Attesa, giorno 1
Oh my God, son qui seduto alle prese con un nuovo capitolo, dopo più di un mese dall'uscita dell'ultimo, e non so come andare avanti. L'ho scritto eh. È un esperimento di improvvisazione. Ma non so come iniziare, e dove portare ora Babbo Natale! Non ho nessuna idea. La moglie studia, i gatti dormono, meglio di così?
Proviamo.
___
Quel simpatico avvocato mi ha promesso un appuntamento, fra tre giorni. Forse ora ci crede davvero alla mia storia? O sta assecondando la "mia pazzia"? Comunque uno Studio impegnato come quello non mi regalerebbe il tempo prezioso dei suoi associati, se non ci fosse un motivo certo. Cosa faccio nel frattempo?
Torno a guardare Heisenberg? Vado a vedere i Knicks? Mi faccio una passeggiata di tre giorni a Central Park?
Ok, vado a mangiare come se non ci fosse un domani in uno di quei posti che si vedono in TV, dove cucinano tanta di quella succulenta, ammiccante, profumata monnezza americana. Deciso.
Non posso ammalarmi gravemente.
Non posso morire.
Al massimo avrò mal di stomaco e una brutta digestione, starò in gabinetto una buona mezz'ora, e poi sarà passato tutto.
È una porcheria, "salutisticamente" parlando, ma è buona. Capisco perché quasi il quaranta per cento degli americani siano obesi. Non hanno una cultura del cibo adeguata. Inseguono il bello, il profumato, il luccicante.
E poi hanno il coraggio di rappresentarmi sempre col pancione? Ipocriti. Niente regali pure per voi.
Profumo. Di salse, di spezie, di carne arrostita. Mmmhh, mi si rizzano i pochi capelli rimasti, cerco di orientarmi e di capire da dove provenga quel meraviglioso profumo che avvolge i miei sensi e mi tira con forza verso di sé. Come nei rodeo quando con la fune il cowboy di turno deve accalappiare il povero piccolo bufalo. Stessa cosa con me. Il ristorante è il gaucho, l'effluvio sublime è la fune, e io sono il bovino.
Preso da un'inarrestabile frenesia, seguo la scia invitante. Cammino dritto per un po', infischiandomene della gente che pascola sugli affollati marciapiedi di Manhattan. Attraverso le strisce senza nemmeno guardare a destra e a sinistra; me ne accorgo dopo che ho attraversato e che sono ancora indenne perché l'autista di un taxi giallo mi strombazza e mi insulta in hindi. O è in panjabi? Le confondo sempre queste lingue.
Una ventina di metri dopo, la scia mi costringe a girare a sinistra. Sono vicino. Il profumo è sempre più presente nell'aria. La mia pancia immortale brontola, non vede l'ora di ingerire un sacco di americanate succulente.
È una stradina laterale e poco trafficata, è un angolo di strada tranquillo, rispetto al caos che regna su quest'isola.
Due giganteschi neri con abiti da rapper mi vedono camminare da solo e mi sfidano con lo sguardo. Hanno catene d'oro e anelli grossi come palle da golf. Si mettono sulla mia traiettoria. Non avranno intenzione di rapinarmi, spero. Questa è Manhattan, non il Bronx.
Con sguardi da duri proseguono il loro cammino, fissandomi e gonfiando i muscoli. Io sono preso dalla mia estrema voglia di schifezze americane e continuo imperterrito, non mi sposto di una virgola, neanche ci penso minimamente, il mio pensiero è altrove.
Quando ormai siamo vicini, mi si piazzano davanti con un'aria minacciosa. Che carucci, sembrano due innamorati. Ma non mi fermo. Li apro come una cozza passandogli nel mezzo.
Mr. Centoventichilidimuscoli va a finire da una parte sul marciapiedi, Mr. Duemetri dall'altra.
Costoro, stupefatti dal fatto che un vecchio bisonte affamato di milleottocento anni li abbia messi in ridicolo in tal modo, mi fanno:
-Yo man! Ma che fai?-
-Stai attento a dove vai, zio!-
Li anniento con uno sguardo feroce che convertirebbe persino Hitler alla religione ebraica, frutto di secoli di orribili situazioni vissute. Sono così stupiti che non insistono neanche e non ci riprovano. Ragazzini. Pensano di far paura con i loro muscoli, quando da sempre è la Parola che miete vittime e incute timore.
