1. Kate Miller
Ore 7.50 a.m – Langley-
Stato della Virginia-Contea Fairfax/
Comando generale F.Y.R
«Miller, sono quaranta minuti che ci troviamo qui, se non parla non potrò mai darle una mano!» disse la donna che spostandosi una ciocca di capelli biondi dal viso, la guardava preoccupata. Se non avesse saputo che sotto quell' espressione materna era una grande stronza, magari si sarebbe potuta fidare. Avrebbe potuto sfogarsi. Ma Ashley Stone era la nuova psicologa del F.Y.R e non le avrebbe mai permesso di esaminarla.
No, erano troppi anni che faceva sedute. Troppi anni che le affibbiavano patologie, non ci sarebbe cascata ancora! La curavano per Disturbi post traumatici da stress, o almeno così diceva la cartellina in cartone blu, che con un numero di matricola stampato sopra, indicava la sua vita. Quello che era stata. Chi non sarebbe più stata.
Kate Miller, la bambina che aveva assistito insieme al suo miglior amico, alla mattanza dei propri genitori.
Quella debole, perché lui, Rob, aveva superato la cosa dopo una ventina di sedute. Mentre lei erano anni che soffriva di incubi notturni. Si ripresentavano a periodi e tornavano sempre più angoscianti. Soffriva anche di flashback, ansia e in situazioni di stress diventava estremamente impacciata e timida.
Eppure, era un'agente del F.Y.R. (Force, Young, Revenger). L'organizzazione militare che si occupava di recuperare dagli orfanotrofi, bambini con storie particolari, che non sarebbero stati adottati facilmente, per addestrarli e usarli in tutte quelle operazioni in cui servivano ragazzi.
C'era entrata insieme a Rob, dodici anni prima. Dopo la strage avevano affrontato due interminabili anni di orfanotrofio, poi era arrivato il generale Owell e li aveva portati con sé.
Erano cresciuti lì, avevano frequentato la scuola, avevano vissuto giorno dopo giorno coi membri del F.Y.R, facendoli diventare quella famiglia che era mancata. Ma lo sapeva bene, quella non era una famiglia, era una prigione senza sbarre.
Attendeva con ansia i ventun anni, perché sarebbe stata libera di scegliere se arruolarsi definitivamente o andare via.
Si sistemò meglio sul lettino in pelle marrone e guardò indifferente le pesanti tende di canapa beige che filtravano i raggi del sole, mettendo la stanza dalle pareti bianche in penombra. Sentì la dottoressa Stone sbuffare, e si girò a guardarla.
Dietro quegli occhiali spessi chi si nascondeva?
«Ha mai visto gli occhi del diavolo, dottoressa Stone?» le chiese con voce stanca.
Lei guardò Kate sorpresa, non si aspettava che parlasse, ci stava quasi rinunciando, erano ormai settimane che arrivava a quelle sedute, si sdraiava e rimaneva lì a osservare il soffitto per tutta l'ora della terapia. Ma ora, quella domanda, non sapeva cosa rispondere.
La ragazza le fece un mezzo sorriso, poi guardò l'orologio dietro di lei e si alzò. Aveva deciso che la seduta era terminata.
«Miller, non può andare! abbiamo ancora venti minuti. Lei deve affrontare i suoi demoni!» le disse alzandosi dalla sedia. Kate si fermò sotto l'uscio della porta, con la mano appoggiata alla maniglia.
«Non c'è pace per chi ha visto i suoi occhi. Mi creda, lei e la psicologia non potete niente.» Aprì la porta ed uscì senza che la dottoressa potesse ribattere. Non aveva più voglia di perdere tempo.
Uscì da quell'ufficio come se qualcuno le stesse correndo dietro e si guardò intorno stranita. C'era un via vai inusuale. Notò che molti colleghi scendevano al piano di sotto e incuriosita li seguì. Prese le scale, odiava l'ascensore. Le dava un senso di claustrofobia.
Alla fine della prima rampa incontrò Max, un collega con il quale aveva un rapporto particolare. Alternavano periodi di pacifico amore ad altri di guerriglia. Lei non sopportava il modo di fare, sempre pronto a dire l'ultima. Diventava irritante quando assumeva il ruolo di grillo parlante.
