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Capitolo 3 - A devilish meeting

Nella foto: Yole Bork


Yolesi fissava le braccia con aria truce, sapeva che non poteva esserstato un incubo o un'allucinazione: qualcuno la sera precedente loaveva davvero rapito.

Tuttoera iniziato da una comunicazione da parte della segreteria: unsemplice biglietto che lo invitava a recarsi in biblioteca per alcuneirregolarità nei suoi corsi, ma quando era arrivato lì non avevatrovato nessuno.

Nonsarebbe stato in grado di dire cosa fosse accaduto successivamente;si era ritrovato legato e bendato, al buio, il respiro affaticato euna voce raggelante che gli illustrava prospettive spaventose sulproprio futuro. Avevano parlato di un club centenario, qualcosa disegreto e pericoloso di cui sembravano essere certi tutti sapessero,ma per Yole era tutto nuovo.

Nonsapeva per quale ragione i Sons of the Void si fossero rivolti a luio di cosa si trattasse davvero. C'erano parecchie domande che lotormentavano da quella sera e di certo se avesse voluto dellerisposte, sarebbe dovuto entrare in quel club e scoprirne i segretiin prima persona. Ma era davvero la scelta più saggia?

Continuavaa fissare le sue braccia in cerca di una risposta, come se loropotessero effettivamente dargliela. La pelle era segnata dai marchinetti delle corde con cui era stato immobilizzato e, per un momento,avvertì nuovamente la sensazione di sudore freddo che lo avevaaccompagnato durante quella breve prigionia.

Nonera finita lì, quando aveva scelto di restare quei ragazzimisteriosi lo avevano contattato ancora:gli avevano comunicato che seavesse voluto fare parte del club avrebbe dovuto recarsi nel boscoquella notte e affrontare una nuova prova.

Yolenon riusciva a comprendere da quale parte del suo cervello provenissequella smania di assoluto masochismo, ma era certo di voler tentare,di volersi sottoporre a qualsiasi altra prova lo avrebbe atteso inquel bosco e dimostrare a sé stesso o a chiunque altro che potevafarcela. L'unico ostacolo era raggiungere quel luogo d'incontro:doveva assolutamente fare attenzione a non destare sospetti e diessere solo, si chiese come avrebbe potuto lasciare la stanza senzache il suo coinquilino si accorgesse di nulla.

Nonlo reputava un tipo troppo sveglio, aveva capito fosse parecchiosuperficiale, oltre a essere la persona più appariscente che avessemai visto. Abel, infatti, amava trovarsi al centro dell'attenzione ei suoi occhi sembravano scandagliare il mondo alla ricerca diqualcuno da ammaliare, cosa che non doveva risultargli per nientedifficile. Tuttavia, sparire nel cuore della notte avrebbe allarmatoanche un tipo come Abel, e questo poteva essere rischioso.

Apranzo Yole era rimasto da solo. Si era seduto in un tavolo indisparte, mentre Abel, nonostante fosse un nuovo arrivato quanto loera lui, aveva già una comitiva felice con cui pranzare e uscire.Non sapeva ancora se il suo coinquilino avesse potuto rappresentareun problema, non gli restava altro che scoprirlo quella sera stessa.

Yoleera in camera quando sentì la porta aprirsi e Abel entrareaccompagnato dalla sua solita espressione da vincente, come se fossein vacanza.

Forseè così che si sentono quelli sani,si disse l'albino. Forse era quello il vero problema: la voragine didistanza che Yole avvertiva rispetto al resto del mondo. Gli altristudenti della Van der Meer sembravano accomunati dallaspensieratezza dei loro anni migliori, ma lui no. Yole non riusciva aessere felice o ambientarsi in quella nuova ed elettrizzante realtà,nonostante fosse libero dalla monotonia della sua vecchia vita inSvezia.

L'albinorestava comunque sul chi va là, preoccupato da quello che glisarebbe potuto accadere in un luogo tanto lontano da casa, tormentatodalle continue chiamate della madre.

Poiil suo coinquilino si sdraiò sul letto con un movimento fluido etutt'altro che casuale, dedicò a Yole un altro sorriso brillante chel'altro non ricambiò.

"Ehiamico, te ne sei stato tutto il giorno rintanato qui?" chiese contono spavaldo.

