1.
Il sole stava tramontando, e l'aria era già più fresca. La sentiva sulle braccia e sulle gambe, mentre finalmente la campagna sembrava respirare dopo il sole cocente del giorno.
La luce obliqua degli ultimi raggi conferiva una qualità dorata e cristallina al panorama, dandole un senso di pace.
Neve, il suo enorme pastore dei Pirenei, le stava al passo, come sempre. Trotterellava di qualche passo più avanti o si attardava ad annusare qualche cespuglio, ma senza mai perderla di vista. Ragazza e cane sembravano una cosa sola.
Era l'inizio di giugno, e nella valle del Piave tutta l'attenzione era concentrata sulla diga del Vajont.
Anche Celeste, camminando, non poté non fermarsi ad ammirare quella che, problemi politici e finanziari a parte, era comunque un'opera architettonica che lasciava senza fiato.
Era la diga più alta del mondo. E ce l'avevano loro, lì, una "V" di calcestruzzo che accarezzava i fianchi di due montagne, il Toc e il Salta, imponente e superba nella sua vertiginosa altezza di duecentosessanta metri.
※※※※
Longarone era un posto davvero triste, per un giovane straniero.
Situato nella valle del Piave, si sviluppava attorno al corso del fiume in un monotono agglomerato di case e orti.
Per Louis, abituato alla vita accademica, quel paesino montano era un buco dimenticato da Dio.
Era arrivato da una settimana in quel luogo per volontà del suo tutor. Non era mai stato bravo ad obbedire agli ordini ed a rispettare le consegne, e, dopo l'ennesimo richiamo, il docente aveva deciso di mandarlo a Longarone con la scusa di studiare la grande diga.
Louis sospettava che, forse, volesse toglierselo dai piedi per qualche tempo.
Ed ora, eccolo qui, nel bel mezzo del nulla, a non fare nulla.
Lì, il tempo si era improvvisamente dilatato. Non vi erano lezioni, approfondimenti, ritmi serrati: doveva presentarsi al mattino in comune e studiare i progetti, sentendosi comunque e sempre isolato dal resto della gente per via della lingua. L'italiano lo conosceva discretamente, ma in quel buco di paesino parlavano il dialetto locale, totalmente incomprensibile per lui. Sospettava che la sua permanenza gli sarebbe parsa estremamente lunga, anche perché aveva modo di credere che sarebbe sempre stato considerato lo straniero, il "foresto".
Quella sera, Louis era in sella alla vecchia bicicletta che aveva recuperato, e sfogava la sua energia repressa spingendo i pedali come se non ci fosse un domani.
Come sempre lanciò un'occhiata alla diga: per quanto il posto fosse noioso da morire, non poteva non riconoscerne il valore inestimabile a livello architettonico. L' occhiata durò un secondo di troppo, perché all'improvviso sentì un cane abbaiare e di istinto frenò, finendo comunque addosso ad una persona e capitombolando a terra.
Si rialzò subito, ammaccato e spaventato, ed offrì solerte la mano alla ragazza che aveva travolto, sentendosi un idiota.
-Oh,no! Ti senti bene?-
-Si, tutto a posto, per fortuna. Ma tu guardi dove vai quando pedali?!- Lo rimproverò la ragazza, lanciandogli un'occhiataccia e spolverandosi l'abito. Intanto il cane abbaiava e ringhiava minacciosamente nei confronti di Louis.
-Puoi chiamare il cane, per favore?- Si tutelò il ragazzo, che già si vedeva sbranato.
-Neve, qui- disse la ragazza. Subito il bestione smise di ringhiare, trotterellandole vicino.
-Sono molto dispiaciuto di questo- affermò Louis, faticando a comporre le frasi in un italiano fluente, cosa che la ragazza notò:
-Hai uno strano accento. Da dove vieni?-
-Sono inglese. Sono qui per studiare la diga- rispose lui facendo un cenno verso il motivo per cui si era distratto. -Veramente non ti sei fatta male?-
-Non preoccuparti, sto bene. È anche colpa mia, mi ero fermata a guardarla e non ti ho visto arrivare- lo assicurò lei, rasserenandolo.
-Meno male. Mi dispiace- si scusò ancora, volgendo l'attenzione alla bici e rabbuiandosi:
-Oh, no! È rotta la cinghia!-
La ragazza sorrise:
-È la catena, non la cinghia. Ed è scesa. Sai come rimetterla a posto?-
-Sì. Scusa il mio italiano, non sono molto bravo- rispose Louis, tirando su la bicicletta e cercando di aggiustare il danno. La ragazza, gentilmente, la prese per il manubrio, tenendogliela ferma mentre lui tentava di rimettere la catena nel suo posto, imbrattandosi le mani di grasso.
-Niente da fare. Come dite voi le parolacce? Che parolaccia posso dire?- Esclamò, facendola ridere.
-Non so se posso insegnartele, non è molto educato. Non so neanche come ti chiami- obiettò lei.
-Scusa. Sono Louis Tomlinson- esclamò lui tirandosi su immediatamente, cercando di ripulirsi la mano sui pantaloni per poterle stringere la sua.
-Celeste Ferrari- rispose la ragazza, mentre Louis aggrottava la fronte:
-Ferrari? Il nome mi sembra familiare...-
-Mio padre è il sindaco di Longarone- chiarì lei.
Louis alzò gli occhi al cielo:
-What the... scusa, ma proprio la figlia del sindaco dovevo investire...-
-Non preoccuparti, non è successo niente. Ora, però, devi proseguire a piedi- considerò lei, indicando la bicicletta inutilizzabile.
-Pazienza. Posso farti compagnia?-
Si incamminarono verso la periferia, trovando naturale chiacchierare. Così Louis scoprì che Celeste aveva la sua stessa età ed era sposata, con una figlia, e lei venne a conoscenza dei motivi per cui il giovane inglese si trovasse lì: era uno studente universitario all'ultimo anno di ingegneria civile, ed era stato mandato in Italia a causa della diga, su cui avrebbe dovuto stilare un report per far accettare al suo tutor di fargli da relatore per la tesi.
Il sole tramontò, e si salutarono all'imbrunire.
-È stato un piacere conoscerti, Louis. Quando torna ne parlerò subito con mio marito ed una sera delle prossime ti aspettiamo a cena; a lui farà sicuramente piacere-
Si congedarono con un sorriso, e Louis, per la prima volta dopo una settimana di malumore, si sentì più leggero.
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