Finalmente entro nel locale, mi siedo più vicino possibile alla cucina, e ordino il piatto del giorno. Qualsiasi cosa può andar bene, se ha quel profumo. La cameriera, grossa come è giusto che sia in un locale del genere, unta e bisunta, mi porta subito un arrosto con tanta bella salsa, un'insalata, del formaggio e del vino.
Carne argentina, dice; formaggio italiano, dice; vino francese, dice. E insalata di Central Park, dico io, da quanto fa schifo. C'è pure il cadavere di un povero bruco che se la stava mangiando.
-Signorina? Cameriera?-
Vedendo un anziano, quindi un vecchio babbione, dovrebbe aver pensato "ma mica se ne accorgerà, è sicuramente orbo come Devil, diamogli gli scarti".
A proposito, su Netflix è già disponibile la seconda stagione di Daredevil, e spacca di brutto. Dopo Walter White, stasera mi vedrò Matt Murdock in azione, con quel cattivone di Punisher. Amo Netflix!
Comunque non divaghiamo.
-Un attimo e sono ssssubito da lei.-
-Ordunque, la sto aspettando.-
-Dica?-
-Senta, nel piatto del giorno vi è compreso anche un bruco?-
-Quale bruco, signore?-
-Questo bruco. Stava scavando nell'insalata, poverino, quando l'avete presa nell'orto, e ora me lo trovo cadavere nel mio piatto.-
-Sicura che lei si sbaglia.-
-Pagherò per un arrosto di manzo, non per un arrosto di bruco.-
-Ma il bruco non glielo facciamo pagare, se è per questo.-
-Le sembro un vecchio rimbambito?-
-No di certo, non mi sembra mica vecchio, signore.-
-Qua c'è un bruco. Nel mio piatto.-
-Io non scorgo nulla, ma come fa a vederlo?- continua imperterrita a far finta di niente.
-È qua nell'insalata. È verde, si mimetizza, ma lo vedo benissimo.-
-Ma no, sono sicura che lei veda male... guardi meglio. Può mangiare tranquillamente il suo piatto.-
-Vedo male un corno! Il dottor Friede della prestigiosa clinica Serraglio di Padova, in Italia, ha esaminato i miei occhi e ha detto che ci vedo bene come un binocolo.-
-Allora questo "dottor"... Fridi è un ciarlatano. La sua insalata è a posto. Mangi pure, stia tranquillo.-
-Tranquillo un cavolo! Il dottor Friede è un dirigente medico di primo livello nella sua clinica! È il miglior oftalmologo d'Italia! E mi ha assicurato che la mia vista potrebbe far concorrenza a quella di un'aquila. Potrei vedere Ja'wall della casa di Uri da qua sulla Terra. Non mi prenda in giro e mi cambi il piatto.-
-Giaual chi?-
-Forza, ho fame. Mi cambi il piatto dell'insalata, per favore.-
La cameriera, inebetita e frastornata dalle mie chiacchiere, prende il piatto e lo porta in cucina per una nuova porzione. In tutta fretta mangio l'arrosto finché posso e lo ingurgito insieme al vino, mi alzo discretamente saziato ed esco dal locale, prima dell'arrivo della simpatica donna.
Che dev'essere ancora al Central Park a prendere l'insalata, visto quanto ci sta mettendo.
Dopo pochi passi, incontro di nuovo i due simil-gangster, che stavolta mi guardano con riverenza e sospetto. Pensano forse che io sia un boss italiano della mala? Cosa fanno ancora qua? Abitano da queste parti probabilmente, ma mi pare strano. Forse c'è un'etichetta discografica nei paraggi e stanno aspettando qualcuno o qualcosa. Be', non importa.
-Ragazzi, venite qua un attimo.-
-Sì, signore?-
-Mi scuso per prima. Vi ho lasciato un pranzo pagato, tavolo numero 10. Arrosto, vino e insalata. Andate là dentro e buon appetito.-
-Sì signore! Grazie signore!-
-Hey, una cosa.-
Si fermano di scatto come dei soldatini e si voltano.
-Sì, signore?-
-Controllate bene l'insalata.-
Ora vado in hotel, Heisenberg e Punisher mi stanno chiamando su Netflix.
E io non oso di certo farli aspettare.
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