"Daquando siamo amici?" ribatté l'albino perplesso e lievementeinfastidito da quell'attenzione.

"Edai, Yole! Togliti un po' quella scopa dal culo e facciamo duechiacchiere! In fin dei conti dovremmo trascorrere cinque lunghi anniinsieme" insistette l'altro, con il solito sorriso irritantestampato sul volto.

"Sipuò sapere come mai questo interessamento per me? Hai finito diintrattenerti con quel branco di perdigiorno?"

Abelrise "lascia che ti dica una cosa: è sempre un bene tenersi buonii ragazzi più grandi, perché non potrai mai sapere di chi avraibisogno in futuro. Piuttosto sono curioso di sentire la tua storia,che ci fai qui?" chiese.

"Intendiqui ancora fra i vivi o qui in questa scuola?" commentò ironicol'altro "direi che la risposta alla prima domanda è che i mieigenitori avevano solo me, quindi mi hanno preservato a dispetto diquanto madre natura avesse pianificato per me. Per quanto riguarda laseconda domanda ... sono qui per volere del preside di questoistituto a quanto sembra, ho ricevuto la lettera di ammissione"terminò "non credo di aver avuto molta scelta."

Siritrovò a riflettere su quell'ultima frase: non aveva mai davveroscelto molto della sua vita, si era sempre trovato incastrato indecisioni che altri avevano preso per lui. Il preside aveva detto chequel luogo li avrebbe fatti emergere, che poteva essere l'iniziodella scoperta di loro stessi, del loro talento e della loroindividualità. Per la prima volta Yole pensò che forse quel collegeavrebbe rappresentato la sua rinascita, per quanto non lo avessescelto poteva decidere che ruolo avere al suo interno e forse quelclub poteva essere il suo motivo per emergere, qualcosa che lofacesse sentire vivo, una realtà diversa dalla sua routine stabile easfissiante.

Sidestò da quei pensieri quando vide due dita di Abel schioccare apoca distanza dalla sua faccia "ti sei imbambolato? Ti capitaspesso? Dovrei preoccuparmi?"

"Stavopensando"

"Anch'io,ad una cosa che mi tormenta da quando sono qui, in effetti" Abel sifece serio e i due si scambiarono uno sguardo intenso, "chi diavolosono quelli che occuperanno l'altra camera? Hai notato qualchemovimento? Questa calma piatta mi confonde, non dovrebbero essere giàqui?"

Cifu un attimo di silenzio e Yole trovò quella domanda stranamentesensata, non aveva visto nessuno entrare o uscire da quella camera,nessun rumore. I due studenti non erano ancora arrivati nonostante lelezioni sarebbero iniziate il giorno seguente.

"Forsesaranno più grandi. Mi pare che la cerimonia di apertura riguardassesoltanto le matricole" dedusse il ragazzo.

"Chissàche tipi saranno. Spero siano degni di nota, almeno quanto il figliodel preside" continuò Abel, con sguardo sognante "qui in giroc'è parecchia roba interessante! Secapisci cosa intendo..."

"Adire il vero no" fu la risposta secca di Yole che sollevò unsopracciglio.

"Iragazzi! È pieno di ragazzi fighi! Oppure a te piacciono le donne?Perché non sembri uno a cui piacciono"

"Perché?Come sono quelli a cui piacciono?"

"No,non volevo dire nulla" si premurò a specificare Abel, adesso inimbarazzo.

"Perché,cos'hai detto?"

L'altrosospirò e decise di lasciar perdere quel discorso per affrontarne unaltro molto più interessante "a proposito di flirt! Se vuoiguadagnare un po' di soldi facili ti conviene partecipare allascommessa più redditizia del secolo. Sedurrò Aiko!"

Yolelo guardò perplesso "e chi sarebbe?"

"Echi lo ha mai visto! Da quello che si dice, sembrerebbe il ragazzopiù impenetrabile della scuola. Pare che nessuno sia riuscito asedurlo fino a questo momento. Ovviamente io ribalterò lasituazione,

nessunopuò resistermi." Concluse il biondo, mostrando il suo miglioresorriso sexy all'altro.

Yolescosse le spalle "vedremo se ne vale la pena, non compro a scatolachiusa"

"Mettitiin testa che il mio nome è una garanzia, caro il mio coinquilinoreticente!"


