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27th Jan 1945 — 27th Jan 2018
La luce che filtrava dalla grande finestra del Berghof sembrava così pura, così bianca e splendente, che rimasi a incanto a fissarla per quelle che mi parvero ore. Erano appena scoccate le due del pomeriggio, il sole alto nel cielo illuminava le vette delle montagne Bavaresi, riflettendosi sul lago che si stendeva a valle: uno spettacolo da mozzare il fiato.
Tic toc, tic toc, tic toc.
«Va tutto bene?»
La voce rauca e grossolana di Eva mi giunse alle orecchie, e pochi secondi dopo percepii la sua mano posarsi sulla mia spalla, stringendola piano, come se servisse, in qualche modo, a calmare il mio cervello irrequieto.
Le rivolsi un rapido cenno affermativo, senza staccare lo sguardo dalle cime innevate. «C'è ancora tanto lavoro da fare».
«Al lavoro penserai più tardi. Perché non ti rilassi un po'?»
Rilassarsi?
Questa parola mi pareva tanto estranea quanto accattivante. Erano passati mesi dalla mia ultima visita al Berghof, e la quiete e la perfetta armonia della mia villa mi erano mancate più di ogni altra cosa. Allontanarsi da Berlino, allontanarsi dai bombardamenti da parte degli Inglesi, allontanarsi da tutto quel caos era una sorta di benedizione.
«Da quanto tempo non dipingi?» continuò lei.
«Da quando ho cose più importanti da sbrigare. L'arte è solo una distrazione,» mi girai a guardarla, fulminandola con un'occhiataccia truce – questo trucchetto funzionava con tutte le persone, ché era abbastanza terrificante da farle intimidire e restare al loro posto, eppure Eva non ne sembrava minimamente turbata.
«Te lo ripeto, rilassati un po'. Ti farebbe bene,» ribadì, per poi girare i tacchi e sparire dal salone – l'eco delle sue scarpe eleganti che cozzavano contro il pavimento mi rimase incastrato in testa: tic toc, tic toc, tic toc.
Presi un respiro profondo, cercando di eliminare tutto lo stress accumulato negli ultimi mesi: era un lavoro arduo ripulire il mondo. Avrei sfidato chiunque a farlo.
Tic toc, tic toc, tic toc.
Decisi comunque di ascoltare il consiglio di Eva, ma non perché me lo avesse detto lei, semplicemente perché volevo davvero dipingere; lasciai così un ultimo sguardo al panorama della Baviera, avviandomi poi con una certa urgenza al mio studio.
Quando varcai la soglia della stanza che avevo arredato io stesso, notai con sollievo che era rimasto tutto come l'avevo lasciato l'ultima volta: non un singolo tubetto di colore era fuori posto, ogni foglio e ogni matita erano dove ricordavo di averli messi. Chiusi la porta alle mie spalle, aprendo le tende pesanti e lasciando che i raggi del sole entrassero anche da quella finestra, prima di fermarmi difronte alla tela bianca, adagiata sopra un cavalletto, e prendere un pennello in mano.
Non mi ci volle molto per trovare l'ispirazione. Credevo che quella pausa dall'arte durata quasi sette mesi mi avesse arrugginito, invece una volta immerse le setole nella tempera, le mie mani iniziarono a muoversi da sole, come se non mi appartenessero più. Mi succedeva sempre.
Prima che me ne accorgessi, una figura femminile stava apparendo sulla tela. Era ancora indistinta, confusa, i lineamenti erano quasi astratti, ma man mano che aggiungevo colore e dimensione, essa diventava sempre più verosimile.
I suoi occhi luminosi, accesi da un barlume di ammirazione verso chiunque stesse guardando, le sue labbra piene e le guance leggermente arrossate, la pelle candida del collo, del decolté, delle braccia. Iniziarono ad apparire dei boccoli d'orati ad incorniciare il suo viso, che le ricadevano sulle spalle in onde perfette, con dei piccoli fiorellini di campo incastonati fra di essi.
Era un'utopia, quasi. E le utopie, nella mia vita, ancora erano distanti, forse pure troppo, forse così lontane che mai le avrei raggiunte: fu così che le mie mani dipinsero delle farfalle.
