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🖤CAPITOLO DUE


Negli anni me ne sono fatta una ragione.

I miei genitori hanno cercato in ogni modo possibile di farmi "guarire" dalla mia condizione: ho subìto tre interventi chirurgici molto complicati; sono stata a lungo ricoverata nei migliori ospedali e tanti sono stati i dottori che mi hanno visitato studiando il mio caso.
Ma la risposta è sempre stata solamente una: non c'è nessuna malformazione nei miei canali uditivi, nessuna spiegazione plausibile alla mia impossibilità uditiva.

Non ci sento. Punto e basta.

Che sia genetica, destino, misteri irrisolvibili della vita, non mi interessa più ormai. Sono cresciuta e ho imparato a conviverci.

Tra poco compirò venti anni e questo sì che mi interessa.
Mamma e papà hanno finalmente acconsentito a lasciarmi andare all'Università St. Andrews e tra poco meno di due settimane potrò partire.

Questa estate ho dovuto studiare molto dato che, in teoria, sono un anno indietro rispetto ai miei coetanei. A causa di tutti i ricoveri subiti, sono partita già in ritardo e questa conseguenza me la porto ancora dietro.
Ma sono pronta a dare una svolta una volta per tutte. Ho già un piano studi pronto da mesi ormai: non devo fare altro che studiare il doppio degli altri e sostenere il doppio degli esami, facile no?

Da casa mia, l'università dista solo poco più di tre ore di auto e così i miei genitori hanno acconsentito a lasciarmi andare. Sono iper-protettivi nei miei confronti, me ne rendo conto, ma adesso è il momento di vivere la mia vita.

Non sono stata una figlia facile da gestire; oltre alle numerose operazioni e infinite visite, non sono mai stata molto cercata dai miei coetanei.

I primi anni venivo spesso invitata a casa loro tramite i genitori, ma una volta finito il periodo "giochi da bambini piccoli" la situazione è cambiata. Non riuscivano a comunicare con me, o forse ero io che non volevo comunicare con loro. Che senso ha imparare la lingua dei segni dall'età di cinque anni se poi nessun altro è in grado di saperla, a parte naturalmente i miei genitori?

Ho provato all'inizio. Ricordo che, appena tornavo dalle sedute della dottoressa Cox, correvo a casa di Susan, la mia amichetta vicina di casa e provavo a farle ripetere gli stessi gesti per un'infinità di volte. Il pomeriggio si concludeva sempre con lei che piangeva perché non voleva impararli e con sua mamma che, mentre mi guardava con pietà, faceva finta di consolarla dicendole parole come "fai finta di imparare" o "falla contenta sennò non se ne va più".

Ho imparato a leggere il labiale ancora prima di imparare la LIS.

Via via che il mio udito scompariva, la mia capacità si affinava.
Forse è per questo che ad un certo punto ho smesso di usare i segni: io capivo benissimo quello che gli altri dicevano e ho volutamente smesso di rendere la cosa reciproca. Così, anno dopo anno, per loro sono diventata solamente una compagna di classe non udente quando eravamo in occasioni ufficiali, o sorda nel resto della giornate.

"Parlavo" solo con i miei genitori. Non c'erano barriere di nessun tipo tra noi, comunicavamo in ogni modo: con i segni, con il labiale, con la scrittura e persino cantando. Devo molto a loro: mi hanno insegnato ad usare il labiale anche se non sento niente di niente da quello che esce dalla mia bocca e, a detta loro, ci riesco molto bene e dicono che ho persino una bella voce.

Le mie interazioni finiscono qui. Non ho permesso a nessuno, compagno o adulto, di conoscermi. Hanno smesso di invitarmi e io ho semplicemente smesso di farmi compatire. Sono diventata fredda, ostile, arrabbiata con il mondo intero, solitaria e inavvicinabile con tutti coloro che non erano la mia famiglia.

I miei genitori, col tempo, si sono resi conto che non potevano avere figli. Lo hanno scoperto dopo circa tre anni che ero con loro e, quando ero abbastanza grande per capirlo, hanno provato a dirmi che non avrei avuto nessuna sorellina o fratellino che mi avrebbe tenuto compagnia. Forse pensavano, in buona fede, che avere qualcuno che giocasse con me mi avrebbe fatto stare meglio, ma in realtà mi sono sentita felice in quel momento.

Ero egoista? Sì.
Ero felice di essere l'unica per loro? Sì.
Lo penso ancora? Assolutamente sì.
Naturalmente, questo, loro non lo sanno.

E' stata la prima volta che ho finto un'emozione che non sentivo mia. Li ho ingannati gesticolando in maniera goffa che mi dispiaceva e che avrei tanto voluto una sorella.

Avevo cinque anni e avevo imparato a mentire.

