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🤍CAPITOLO CINQUE

Quella notte naturalmente i sogni non vengono a farmi visita. Ho dormito talmente poco che credo mi stia per esplodere la testa. Mi sono sforzata così tanto a cercare di ricordare ogni minimo dettaglio della musica e di quelle voci, che alla fine mi sono ritrovata a fissare l'albeggiare di un nuovo giorno.
Quel giorno. Questo giorno. L'inizio di un nuovo capitolo, in completa autonomia.

Quando scendo in cucina sono già pronta, vestita con il mio look preferito, skinny jeans, una t-shirt oversize e sneakers basse, tutto rigorosamente nero. Capelli lunghissimi come sempre, ovviamente sciolti.
Trucco? No, grazie.
I miei genitori stanno preparando la colazione, in un clima decisamente tranquillo. Non che mi aspettassi pianti e tragedie, ma neanche la felicità di rimanere soli!
Quando si accorgono di me, mi vengono incontro contemporaneamente e mi rendo conto che quella tranquillità che avevo percepito poco prima, era solo una facciata. Mi pento subito dei miei pensieri nel loro riguardo e ricambio stringendoli a me. In fondo a loro devo tutto. Proprio tutto.

Con molta probabilità sarei finita in un orfanotrofio se non ci fossero stati loro.

Ci salutiamo con la promessa di videochiamarci tutti i santi giorni e di scrivergli appena arrivata a destinazione.
Argomento Susan: non accennato da nessuno di noi. Ottimo.

Durante il tragitto in macchina, la mia macchina, non riesco a non pensare a quello che è successo la sera precedente.

Quella melodia, quelle parole, quei tatuaggi, quegli occhi, quella bocca fottutamente perfetta...
Cazzo. Stavo per andare fuori strada. Cosa diavolo mi prende?

Apro il finestrino per tornare lucida e prometto a me stessa di non pensare più a tutto ciò. Forse sono svenuta per la stanchezza e ho sognato di sentire. Alla fine è quello che faccio praticamente ogni notte, no? Devo convincermi che sia così. Per forza. Basta. Non ci devo pensare più.

L'ultima mezz'ora di strada vola via in un baleno, tanta è l'eccitazione di arrivare.
Una volta trovato parcheggio, mi affretto a entrare in quella che definirei un'architettura gigantesca.
Il cancello è spalancato, permettendo ai molti studenti già presenti di entrare liberamente. Davanti agli occhi si presenta subito un curatissimo prato, definito dai vari passaggi pedonali lastricati di pietre perfettamente ordinate.
Alcuni gruppi di ragazzi sono tranquillamente sdraiati al sole, altri sono intenti a leggere, mentre i nuovi arrivati, come me, si guardano intorno con aria meravigliata. A fare da cornice a tutto ciò c'è la sede gigantesca dell'Università che si staglia alta e fiera in una forma a U.
Google Maps non rendeva giustizia a questo spettacolo. E' decisamente più bella dal vivo.
E questo non è ancora niente, dato che molti studenti non arriveranno prima di due settimane. Sono voluta venire prima perché avevo bisogno di organizzare tutto alla massima perfezione.

Una volta prese le varie scartoffie di routine e dopo aver percorso a piedi pochi minuti fuori dall'Università, arrivo davanti all'edificio residenziale che sarà la mia casa per i prossimi otto mesi.
C'è un altro vantaggio ad essere arrivata prima: ho il tempo di far spostare Susan in un'altra camera.
Alla segretaria che mi ha consegnato il badge della camera ho chiesto espressamente se la mia fosse un alloggio privato e lei ha confermato la mia prenotazione.
Ho anche chiesto dove risultava quella di Susan ma, per privacy, non ha voluto dirmelo. Mi tranquillizzo però, dato che comunque sarò da sola e mi convinco del fatto che l'altra sera era ubriaca e non sapeva quello che diceva.

