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2. Robert David Mackenzie

2.40 a. m.
BluMoon club

Mackenzie era nervoso, aveva corso come un pazzo sulla Honda cbr1000 per riuscire a raggiungere il locale dove Michael, il suo superiore, lo attendeva per chiudere un'indagine. Seguivano quel caso da un paio di settimane. Il locale e le vittime erano sempre le stesse: ragazze bionde che ballavano nella confusione della pista. Qualcuno inseriva nei loro drink pasticche di Ecstasy miste a LSD, causando in loro effetti allucinogeni, problemi neurologici e cardiaci. Una ragazza di diciassette anni era in coma e il F.Y.R aveva assunto il comando.

Mostrò di nascosto il tesserino al gorilla che non voleva farlo passare, e questo, dopo averlo osservato bene, con espressione sorpresa, subito si spostò. Cercò Michael tra la folla e lo vide al bar che fingeva di bere scrutando la pista. Gli si avvicinò guardandosi intorno.

«Sei in ritardo, Rob!» lo rimproverò il bruno. Era più grande di lui di qualche anno ed era un'agente di carriera. Chiamavano così gli agenti che sceglievano di arruolarsi e non erano orfani con problemi.

«Scusami, sono rimasto bloccato...» rispose con una smorfia.

«Kate, scommetto!» disse, facendo un segno al barman per ordinare un altro cocktail.

Rob sospirò, nel frattempo continuava a fissare Rachel, collega sotto copertura, che col suo vestitino rosso, ballava come una forsennata sulla pista per farsi notare.

«Ha avuto un altro incubo, sono molto preoccupato. Le fobie stanno aumentando, da ieri continua a lavarsi le mani convulsamente perché, a suo dire, ci sono troppi batteri in giro e rischia un'infezione! Devo fare qualcosa per lei.»

Michael soffocò un'imprecazione, si passò le mani tra i capelli scuri imbarazzato. Non sapeva se dirglielo...

«Rob, ieri ho parlato con la nuova psicologa...» disse tentennando. L'amico era suscettibile sull' argomento. Infatti il biondo puntò gli occhi turchini su lui, sospettoso. Ma continuò a parlare:

«Sì, sono un vostro superiore e per quanto ti stimi, devo fare il mio lavoro. Kate non collabora alle sedute, continua a guardare il soffitto apatica. La dottoressa Stone ha detto che se non migliora, la trasferiranno in una struttura adeguata...»

Rob era furioso. Nessuno avrebbe toccato la persona più importante della sua vita!

«Cosa cavolo dici? Cosa dovrei fare ora?» gli urlò contro. Tremava, non voleva perdere anche lei. Avevano superato tanti problemi insieme e nessuno mai li aveva divisi.

«La psicologa pensa che dovrebbe affrontare il problema principale, perché tutte le sue fobie, gli incubi e la fragilità emotiva, dipendono da esso. Dovrebbe accettare la morte del padre e che la madre non tornerà!»

Rob deglutì. Per la prima volta ebbe tanta paura per lei. Era sempre riuscito a proteggerla, ma ora la cosa si complicava. Guardò Rachel ballare sinuosa, i capelli lunghi fluttuavano nell'aria, un gruppo di ragazzi le ballavano intorno e lei ammiccava sorridente. La bionda era la compagna di stanza di Kate e avrebbe dovuto parlarle, anche se sarebbe dovuta partire l'indomani pomeriggio per una nuova missione.

Mentre rifletteva, vide sbucare un ragazzo alle spalle della collega. Lo aveva visto altre volte, era il tuttofare del locale. Dalla tasca dei jeans strappati tirò fuori qualcosa, dovevano essere pasticche e mentre Rachel era girata di spalle, le ficcò nel bicchiere.

Rob scattò come una tigre, si avventò sulla folla di ragazzi e con uno schiaffo sulla mano della collega le fece cadere il drink, prima che lo portasse alle labbra. Poi si diede all'inseguimento del ragazzo. Ricordava il nome: Lucas.

Lui iniziò a correre e in poco tempo fu fuori dal locale. Rob lo inseguiva senza perderlo di vista. Attraversarono la strada incuranti delle auto che sfrecciavano a tutta velocità, dei clacson e delle parolacce che gli rivolgevano gli automobilisti. Il ragazzo entrò in un vicolo cieco e cercò di scavalcare il cancello di un giardinetto privato. Rob, subito pronto, gli puntò la pistola contro, ma lui, con un calcio sul polso, gliela fece volare dalle mani.

Il biondo sbuffò di nervosismo. Lo tirò per le gambe con tale forza da farlo cadere a terra di schiena. Gli si buttò addosso, sfogando tutta la rabbia che aveva dentro per la situazione di Kate. Una scarica di pugni micidiali colpì Lucas, facendogli saltare i denti. Il volto diventò una maschera insanguinata, stava per svenire. Era sicuro che quel mostro dalla faccia d'angelo lo avrebbe ucciso, finché una voce di donna non lo fermò dal dare l'ultimo colpo mortale e l'ultima cosa che sentì prima di perdere i sensi fu il nome di quell'angelo vendicatore: Rob.


