli dell'industria cinematografica. Magari fare anche un film sulla tua vera storia.-
-Idea interessante questa, davvero. Penso di sì, voglio dei risarcimenti; ma non per me, per comprarmi ville e auto e vivere da ricco. Voglio usare i soldi a fin di bene, come facevo agli inizi della mia esistenza da persona normale. Regalare vite felici ai bambini di tutto il mondo che credono in me. Incontrarli, dispensare momenti di serenità e felicità, facendo sapere loro che io non sono un fantoccio messo lì da qualcuno, ma il vero Santa Claus. Cambiare il mondo, magari, come dicono nei concorsi di bellezza. I bambini di oggi sono dei demoni, ma è colpa dei genitori che sono sempre più incivili e crescono male i figli. Voglio partire dal principio, dai bambini di oggi.-
-E chiedi aiuto a me.-
-Sì, so che passare dagli USA alla Russia è un grande salto. Oh sì. Ma chi altri?-
-Verrai accusato sempre di essere un truffatore, un buffone, un impostore. Lo sai come sono fatti gli americani e i loro "amichetti". Metteranno su un'impresa per smontarti e farti passare per delinquente, come è sempre successo in tanti campi.-
-Quindi, dici che mi aiuterai?-
-Vedrò quello che posso fare. Dopotutto, loro hanno fatto passare per buono lo sbarco sulla Luna, no? Noi possiamo benissimo controbattere con Babbo Natale.-
Finalmente si volta verso di me e scrutandomi con quelle fessure sottili ma acute che usa come occhi e che non lasciano trapelare emozioni. L'unico segno di umanità è un sorriso leggero accompagnato da un occhiolino furbetto.
-Grazie, Vladimir Vladimirovič Putin, sei un amico. E Buon Natale!-
××××××
Eccolo finalmente!! Ultimamente ci sono stati nuovi lettori di Io Babbo Natale, non potevo non fare un capitolo regalo di Natale, giusto? È stata dura perché l'ho iniziato 10 giorni fa, scrivendo 15-20 minuti la mattina appena potevo, non sempre. Non mi piace fare così, preferisco prendermi del tempo e scrivere molto in 2-3 giorni, di solito non mi fermo mai quando inizio. Ma non c'era altro modo e dicembre mi ha devastato completamente! Quindi se non è un capitolo brillante, vabbè, Nick se ne farà una ragione. Revisionato un paio di volte alla svelta... se trovate errori prego farmi sapere! Potevo prendermi un altro paio di giorni ma ho tanto da fare ancora e volevo liberarmi il prima possibile :D
Se avete domande su Nick e il suo vecchio amico, fate pure. Vi risponderò se e quando vorrò. 😁
Le considerazioni e le trame trattate in questo capitolo sono pura opera di fantasia e non rispecchiano i pensieri dell'autore (meglio specificarlo).😈
Ok vi saluto, vado a esercitarmi allo specchio a fare la faccia da duro!
😠😤😾
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