Stava confabulando con alcuni agenti e appena la vide le sorrise. Aveva un bel sorriso. I denti bianchissimi erano in contrasto con la pelle ambrata. Originario del Brasile, era stato trovato tra le favelas a mendicare quando aveva quattro anni. Figlio di una prostituta brasiliana, trovata morta tra i rifiuti, mentre il padre, cliente anonimo, non era mai stato rintracciato.
Classificato poco dopo come non adottabile, per via delle sue continue fughe, era stato dato in affido al F.Y.R qualche anno dopo il suo arrivo. Era il compagno di stanza di Rob, nonché membro della squadra.
«Kate, bambina, hai già finito dallo strizzacervelli?» le disse Max, con un sorrisetto ironico. Le dava sui nervi e lui lo sapeva, ecco perché la stuzzicava così. Kate si innervosiva e perdeva lucidità.
«Gomez, non sono affari tuoi!» rispose nervosa. Guardando nelle iridi grigie di lui, cercò di ignorarlo e di vedere tra gli agenti Rob o qualsiasi essere umano che non fosse Max.
Ma quest'ultimo non mollò e la seguì in sala riunioni ridendole dietro. La ragazza iniziò a sentirsi braccata e urtò la scrivania cadendo col sedere a terra. Quando qualcuno anche per gioco la seguiva non riusciva a essere lucida. La sala era piena di agenti che iniziarono a ridere per la caduta. Nessuno l'aiutò e lei si alzò velocissima, guardò di traverso Max, che nel frattempo era rimasto a ridere di lei senza muoversi, ed evitando altre figuracce si sedette nell'ultima fila.
Passarono trenta minuti interminabili in cui lei ripensò alla sua vita. I ragazzi affidati al F.Y.R erano più o meno venti.
Venti anime strappate alla strada, senza parenti o amici a cui aggrapparsi, crescere e diventare grandi.
Dieci regole da seguire, di cui lei ne aveva infrante almeno la metà. Guardò l'enorme quadro sopra la scrivania che le elencava e si ricordò quando prima delle lezioni, ogni mattina il professore di turno, le faceva leggere ad alta voce:
1. Un militare del F.Y.R è tenuto a rispettare il giuramento prestato.
2. Deve vivere o morire per l'organizzazione
3.Qualsiasi atteggiamento ostile a queste regole è soggetto a legge marziale.
4.Obbedire agli ordini dei superiori e alle leggi presenti in questo elenco.
5.L'agente ha dovere di iniziativa solo nel caso manchi l'ordine del superiore di grado.
6.L'agente ha dovere di conservare e migliorare le proprie capacità fisiche, evitando: droghe, alcool, tatuaggi visibili e fumo
7.L'agente ha il dovere di mantenere il riserbo su argomenti, materie e segreti riguardanti le missioni. Facendo riferimento solo ai superiori.
8.È vietato avere qualsiasi tipo di relazione amorosa o sessuale con agenti e indagati.
9. Omissione o ritardo di segnalazioni di atti che possano contrastare le indagini sono assolutamente vietate.
10.Uccidere solo in caso di estrema necessità.
Rise fra sé, pensando a quanto da piccola, leggerle, la turbavano. Forse il destino con lei finora era stato avverso, e magari prima o poi sarebbe riuscita a raggirarlo, infrangendo anche le sue regole.
Si destò dai suoi pensieri solo quando vide Rob entrare nella sala riunioni. Sbadigliava vistosamente salutando alcuni colleghi. Kate sorrise nel vederlo arrivare, si sentiva al sicuro quando lui era in giro. Ecco perché durante le notti agitate dai brutti sogni, spesso restava nella sua camera fino a tardi. Era l'unica persona che riusciva a tranquillizzarla.
Lo guardò parlare prima con Max e poi con Anita, una collega dal carattere molto difficile e puntiglioso, ed ebbe la conferma che qualsiasi pietra con lui diventava malleabile. La vedeva sorridere e parlargli con confidenza, cosa che faceva con poche persone.
Mentre lei era lì, sola come al solito, nell'ultimo posto in fondo alla sala, osservava gli altri e rimaneva, quando non era vittima del suo essere maldestro, il più delle volte taciturna e mite, nascondendosi nei chili di troppo, nel seno prosperoso, infagottata in tute scure e scarpe basse. Perché lei era così, lei era Kate Miller.
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