All'inizio lo trovavo divertente. Mangiavo cioccolata di nascosto e riuscivo a ingannarli, negando in maniera spaventosa l'evidente accaduto. Gesticolavo, sbattevo gli occhi e loro ci cascavano.

Poi sono arrivate le bugie ai compagni di scuola, ai professori e addirittura ai medici. Credo che la cosa, poi, mi sia sfuggita di mano.
Mentire è diventata una parte di me. E non è più divertente come allora.

E' anche per tutti questi trascorsi che i miei genitori non volevano mandarmi all'Università. Dicono che non vogliono che resti sola, anche se in realtà lo sono da sempre.
Non ho avuto bisogno di mentire questa volta, mi è bastato farglielo notare e che ormai più sola di così non lo sarò mai. Appena si sono resi conto di ciò, hanno improvvisamente cambiato idea credendo invece che andare in una nuova città mi avrebbe fatto bene.

E così, eccomi qua, a studiare tutto ciò che posso prima di partire. Non so ancora quale indirizzo sceglierò; mi appassiona psicologia, filosofia e storia antica ma anche biologia ha il suo fascino per me. Quindi, al momento, studio un pò di tutto.

I libri sono sempre stati miei amici. Con loro non devo usare i segni. Non gli devo parlare per forza. Soprattutto, a loro non devo mentire.

Mio papà mi portava spesso in un posto a lui speciale, che poi è diventato il mio. Quando ero arrabbiata, prendevo più libri che potevo, li caricavo nel cestino della mia bicicletta e pedalavo come una forsennata fino al Castello di Inverness.

E lo faccio tutt'ora. Il Castello sorge su una collina, non troppo distante da casa mia, che si affaccia sul fiume Ness dalla quale si gode di una meravigliosa vista della città. Molti considerano la North Coast 500, la strada panoramica che conduce al Castello, il punto di partenza per chi vuole visitare le Highlands.

Io invece la considero il punto in cui finisce la strada, dato che è qui che finisco sempre io.

E' l'unico posto che mi fa stare bene. In genere scelgo un luogo appartato, in modo che i turisti non mi vedano. Qui posso essere chi voglio: un'eroina greca, un cavaliere medievale o semplicemente una ragazza normale scozzese.
Invece, al mio ritorno, la realtà mi investe di nuovo.

Non ho nulla che mi faccia sembrare una ragazza del posto. Qui la maggioranza delle persone ha i capelli tendenti al rosso o al marrone, con pelle diafana e lentiggini sparse ovunque, con occhi generalmente chiari. Io invece ho lunghi capelli color dell'ebano, talmente scuri che il sole quando li colpisce sembra esserne inghiottito. I miei occhi assorbono il riflesso di tale colore e non sono mai più chiari del nero; se non fosse per qualche pagliuzza più chiara, la pupilla non si distinguerebbe. Il mio corpo è esile, magro, senza nessuna tonicità nonostante io faccia regolarmente attività fisica.

Le persone che non mi conoscono all'inizio rimangono a fissarmi, come se fossi chissà quale bellezza strana, ma non appena si rendono conto dei miei due impianti cocleari che mi spuntano dai capelli, smettono di guardarmi imbarazzati. Come se la cosa non lo fosse già.

Quando arrivo qui, la prima cosa che faccio è togliermi appunto quei due dannatissimi aggeggi che dovrebbero aiutarmi a sentire i suoni ma che in realtà non sono di nessuno aiuto. Li tengo solo per far contenti i miei genitori, dato che anche su questo gli ho mentito dicendo che qualcosa ogni tanto riuscivo a udire.

Dopodiché lego i miei lunghi capelli, che tengo sempre volontariamente sciolti per nascondere quelle due piastrine e quella sottile, ma ben visibile, cicatrice a forma di semicerchio che mi attraversa il collo nella parte posteriore.
Nelle giornate più calde azzardo anche a rimanere in canottiera e shorts per dedicarmi alla lettura e allo studio. Non amo vestirmi così in città perchè far vedere il mio corpo mi rende ancora più strana agli occhi di tutti. La mia pelle, infatti, non è chiara come la loro. Ha un aspetto particolare, "il colore della panna montata" come dice mia mamma.

Su una cosa, al momento, non ho mentito a nessuno: voglio andarmene da qui perché sento che, forse, qualcosa sta per cambiare.


⋆˖⁺‧₊☽◯☾₊‧⁺˖⋆

Nota dell'autrice :
In questo secondo capitolo si inizia a intravedere il caratteraccio di Ellie (non e' mica colpa sua... o forse si')🫣
Come sempre lasciate una ⭐️ e fatemi sapere cosa ne pensate.

જ⁀➴Vi aspetto nei commenti ✨️

જ⁀➴ Un abbraccio ✨️

⋆˖⁺‧₊☽◯☾₊‧⁺˖⋆

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