Appartamento 77, camera 3.
Guardo la porta e rileggo quei numeri sopra il badge. Perchè mai è necessario numerare sia l'appartamento che la camera?
Formulo questo pensiero mentre apro la porta e la risposta mi appare davanti agli occhi.
Porca puttana. Non posso crederci. E' un terribile compromesso tra camera singola e camera condivisa. Anzi peggio.
C'è una sala abbastanza grande con due divani e una cucina, mentre nei vari corridoi si diramano le camere. Cinque, per l'esattezza. Ecco perchè c'erano quei cazzo di numeri sul badge.
L'alloggio è privato, con un letto matrimoniale, un armadio, una scrivania e persino il bagno. Ma la cucina è in comune. Forse davvero Susan può sbucare da un momento all'altro. O anche peggio, altre tre Susan. Quelle camere si riempiranno sicuramente. Sono fottutamente messa male.
Faccio l'unica cosa che riesco al momento, ovvero provare subito la serratura della mia camera chiudendola a chiave.
Ho giusto il tempo di sistemare tutte le mie cose e messaggiare a mia mamma prima di sprofondare sul letto e addormentarmi come un sasso.

***

Quando riapro gli occhi e vengo strappata dai miei sogni, mi accorgo che fuori è quasi buio. Penso di aver dormito per diverse ore dato che lo stomaco ha iniziato a fare i capricci.
Appena apro la porta di camera vengo assalita da una miriade di persone che vanno e vengono dall'appartamento.
Cosa cazzo succede?

Quella che fino a poche ore prima era la sala comune, adesso è un centro di smistamento di cibo, bevande, lenzuola, libri e molte cose che ancora devo identificare.
Delle mani mi si parano davanti e io purtroppo so bene di chi siano. Susan. Perchè Dio, Buddha, tutti gli Dèi dell'Olimpo ce l'hanno con me? Cosa potrò aver mai combinato per meritarmi una simile agonia?
Ma non dovevano venire tra due settimane tutti gli studenti?

«Eccoti finalmente!» comincia lei, «sapevo che eri già arrivata dato che ho visto la tua macchina nel parcheggio ma non credevo fossi in camera! Ehi ragazzi! Lei è Ellie, una mia amica di scuola di Inverness, come me!»
La guardo in malo modo perché l'ultima cosa che voglio adesso è essere presentata a sconosciuti che noteranno che sono sorda, loro si imbarazzeranno e finirò per essere ignorata.
Anzi, io farò di tutto per essere ignorata.
Susan mi si para davanti facendomi l'occhiolino.
«Ho già spiegato tutto io! Vedrai, sono simpaticissimi! Qualcuno di loro risiede nelle camere del nostro appartamento, mentre altri sono sparsi per tutto l'edificio! Non devi vergognarti!» Mi molla così, con una pacca sulla spalla sinistra spingendomi avanti a lei.

Si voltano tutti contemporaneamente: qualcuno sorride, altri alzano una mano mentre i più coraggiosi si avvicinano per abbracciarmi. Odio gli abbracci e di certo non inizierò adesso ad amarli. Mi scanso in modo tattico e allungo una mano, mimando un piacere e stampandomi un sorriso tirato in faccia.
Non ho intenzione di memorizzare nessuno di questi nomi, perciò non mi impegno più di tanto a decifrare i loro labiali.
Ho solo intenzione di andare a mangiare qualcosa.
Purtroppo, però, nonostante la maggior parte di loro sia impegnata a fare cento cose contemporaneamente, Susan e altre due ragazze decidono di seguirmi. Accelero il passo dirigendomi di corsa verso le scale mentre loro stanno aspettando l'ascensore, nonostante ci trovassimo solo al secondo piano.
In alcuni casi, come questo, mi reputo quasi fortunata a non poter sentire, così posso tranquillamente ignorarle e fare finta di non averle viste.
Mi dirigo verso il primo caffè che intravedo poco fuori dal Campus e, appena entro, decido di fiondarmi a testa bassa verso l'unico sgabello libero del bancone. Susan e le altre così saranno costrette ad andare in uno dei tavoli a disposizione.
La speranza mi muore nello stesso momento in cui formulo questo pensiero, perché il trio improvvisato mi affianca da entrambi i lati costringendomi a seguirle a sedere con loro. Dopo averle guardate malissimo, mi siedo con uno sbuffo incrociando le braccia al petto.
«Dai Ellie! So benissimo che puoi capire quello che diciamo!» comincia Susan. «Nuova città, nuova vita, ok? Io sarò diversa e tu sarai diversa. Niente bronci, niente sabotaggi e niente solitudine. Ci aiuteremo nello studio, usciremo, ci sbronzeremo e passeremo i prossimi quattro anni insieme. Vedila cosí, non come vecchie amiche ma come nuove! Ci stai?»
Butta fuori tutto in cinque secondi mentre mi allunga una mano in attesa di una mia risposta.