Laserata trascorse fra le chiacchiere di Abel intento a raccontare alragazzo i dettagli delle sue fantastiche vacanze alle Fiji e inSpagna, Yole stava iniziando a farsi un'idea su quel tipo. Poi, versosera, il biondo si sollevò.

"Vadoa cena, amico. Non aspettarmi in piedi, passerò la serata fuori."

Yolevoltò la testa verso l'altro e lo fissò "non ho intenzione difarlo, non sono tua madre. Comunque io andrò in biblioteca astudiare fino a tardi, forse non mi troverai"

"Studiarecosa? Non è neanche iniziato il primo giorno di lezioni" commentòl'altro, visibilmente confuso.

Altrosilenzio.

"Qualcosatroverò."

Idue si lanciarono una lunga occhiata, ma non aggiunsero altro, pocodopo Abel lasciò la camera, mentre Yole rimase dentro ad ascoltarela porta dell'ingresso richiudersi. Poi fissò il bosco chiaramentevisibile dalla finestra e guardò l'orario. Avrebbe accettato lasfida.



Ilfreddo era pungente e il buio oscurava qualsiasi cosa sul cammino diYole, farsi strada fra la boscaglia fu più difficile di quanto ilgiovane avesse immaginato.

Sperava di trovare qualchetraccia, delle luci o qualcosa che lo guidasse nel tragitto, inveceera solo, circondato dall'oscurità.

Adun tratto percepì un rumore, si voltò ma non riuscì adidentificare niente attraverso gli alberi e il fogliame. Fece ancoraqualche passo tentennante e poi sentì ancora una volta quel suono inavvicinamento, fu tentato di voltare le spalle e riprendere il suocammino, ma dovette fermarsi. Una mano strinse il suo bracciosinistro saldamente e Yole fu sul punto di urlare se solo non fossestato troppo terrorizzato per farlo, sisentì patetico ma il suo corpo venne scosso da un brivido tantonetto da rendergli le gambe instabili.

C'eraqualcuno davanti a lui, una sagoma alta e magra, dal fisicoimponente. Due occhi chiari lo stavano fissando, era impossibilecapirne il colore esatto al buio ma erano l'unica cosa chiaramentedistinguibile, l'unico bagliore nell'oscurità.

Ilvolto dello sconosciuto era coperto da un passamontagna, il corpoammantato di nero. Gli porse un casco senza dire una parola, anchequesto scuro, liscio e lucente. Yole lo indossò e cominciò aseguire il ragazzo lungo un percorso che quello sembrava conoscerebene, ma che Yole trovò tremendamente impervio.

Non era in grado di dire perquanto tempo avessero camminato, né la direzione presa. Ogni secondoche passava, la mente di Yole ripensava alle scelte che avevacompiuto, dandosi del folle. Come poteva lasciarsi guidare nel mezzodel nulla da qualcuno incappucciato senza aver lasciato detto dove sitrovasse?

Lastretta che aveva al petto si distese appena soltanto quando nellasua visuale apparvero delle torce a led sparse lungo il terreno, lequali davano a quella boscaglia tetra un briciolo di forma esembianze più rassicuranti di una pozza di vuoto assoluto. Poi siritrovò in una radura circondata da grossi pini e fu lì checomprese di non essere da solo.

Unbrivido gelido gli percorse la schiena quando quattro sconosciutimuniti di passamontagna apparvero nel suo campo visivo, ma c'eradell'altro, un movimento alla sua destra gli annunciò che non eral'unico malcapitato lì. Subito dopo infatti, vide altri quattroragazzi emergere nella radura anche questi ultimi muniti di caschiidentici al suo.

"Eccociqui, miei cari ospiti" esordì uno dei ragazzi mascherati el'albino ricordò perfettamente quella voce: l'aveva sentita anche lanotte del rapimento, era bassa e gelida, tagliente come vetro ealtrettanto raggelante.

Quellosi fece avanti camminando a passi lenti e ben misurati, sembravagodere di quella scena ed infine parlò.