Dapprima erano solo un paio, sparse vicino a quei riccioli ordinati, pronte per posarsi sulle margheritine che li ornavano, diventando però sempre più numerose, fino ad avvolgere il busto della donna con le loro centinaia di ali leggiadre e colorate. Blu, bianco, arancio, rosa, un miscuglio di tonalità diverse che davano dettagli a quei piccoli e apparentemente insignificanti insetti, dalla punta delle antenne alla polverina che li rivestiva.
Libertà. Non era questo il significato che avevano le farfalle?
Quelle minuscole e bellissime creature erano libere, e neanche lo sapevano. Noi faticavamo, noi ci spaccavamo la schiena e soffrivamo la fame per quel briciolo di libertà che invece le farfalle possedevano dalla nascita. Noi uomini Ariani, puri e benedetti da Dio, che non godevamo del loro dono. Un'ingiustizia tale, era da permettersi? No di certo.
E mentre quei pensieri riempivano la mia testa, le farfalle riempivano la tela, coprendo ogni centimetro di spazio che ancora era disponibile, ormai soffocando la donna, passata in secondo piano.
Questo era ciò che succedeva ad usufruire della libertà, e gli Ebrei lo avevano fatto. Avevano usato la loro indipendenza, avevano agito come le farfalle nel mio dipinto, e anche loro stavano uccidendo il mio popolo. Le razze parassita come la loro avrebbero dovuto imparare che per noi uomini, solo il lavoro rende liberi, e che non tutti potevano essere delle farfalle.
Un forte bussare alla porta spessa mi costrinse bruscamente a distogliere l'attenzione dal quadro. Non mi ero neppure accorto che il sole stava già tramontando, oltre le montagne innevate, tingendo il cielo di rosso.
«Avanti!» tuonai, scocciato. Sbuffai sonoramente, riponendo il pennello che avevo appena finito di usare nel vasetto d'acqua sopra al tavolo. Le mie mani erano così imbrattate di colore che si potevano facilmente mimetizzare e confondere con la tela.
Tic toc, tic toc, tic toc.
Non c'era neanche da porsi la domanda, da chiedersi chi fosse: non era di certo una cameriera qualsiasi o un collega venuto a parlarmi di lavoro: «Mi dispiace disturbarti,» Eva, come avevo previsto. «Ti ho portato la cena». Solo i suoi tacchi facevano quel rumore.
Con riluttanza, staccai gli occhi dalle farfalle per posarli su di lei, mentre un vassoio colmo di cibo veniva adagiato sulla scrivania.
Sospirò, passandomi un foglio di carta.
«Cos'è?» chiesi, storcendo il naso. Ero venuto al Berghof proprio per staccare dalla realtà, e ancora essa mi perseguitava? Prima le farfalle e tutti i pensieri che le avevano seguite, ora anche questo?
«Una lettera dal generale Fritz,» rispose semplicemente.
Allungai una mano, afferrando il documento. «L'hai letta,» constatai.
«Dice solo che tutto procede come avevi previsto».
Annuii, piegando il foglio a metà e riponendolo nella tasca interna della giacca, proprio quando la donna mise gli occhi sulla tela.
«È un capolavoro,» mormorò, contemplandolo con ammirazione. «Tutte queste farfalle... sono stupefacenti, davvero. Hai un vero talento. Mi stupisci ogni volta».
Avrei dovuto ringraziarla e l'avrei pure fatto, ma la verità era che quelle farfalle erano tutto fuorché bellissime – la donna ariana, l'unica cosa che, di quel dipinto, valeva qualcosa, ormai non si poteva vedere più. Ci avevo riversato tutta la mia rabbia repressa, il mio disgusto verso i giudei che usufruivano della libertà proprio come le farfalle, e lei lo trovava magnifico? Eva non capiva, non fino in fondo.
«Penso che dovrei andare a scrivere una risposta al generale,» annunciai, cercando di sviare il discorso. Forse non capiva, ma era perspicace, e sembrava sempre sapere ciò che mi frullava per la testa; la cosa non mi piaceva affatto. Quando le nostre conversazioni si direzionavano troppo verso il mio modo di esprimermi, il mio essere me, preferivo rialzare il muro e chiuderla fuori dal mio corpo, dalla mia anima e dal mio cuore.
Eva sospirò: «Saresti potuto diventare un grande artista, Adolf,» disse, ma a quel punto ero già uscito dalla stanza.
[a/n: per non dimenticare].
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