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🤍CAPITOLO DICIASSETTE


Guardo l'orologio non appena mi rendo conto di essere in camera.
Le cinque e mezzo.

Cazzo ho perso il laboratorio.

Trovo Taylor e Angy sul divanetto in sala intente a farsi le unghie. Appena mi vedono si guardano sorprese.

«Pensavamo fossi a lezione. Noi oggi abbiamo terminato prima e ci stiamo preparando per andare da Peter. Vieni anche tu vero?» chiede Angy.

Già, la festa. Me ne ero quasi dimenticata. Volevo qualcosa per distrarmi e mi sono distratta ancora di più invece.

Le faccio cenno di sì con la testa e lei riprende a conversare con Taylor su cosa indosseranno.

Spelluzzico qualcosa dalla cucina e distrattamente noto i venticinque messaggi di mia mamma più diciotto chiamate perse. Susan nel frattempo arriva correndo verso di me, parandosi davanti in modo da leggerle il labiale.

«Dove sei stata? Non c'eri a mensa. Ti ho cercato a lezione ma il professor Jay mi ha detto che non ti sei fatta vedere al laboratorio. Tua mamma mi ha chiamato tre volte perché tu non le rispondi da due giorni. Ma dico, sei uscita fuori di testa? Quando mi hai chiesto di aiutarti a convincerli che stavi bene, tua mamma si è raccomandata a me. Ellie chiamala subito e non mi coinvolgere oltre, non sono la tua baby sitter, chiaro?»

Susan deve essere impazzita. Non è possibile che io non abbia risposto a mia mamma. Ma il cellulare nelle mie mani non mente. Ci sono davvero messaggi e chiamate senza risposta.

Forse Nate ha ragione. Forse.
Il mio fisico deve abituarsi a tutta la faccenda della trasmutazione e il cervello ne risente perdendo la cognizione del tempo.

Vado in camera di corsa e avvio una videochiamata con mia mamma che risponde dopo neanche mezzo squillo.

«Ellie finalmente! Mi hai fatto preoccupare. Non ti azzardare a comportarti così un'altra volta o giuro che vengo al Campus e ...» inizia a sbraitare.

«Scusa mamma» segno in fretta e furia, «ho avuto veramente tante cose da fare e devo ancora abituarmi a organizzare bene tutti i tempi»

Lei si riappacifica subito e così passiamo i successivi quindici minuti a raccontarci dei giorni passati. Mi parla del suo lavoro e di come i turisti siano sempre più numerosi.

Ha un piccolo negozio di antiquariato nel centro di Inverness che i turisti sembrano amare. Negli anni ha trovato molti oggetti antichi e adesso, seppur piccolo, è molto fornito.

Mi racconta anche di mio papà, che è dovuto partire per Londra due giorni fa.
Mi avevano cercato anche per questo ma io, beh, ero leggermente sconvolta dalle rivelazioni di Nate. Mio padre lavora per un bizzarro fotografo e ha il compito di trovare posti insoliti da proporgli.

Mi chiede anche se ho fatto nuove amicizie e, ricordandomi della promessa che mi sono fatta stamattina, le dico di sì. Le parlo delle mie coinquiline e di Peter.

Ci interrompe Susan che si affaccia alla porta della mia camera indicandomi l'orologio. Sono quasi le sei.

«Salve signora Bailey! Stasera porto sua figlia ad una festa! Non è fantastico?» mi tradisce Susan.

Invece di farmi mille raccomandazioni come farebbe una mamma normale, la mia si apre in un sorriso e mi incoraggia a divertirmi. Chiudo la chiamata sorridendo a lei e guardando male Susan.

«Che c'è?» inizia a difendersi, «ho solo detto la verità. Non è questo che fanno le amiche? Fila a cambiarti.»

Le amiche. Neanche in un universo parallelo.

Chi ci vede arrivare nota subito l'intruso del gruppo. Io.

Mentre le altre tre sono vestite in modo molto diverso dagli abiti che indossano al Campus, io sono sempre la stessa.

Al posto dei jeans neri non ho una minigonna come Susan, ma altri pantaloni neri.

Invece della t-shirt non ho un top di paillettes rosa come Taylor, ma una canottiera nera.

I miei capelli non sono acconciati in morbide onde bionde come quelli di Angy, ma sono rigorosamente sciolti a coprire ogni traccia della mia sordità e di quella orribile cicatrice che nessuno così nota.

Susan si volta verso di me indicandomeli.

«Potevi almeno pettinarli i capelli Ellie. Dio mio, sembrano una matassa incolta».

Io le sorrido con il dito medio e lei sorride a sua volta.

«Vedi?» esordisce, «stiamo diventando amiche!»

Scuoto la testa infilandomi di corsa in quella che dovrebbe essere la casa della confraternita di Peter.

Dalle vibrazioni che percepisco ci deve essere la musica a tutto volume e le centinaia di ragazzi e ragazze stanno ballando e bevendo.

Mi sembra di essere stata catapultata in una delle serie tv ambientate ai college dove durante le feste c'è sempre qualcuno che si ubriaca più del dovuto e succede qualcosa.

Non era proprio questo il genere di diversivo di cui avevo bisogno ma per un paio d'ore andrà bene. Ho intenzione di andarmene a letto presto e tornare anche stasera a Eoxid, naturalmente.