"Peri pochi che hanno deciso di accettare la sfida, sappiate che non saràsemplice. So per certo che molti di voi sarete costretti a sopportaresituazioni di estremo pericolo, alcuni di voi combatteranno con tuttele loro forze per sovrastare il nemico, ma a volte questo nonbasterà" ci fu un attimo di assoluto silenzio, "siate abbastanzasaggi da capire quando è impossibile vincere uno scontro, per questomotivo non vi chiederò di essere i migliori, ma di resistere finoallo stremo delle vostre forze. Stanotte conosceremo i vostri limitie sapremo chi è disposto a far di tutto per superarli." Fece unabreve pausa per poi parlare con tono di comando. "Dividetevi. Qui èdove emergerete o fallirete".

Yolesi guardò intorno, spiazzato per la piega che aveva preso quellaserata. Era ancora piuttosto confuso quando vide uno dei ragazzi conil casco piazzarsi davanti a lui per poi rimanere immobile, come inattesa di un ordine.

Ilboss dei Void sospirò "credevo sareste accorsi più numerosi"poi appoggiò una mano sulla spalla di uno degli uomini che gli stavavicino e parlò, "se non ti dispiace sopperire alla mancanza,Torquemada"

Quelloannuì, piazzandosi davanti a un terzo ragazzo rimasto senza unosfidante. Yole non poteva vedere nulla ma era certo che anche l'altrosconosciuto fosse terrorizzato, come del resto era lui. In chediavolo di casino si era cacciato? Questa domanda lo stavamartellando incessantemente.

"Bene"continuò ancora la voce con tono imperioso e scocciato allo stessotempo, "quello che vi appresterete a fare è semplice ed è allabase della sopravvivenza in questo mondo complicato: picchiatevi, chiresta in piedi passa la prova."

Unbrivido si mosse veloce ad attraversare l'intero corpo di Yole,mentre quella frase veniva registrata dal suo cervello, ma non ebbetempo di rifletterci sopra. Il tipo davanti a lui gli si scagliòcontro con violenza, assestò un colpo contro l'addome del ragazzoche si ripiegò su sé stesso, boccheggiando per il dolore.

"Vedidi rendermela facile" sibilò a un millimetro da lui "altrimentiti distruggo, figlio di puttana."

Ancoraun altro colpo, il corpo di Yole fu invaso da un dolore cosìlancinante da lasciarlo totalmente paralizzato. Non aveva mai fatto abotte prima e crollò sulle ginocchia, mentre il tipo davanti a luicontinuava a infierire senza sosta.

Dovevadavvero finire così? Con il suo debole corpo sottomesso senzapossibilità di replica? Era stordito e tremava, una parte di lui siodiava per il modo patetico in cui si era infilato in quellasituazione rischiosa e decisamente non alla sua altezza. L'altraparte, invece, odiava il suo avversario, quel tizio anonimo epiazzato che inveiva su di lui, ricordandogli quanto fosse patetico,quanto il mondo girasse sempre allo stesso modo.

Ilforte che batte il debole, tutto già visto, e lui era il deboleancora una volta. Quella consapevolezza era soffocante e dolorosa,persino più del dolore che provava nel corpo. E poi c'erano quelledannate parole. Cattive, martellanti, ma vere: Quiè dove emergerete o fallirete.Non avrebbe ceduto, non poteva, ogni cellula del suo corpo volevavincere esattamente come voleva restare viva.

Yolenon sapeva dove aveva trovato l'energia per sollevarsi da terra, malo aveva fatto. Si gettò con furia cieca sul corpo del suoavversario, lo colpì violentemente con un pugno alla bocca dellostomaco e poi lo spinse contro un albero. Quello si riscosse, prontoad attaccarlo ma Yole non diede spazio: sapeva di non poterlocontrastare con la forza, doveva essere veloce e scaltro, renderloinoffensivo il prima possibile.

Lospinse di nuovo con tutte le sue forze contro la cortecciadell'albero lasciando che fosse il suo peso e la gravità a dargli laforza che gli mancava, poi prese fra le mani il casco che contenevala testa del ragazzo e assestò un colpo violento contro il tronco.Quello si sbilanciò e Yole ne approfittò per fargli lo sgambetto,l'avversario ormai stordito cadde a terra.