Ashley Stone, pensò bene sul da farsi. Era combattuta, ma la situazione per il bene della ragazza non poteva restare a lungo così. Doveva trovare il modo di aiutarla, visto anche cosa stava per accadere. Camminò avanti e indietro per l'ufficio. I tacchi delle scarpe décolleté, risuonavano nel silenzio. Prese a rosicchiarsi le unghie, un'abitudine che aveva quando era nervosa e doveva prendere una decisione per agire in fretta. Si lisciò la gonna del tailleur grigio e prese i dossier dei due ragazzi. Sospirando, uscì nel corridoio, alla ricerca del generale Owell. Se il destino non era propenso a collaborare, gli avrebbe dato lei una mano.

Riuscì a trovarlo in corridoio, stava per entrare nella sala riunioni e lo fermò giusto in tempo.

«Generale Owell, avrei bisogno di parlarle!»

Il generale si voltò e le sorrise fermandosi. Era un bell'uomo sui cinquant'anni, i capelli brizzolati e gli occhi chiari, gli conferivano un fascino disarmante, ma sapeva essere anche spietato, furbo e molto determinato. Non sperava di convincerlo, ma avrebbe lottato fino alla fine. In fondo la pagavano per il bene degli agenti e loro doveva tutelare.

«Dottoressa Stone, sarò molto lieto di parlarle appena avrò finito coi ragazzi!»

«Mi dispiace, ma penso che lei debba ascoltare prima cosa ho da dirle. E' proprio dei ragazzi e della missione a cui lei sta per dare il via, il motivo per cui l'ho cercata.»

«Cosa intende?» gli occhi di Owell si strinsero in fessure.

«Deve arruolare Miller e Mackenzie nella squadra. Penso che possano dare molto all'indagine.» rispose cercando di essere convincente. Ma il generale Owell non fu d'accordo e rise sarcastico.

«Dottoressa, si rende conto di quello che ha detto? Questa missione li riguarda troppo da vicino. Stiamo per indagare sull'uccisione dei loro genitori! Non possono entrarci. Rischierebbero di non essere lucidi e di fare grossi errori! Si chiama conflitto d'interesse e io rischierei una denuncia.» rispose arrabbiato.

«Pensa davvero che quando dirà loro dell'indagine, resteranno fermi a guardare? Cavolo, parliamo di Mackenzie! E Miller sarà pronta a seguirlo. Mi ascolti, sembrerà assurdo, ma la salute di Kate ne gioverà! E non si metta contro Rob, è uno dei suoi migliori agenti, oltre ad essere quello più ribelle. E poi, mi dica, si è reso conto che la maggior parte dei ragazzi, gli darà una mano?» disse Stone tutto d'un fiato.

Notò che il generale, durante il suo discorso, aveva cambiato atteggiamento, da sarcastico e scettico, passò a riflettere davvero sulle sue parole. Iniziò a guardarla dall'alto in basso.

«No, il resto degli agenti non si metterà contro di me...» disse perplesso.

Ashley sospirò. Quell'uomo era più testardo di un mulo. Ma lei era una psicologa. Sapeva dove far leva per convincere qualcuno a far quello che voleva.

«Generale, lei sta mandando in una missione quasi suicida, i ragazzi affidati al F.Y.R, non gli agenti di carriera. Quelli che sono entrati con un regolare concorso. Mi creda, questa storia farà leva sui loro istinti, perché tutti quelli affidati alla sezione hanno una storia alle spalle burrascosa. Ha mai sentito parlare del richiamo della vendetta? Ne sono assetati, è cresciuto con loro! se non vuole rischiare un ammutinamento, deve farli andare!» Disse con foga. Nell'ansia di esporre la sua teoria le era venuto il fiatone.

Il generale Owell la guardò a lungo. Quella donna sapeva il fatto suo ed era anche molto sexy. Le donne così lo eccitavano. Iniziò a guardarle il seno che nell'esporre le sue idee sporgeva sodo e rotondo dal sotto giacca.

«Insomma, dalle sue parole, rischio di andare dalla padella alla brace. Ho cariche molto in alto che premono perché tutto si risolva velocemente, mentre lei mi sta dicendo di mandare a morire nella squadra proprio gli agenti coinvolti nella strage?» Rispose fissandole il corpo. Lei se ne accorse e sorrise fra sé. Avrebbe raggiunto il suo scopo in qualsiasi modo.

«Generale, deve solo lasciare carta bianca all'agente Anita Cooper. Per quanto riguarda la squadra, sono convinta che tutto si svolgerà senza che se ne renda conto. Deve prendere un aereo fra qualche ora? Lo faccia senza porsi domande. Li lasci soli. Magari venga nel mio ufficio a parlare un po', nessuno potrà incolparla.» gli disse, con uno sguardo malizioso che lasciava intendere altro.

«L'agente predisposto alla coordinazione generale, è Nick Baker, non posso cambiarlo improvvisamente.» Tentò di rispondere il Generale con un sorriso lascivo.

«Baker? Non credo che uno duro come lui sia adatto a questa missione. Cooper conosce bene tutti gli agenti coinvolti. E poi Nick Baker... be' lui ha da terminare una missione urgente nel Sahara o sbaglio?» gli disse, sorridendo e sfiorandogli i pantaloni con l'anca.

«Dottoressa Stone, lei sa come avere qualcosa quando vuole, vero?» rispose il generale, pensando che magari da quella storia poteva ricavarsi qualche piacere inaspettato.

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