Nonostante la velocità con cui abbia detto tutte queste stronzate, ho capito ogni parola e mi pento con tutta me stessa di averglielo permesso.
Bene, vuole una cazzo di stretta di mano? Ma davvero? Temo proprio di sì, perchè Susan è ancora in quella posizione con gli occhi speranzosi.
Dato che non ho modo di uscirne, allungo la mano e gliela stringo. In fondo e' solamente un'altra delle mie bugie, Susan e' contenta e così spero che per il momento mi lasci in pace.
Le altre due ragazze, invece, mi guardano perplesse, come se potessi trasformarmi in un mostro da un momento all'altro. Credo che siano Taylor e Angy, o Tammy e Alice, o checazzomenefrega. Per tutta risposta le fisso nel peggiore dei modi finché decidono di dedicarsi al menù.

Appena lo aprono, da esso cade un piccolo volantino pubblicitario e se non fosse per un dettaglio indecente lo avrei semplicemente ignorato.

Nessuno lo ha notato, perciò molto cautamente e senza destare Susan, mi avvicino per prenderlo e osservarlo meglio. Sicuramente starò sognando, perché è decisamente impossibile che sia quello che penso.
E invece non mi sbagliavo.

Riconoscerei quei tatuaggi tra mille e, soprattutto, riconoscerei quelle mani inanellate tra altre milioni sebbene le abbia viste solo una volta per pochi secondi.

Qui, in Scozia, quasi tutti i Pub e i Caffè offrono spettacoli dal vivo con band musicali e il volantino riporta proprio uno di questi eventi. La sera successiva ci sarebbe stata una serata live con i musicisti del posto con un ospite d'eccezione: "the Seeker, il chitarrista del momento aprirà la serata al Deep Cafè".
I miei occhi non mi avevano ingannato. In un angolo del volantino ci sono proprio le sue mani che stanno suonando una particolare chitarra nera.
Non c'è il suo volto, ma quei dettagli sono impossibili da dimenticare e non capisco perché mi facciano questo effetto.

Vengo riscossa dai miei pensieri quando Susan me lo toglie di mano sventolandolo alle altre due. Distolgo volutamente lo sguardo perché so che adesso inizieranno a progettare l'uscita della sera successiva.
Dovrei andarci per soddisfare la mia curiosità inspiegabile? O dovrei far finta di niente e fregarmene?
Sinceramente non lo so e questa cosa mi infastidisce molto. Non è nessuno per me e non è successo niente alla fine di così speciale in quel bagno, ma non capisco perché ho la sensazione di sentire ancora quello strano formicolio sopra le mie spalle.

Vedo il barista preparare un vassoio colmo di piccoli shot e gli faccio cenno di portarmene uno anche a me, qualunque cosa sia purché mi faccia smettere di rivedere quei tatuaggi nella mente. Quando mando giù quel liquido ambrato, la gola mi brucia più del previsto e mi rendo conto solo ora che mai e poi mai avevo bevuto qualcosa di alcolico. Sono una bugiarda patologica e anche una stronza che preferisce stare sola, ma non sono una ragazza che tende ad affogare i pensieri così. Questa situazione mi sta proprio mandando fuori di testa oppure è arrivato il momento che mi dia all'alcool.
Prima Susan, poi quell' incontro nel bagno, dopo quella meravigliosa musica, lo svenimento e infine questo primo giorno al Campus.

Non è così che avevo programmato il primo giorno e spero con tutto il cuore che questa sia solo una parentesi devastante che si chiude stasera.

જ⁀➴Nota dell'autrice

Ciao anime belle! Ellie sta per iniziare una nuova avventura all'università St. Andrews. Ma questa sarà solo la punta dell'iceberg 😏

Il nostro "Seeker" tornerà presto👀

Vi leggo nei commenti ⭐️⭐️⭐️

જ⁀➴ Un abbraccio

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