Fuin quel preciso istante che l'albino si posizionò a cavalcioni sulsuo corpo punto lo afferrò nuovamente per il capo e cominciò asbatterlo violentemente contro il terreno: Una, due, tre, quattrovolte. Il ragazzo doveva ormai essere privo di sensi, ma Yole avevapaura che potesse rialzarsi e non smise di percuoterlo, preda di unasensazione assolutamente nuova per lui, un pericoloso miscuglio fraeccitazione e paura.

Aun tratto la voce del boss si levò nuovamente nel buio "bastacosì! Loki, De Sade, fermatelo."

Dueragazzi si mossero e Yole si sentì letteralmente sollevato dal corpodel suo avversario e trascinato lontano.

"Nonmale, non male" disse uno dei due, con una risata bassa einquietante.

"Vediamoquali grandiose sorprese ci riserveranno gli altri ragazzi adesso"mormorò il secondo, beffardo.

Ilcuore di Yole continuava a cavalcargli nel petto e si sentiva sulpunto di svenire. Cercò di imporre a sé stesso la calma, si ripetéche ce l'aveva fatta, era lui il vincitore. Aveva superato la provapiù difficile, era forte abbastanza e quella consapevolezza gli fecedischiudere le labbra in un sorriso di trionfo. Per la prima voltasentiva di avere potere.

Poispostò gli occhi verso gli altri due combattenti e la scena che siritrovò davanti fu straziante. Si chiese se l'altro ragazzo nesarebbe uscito vivo.

Avrebbevoluto continuare ad assistere ma si sentì tirare verso l'alto e afatica si mise in piedi. Si ritrovò a seguire uno dei suoi aguzzinilungo il bosco e questo gli fece temere nuovamente per la sua vita.Non era ancora finita? Cos'altro poteva accadere quella notte?

"Dovestiamo andando?" chiese il ragazzo, ancora sotto shock.

"Questospettacolo non è per te" rispose l'altro, secco.

"Adessotornerai dritto al tuo dormitorio e ti metterai a letto come se tuttaquesta brutta storia non fosse mai successa. Saremo noi a farcivivi."

Poisi voltò e sfilò il casco scuro dalla testa dell'albino, allungòuna mano verso di lui e gli porse un sacchetto con alcune pillolebianche.

"Prendinedue al giorno, ti aiuteranno con il dolore" fu tutto quello che losconosciuto gli spiegò.

"Benfatto Alice, sembri avere la stoffa per il paese delle meraviglie,sono curioso di scoprire cosa combinerai." Poche parole e losconosciuto era già svanito con la stessa velocità con cui eraapparso.

Yoleera tremante e infreddolito, a un tratto il suo corpo veniva scossoda brividi che non riusciva a controllare. L'adrenalina era passatae ora non gli restava altro che fare i conti con i postumi di quellalotta animalesca e le parole poco rassicuranti di quella figuraincappucciata. Si guardò intorno per un momento e individuò alcuneluci che provenivano dall'istituto, era vicino, così cominciò acamminare a grandi passi verso la struttura.


Ildormitorio era silenzioso, ancora nessuna traccia apparente dei nuoviospiti e pregò con tutto sé stesso che Abel fosse ancora fuori asbrigare i suoi affari.

Aprìla porta della loro camera con cautela e notò il letto del suocoinquilino ancora vuoto, era salvo. Di corsa si infilò in bagno esi lasciò cadere sulle piastrelle fredde della doccia, sotto ungetto di acqua quasi bollente.

Ilcorpo gli faceva male, la pelle era già pesta, poteva vederechiaramente le macchie gialle e viola dei lividi spuntare sul biancoassoluto dell'epidermide. Quando uscì dalla doccia fu felice dinotare che almeno il viso era stato risparmiato, doveva soloindossare un maglione che coprisse bene il resto del corpo.

Latesta gli girava appena e si ritrovò a fissare il sacchetto con lepillole. Certamente non sembrava una grande idea prendere della robasenza etichetta data da uno sconosciuto dopo un pestaggio, ma Yolescoprì di non essere poi così schizzinoso. Non aveva mai provato undolore tale, neanche in uno dei suoi attacchi d'asma più violenti,dove sembrava che il petto stesse andando a fuoco e che potessemorire da un momento all'altro. Ogni brandello del suo corpo era inpreda a fitte lancinanti, così prese due pillole e si distese sulletto, ricoprendosi con il piumone. Si addormentò tanto rapidamenteche forse si trattò più di uno svenimento che di sonno.