Noto Peter seduto in cima alle scale con in mano una bottiglia mezza vuota di un liquido chiaro. E' a torso nudo e con una bandana in testa color ciliegia, impossibile non notarlo.

Prima di raggiungerlo passo dal bancone della cucina e afferro la prima bottiglia che mi capita.
Faccio anche finta di non notare i soliti commenti sul mio corpo e, dopo aver scansato diversi tentativi di approccio sfigato, raggiungo Peter.
Appena mi vede gli si illumina il viso con un sorriso esclamando un «forte!» e brindando con me facendo tintinnare le nostre bottiglie insieme.

«Sapevo che saresti venuta! Hai visto che bel diversivo stasera?»

Dò un'alzata di spalle mostrando indifferenza mentre butto giù un sorso di quella roba che solo adesso riconosco, vodka. Alla pesca per giunta. Merda, mi fa altamente schifo ma non volendo passare da bambinetta mi costringo ad ingoiare.

Peter deve notarlo, perchè mi offre la sua bottiglia.

«Prova questa. La vodka alla pesca è per ragazzine che vogliono sbronzarsi e che domani si sveglieranno con un gran mal di testa. Assaggia.»

Leggo l'etichetta: tequila.
Cazzo Ellie, non lo fare. Non hai mai bevuto.

«Che c'è, non mi dirai che una tosta come te non ha mai bevuto tequila!» continua Peter, «vieni con me allora! Ti faccio il tequila-battesimo!»

Non mi dà il tempo di reagire che mi afferra per una mano e mi trascina in cucina.

Si fa largo tra la folla finché si blocca davanti all'isola in marmo, piena di bicchieri e bottiglie.

«Codice due! Codice due!» inizia lui «abbiamo un codice due» e come per una strana magia la folla si fa da parte lasciandomi al centro di fronte a Peter.

«Signori e signore abbiamo un tequila-battesimo da fare. Attrezzi per favore.»

Peter deve essere più ubriaco di quanto immaginassi, ma il problema è che qui lo stanno ascoltando tutti e qualcuno si fa pure avanti portando un piattino con alcune fette di limone e un barattolino di sale.

Ellie sei nei guai. Vai via prima che succeda quel qualcosa che avviene sempre nelle serie tv americane.

Vorrei davvero andarmene, ma che sarà mai un bicchierino di tequila? Sembra acqua in fondo. Non mi voglio tirare indietro, Nate deve capire che non sono una ragazzina.

Aspetta, perchè cazzo pensi a Nate e da quando ti frega di quello che pensano gli altri di te?

Qualcuno mi spinge verso Peter che con un colpo da maestro mi fa sedere su uno sgabello. Lui si mette dalla parte opposta del bancone e mi allunga un bicchierino.

«Tranquilla! Fai come me».
Peter è al settimo cielo, prende il sale, lo mette sul dorso della mano tra il pollice e l'indice e mi invita a fare lo stesso.

«Pronta? Via!»

Leccata al sale, shottino tutto d'un sorso e fetta di limone in bocca.

Vedo applaudire tutti intorno a me e Peter mi alza un braccio come se avessi fatto una vittoria sul ring.

Mentre cerco con tutta la mia volontà di non rimettere sul bancone quello che ho appena ingoiato, altri ragazzi si uniscono a noi e preparano altri bicchieri mortali.

«Ancora!» mi suggerisce Peter facendomi l'occhiolino.

Gli faccio una linguaccia scuotendo la testa, ma appena faccio per alzarmi altre braccia mi fanno rimettere seduta. Susan.

«Ellie! Hai fatto il battesimo-tequila senza di me? Su Peter, ancora!»

E in men che non si dica, mi ritrovo con diversi bicchierini vuoti davanti a me.

Sto male, senza ombra di dubbio. Qualcuno mi solleva e credo sia il tizio che mi ha versato il quinto shottino. O forse il settimo.

Mi porta fuori e l'aria fresca mi dà un briciolo, ma poco duraturo, di lucidità.

Una chioma bionda ci affianca, Susan forse o Taylor o Angy, non lo so.

Non sono in grado di distinguere chiaramente il loro labiale ma gli faccio cenno di lasciarmi perché devo vomitare. E non per trovare una scusa per lasciarli lì, ma perché davvero devo vomitare.

Mi nascondo dietro il cespuglio e tutte le mie viscere vengono espulse, forse non veramente ma a me dà questa impressione.
Susan mi appare davanti con il cellulare in mano dove ha scritto una nota da farmi leggere:

La scrittura è sfuocata per i miei occhi, ma la testa accenna un assenso e Susan scompare insieme al tizio che mi ha portata qui.

Distinguo la panchina e mi ci fiondo. Appena sarò in camera, mi farò una bella doccia e andrò a nanna, cioè da Nate, cioè a Eoxid. Aiuto.
La seduta della panchina è sul mio viso, segno che mi sono appena sdraiata e i miei occhi si chiudono da soli.

Nella poca lucidità sorrido, perché il mio inconscio sa che non mi sono tolta la sua collana del cazzo.




જ⁀➴spazio autrice
Ahia, si sta per mettere male☠️

Nel prossimo capitolo ci sarà una rivelazione importante.
Spero siate pronti 👀

Nel frattempo vi leggo nei commenti super importanti per me e non dimenticate le stelline⭐️ Sono preziose.

A presto
જ⁀➴la vostra creatrice di lacrime

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