Unvento gelido sferzò il corpo tremante di Abel quando il secondocombattimento terminò. I ragazzi non erano più stati capaci diriprendersi, giacevano entrambi a terra, ansimanti e distrutti,dovette entrare in scena uno degli altri per sollevarli e spingerli amuoversi.

"Tornateveneda dove siete venuti, con voi abbiamo finito" la voce secca delcapo era resa ancora più fredda da quella punta di delusione chetutti riuscirono a cogliere.

Abeldeglutì rumorosamente, toccava a lui adesso, era l'ultimo e avrebbedovuto chiudere quella terribile sessione di pestaggi. Perché si erapresentato? Cosa cazzo gli aveva detto la testa? Era impazzito, nonc'era altra spiegazione.

"Tiè andata male, sembrerebbe che non sia rimasto un compagno per te"continuò ancora una volta il boss, quando anche l'ultimo dellematricole svanì dalla loro vista "motivo per cui chiederò aTorquemada di darci una mano, prego."

Ilragazzo lasciò il gruppetto per farsi avanti e fermandosi al centroesatto della radura a qualche metro da Abel. Era alto, prestante, ilviso era abilmente nascosto da un passamontagna nero. Abel rimaseraggelato quando lo vide assumere una posa da pugile, portando unbraccio a protezione del viso e l'altro a nascondere il fianco.

Luisapeva come combattere, mentre Abel si ritrovò del tutto spiazzato.Sapeva che quello non era uno scontro ad armi pari, doveva essereabbastanza intelligente da capire di non poter mai vincere controquel colosso, ma di certo avrebbe provato a resistere. Ne andava delsuo orgoglio a quel punto.

"Iniziate!"

Abelimitò la postura dell'altro, aspettandosi immediatamente un colpoche non arrivò. Il suo avversario sembrava rilassato, lo vide fareun lieve segno col dito che avrebbe potuto voler dire soltanto unacosa: Fattisotto, ti aspetto.

Ecosì sia, Abel si lanciò contro l'avversario che in un attimo sispostò di lato evitando il pugno del biondo che tornò subito allacarica, cercando di afferrare il corpo dell'altro. Quel bastardo eravelocissimo, più Abel si affaticava a stargli dietro, più nonriusciva a sfiorarlo neanche di striscio, ma non demorse. Doveva farequalcosa, qualsiasi cosa e mostrare tutta la sua forza di volontà,perché Abel era sempre stato terribilmente caparbio.

Poilo sconosciuto si mosse, approfittò dell'effetto sorpresa perassestargli un pugno rapido sul braccio, Abel si morse le labbra peril dolore e retrocedette subito, ma non fu così veloce da evitare lacarica del suo avversario.

Eraforte, preciso e ogni mossa non poteva essere fermata in nessun modo,soprattutto non da Abel che qualche attimo dopo, si ritrovò a terra,dolorante dalla testa ai piedi. I colpi erano arrivati ovunque,soltanto adesso sembravano essersi fermati, forse per dargli il tempodi riprendersi o cedere definitivamente ma Abel si mise in piedi,combattendo contro il dolore e la paura. Non poteva vincere ma potevaresistere, doveva resistere. E così fu, tuttavia non ebbe tempo diguadagnare un proprio equilibrio che arrivarono altri pugni, approfittando del suo stordimento, l'avversario si spostò alle suespalle con un movimento fluido e lì gli assestò un calcio sullaschiena, mandandolo di nuovo a terra, carponi sull'erba gelata edumida di quel bosco.

Abel avrebbe voluto urlare peril dolore, sentiva ogni lembo di pelle andare a fuoco, lo avrebbeammazzato di botte, e forse sarebbe morto lì, in quella radura dimerda, per quel gioco che non valeva la pena combattere. Che cosa cifaceva lì? Perché era stato così folle ed irresponsabile dapresentarsi?

"Tiarrendi?" il boss aveva parlato ancora, c'era attesa nella suavoce, ma anche la sicurezza di chi pensava che quello scontro eraarrivato al capolinea.

MaAbel non aveva idea di cosa significasse perdere, lui non eraabituato ad accettare una sconfitta, nella sua vita aveva sempreottenuto qualsiasi cosa e quel dolore gli parve subito un po' piùsopportabile, quindisi rimisein piedi a fatica, sotto le occhiate sorprese del gruppo.

"Saichi era Torquemada?"

Abelera troppo confuso e pesto per riuscire a ragionare "q-questotipo?"

Sentìdelle risate divertite propagarsi lungo il gruppetto che gli stavaintorno "no, non è il tuo avversario, ma è il nome che lui stessoha scelto per sé, per questa sua nuova identità, un nome che lorispecchia. Torquemada fu il più terribile Inquisitore spagnolodella storia. In poche parole era un torturatore e quello che staiprovando sulla tua stessa pelle si chiama TrattamentoTorquemada."

Abelavrebbe soltanto voluto terminare quella prova, non riusciva aseguire le parole del capo e allo stesso tempo le mosse del suoavversario. Prese un altro pugno, ormai sembrava quasi anestetizzato,forse l'adrenalina stava facendo la sua parte, cercò di spostarsi edevitare il destro che si stava abbattendo ancora sul suo petto.

Quellavolta ci riuscì e, con l'ultimo slancio vitale che possedeva, caricòl'avversario con tutta la forza che gli era rimasta in corpo. L'altrovenne sbilanciato, al punto da cadere a terra sotto il peso di Abel eincassò perfino un pugno sui reni.

Il contraccolpo fu devastante,Abel venne sbalzato via da un calcio al plesso solare, era senzafiato, non riusciva neanche a respirare adesso. Cercò di strisciarevia carponi, doveva mettersi in piedi per l'ultima volta, dopo di chesarebbe andato via da lì, vincente o perdente, non poteva continuarea farsi pestare in quel modo.

"Bastacosì. Direi che abbiamo avuto più di quanto ci aspettassimo."

Abelavrebbe voluto piangere, era finita. Si mise in piedi con enormesforzo, adesso sorretto dal braccio del suo avversario che si fecevicino. Il biondo avrebbe voluto mandarlo al diavolo, ma da solo nonera certo che sarebbe riuscito a camminare a dovere fino alla scuola.

"Avrainostre notizie in tempi brevi."

Abelera stordito e pesto, poi si ritrovò tra le mani una stranaconfezione trasparente con delle piccole pillole sferiche "fossi inte le prenderei, due al giorno per il resto della settimana, tiaiuteranno con il dolore." Continuò il boss. Era stato il suoavversario a passargliele.

Poiil gruppetto si diradò in fretta, con lui era rimasto soltanto losconosciuto che l'aveva pestato, lo stava spingendo a proseguireverso la scuola, ovviamente nel silenzio più totale. Soltanto inquel momento Abel notò che aveva già visto quella sagoma ammantatadi nero, apparteneva al ragazzo che lo aveva ammanettato qualchenotte prima, ne era quasi sicuro.

"Seitu! Dimmi, è una cosa personale? Ce l'hai con me per qualche oscuromotivo?" sputò fuori Abel ma soltanto parlare gli provocò undolore lancinante al fianco "se mi hai rotto qualcosa ..."

"Socome rompere qualcosa e non l'ho fatto" rispose quello con una vocecosì profonda che il biondo si zittì subito. Non pensava avrebbemai parlato, non pensava neanche sarebbe uscita fuori una voce umana.

"C-comemi contatterete? E quando, soprattutto? Verrai di nuovo a prendermiquando meno me lo aspetto? Perché sarebbe gentile da parte vostra unpiccolo preavviso, sai, per rendermi presentabile, anche se io sonosempre presentabile" Abel stava straparlando come accadeva quellepoche volte in cui si sentiva nervoso o instabile.

"Quandoti contatteremo te ne accorgerai" replicò quello, secco eterribilmente pragmatico.

"Ah,davvero? Ma grazie tante! Potevi dire qualcosa di più ovvio? Noncredo!"

Abelstava ancora parlando quando scoprì di essere rimasto da solo. Siguardò intorno, sconvolto. Come aveva fatto a sparire cosìvelocemente e soprattutto senza produrre il minimo rumore? Un brividogli percorse la schiena, ma le luci confortevoli del castelloapparvero ben presto di fronte ai suoi occhi. Doveva rientrarepassando attraverso la porta secondaria che gli era stata indicatadai ragazzi alla sua uscita.

Nesapevano una più del diavolo quei tipi, facevano parte di uno deiclub segreti più spaventosi d'Europa, lo aveva appreso attraverso iracconti di suo fratello Killian, ma non avrebbe mai pensato cheanche lui sarebbe stato contattato.

Quandotornò in stanza era ormai notte inoltrata, era stato ben attento anon svegliare Yole. Cercò di fare piano anche quando si immersesotto il getto caldo della doccia, con la speranza di poter mandarevia quel dolore acuto che si era propagato in tutto il corpo.

Nonaiutava, neanche una bella doccia bollente era riuscita a farlo staremeglio, aveva mandato via soltanto il freddo gelido nelle sue ossa.Quelle pillole erano ancora lì, riposte nella tasca dei suoipantaloni, ne prese una e la guardò per un momento, non sapeva cosadiavolo fosse e forse non avrebbe dovuto fidarsi di quei tipi. Macome poteva affrontare il suo primo giorno di scuola ridotto inquello stato? Era livido e non riusciva quasi a camminare dopo ilTrattamentoTorquemada.Alla fine le mandò giù con un sorso abbondante di acqua, poi sirintanò finalmente tra le calde coperte del suo letto.

Ildolore scemò poco a poco, la stanchezza lo avvolse e subito cadde inun sonno privo di qualsiasi preoccupazione.


Quandosi svegliò la mattina seguente si sentì meglio di quanto avesse maiprospettato. La pelle era piena di lividi che facevano ovviamentemale al tatto, ma niente di così grave. Yole sembrava essersivolatilizzato, anche il bagno era vuoto, probabilmente era un tipomattiniero ed era già sceso in sala per la colazione.

Abelincontrò il suo viso allo specchio, era piuttosto sbattuto, perfinoi capelli solitamente perfetti e di un biondo caldo sembravano quasispenti; di certo c'erano stati giorni in cui avrebbe vinto unconcorso di bellezza a occhi chiusi, quella volta al massimo avrebbepotuto ambire a un terzo o secondo posto, ma non importava.

Nontutti potevano vantarsi di essere sopravvissuti a quel dannato diTorquemada, in realtà neanche Abel avrebbe potuto:le questioni delclub erano segrete e non aveva alcuna intenzione di inimicarsi queitipi così in fretta.

Unpo' imbronciato, prese la sua valigetta di cuoio e si preparò aquella prima giornata di scuola. Stava per lasciare il piccolosoggiorno comunicante tra le due stanze, quando improvvisamente sentìun rumore provenire oltre il muro. Erano i misteriosi inquilini,dovevano essere arrivati alla fine!

Abelnon riuscì a resistere alla tentazione di conoscerli, era troppocurioso e oltretutto mancavano ancora quindici minuti buoniall'inizio delle lezioni, così iniziò a trafficare con ilbollitore. Decise che si sarebbe preparato un tè e avrebbe atteso unpo' in soggiorno, certo che prima o poi qualcuno sarebbe uscito alloscoperto.

Simise comodo, stirando le gambe sode e lunghe oltre il bracciolo dellapoltrona di pelle, con un gesto veloce si ravvivò i capelli lisci esi impose di rimanere immobile, come un giovane Lord Byron nella suamigliore posa romantica, doveva essere al meglio per chiunque. Laprima impressione era quella che contava dopotutto, no?

Avevaatteso lì per dieci minuti buoni, stava cominciando a spazientirsiquando finalmente la porta venne aperta. Ne uscì un ragazzo biondo,dagli occhi verdi e tratti bellissimi. Abel rimase a bocca aperta,era anche meglio di quanto avrebbe mai potuto sperare. Non avevaneanche avuto il tempo di parlare o osservare meglio il suocoinquilino, che con un paio di lunghe falcate, quello era andatovia. Sparito!

"N-no!Andiamo! Non ci credo!" Abel era sconvolto, non l'aveva neanchedegnato di uno sguardo. Come se fosse stato invisibile.

Uscìdalla stanza subito dopo, immettendosi nei corridoi dei dormitori,adesso pieni zeppi di studenti in ritardo per la colazione. Nonriuscì più a beccarlo, sembrava svanito, forse Abel viveva davveroin una stanza infestata dai fantasmi, pensò, rabbrividendo subitodopo.




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