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Una tazza da tè blu

Non le piaceva stare nella credenza, al buio, con l'odore dolciastro della cera delle candele profumate, poste nel ripiano sopra il suo, che ristagnava nell'aria come l'uva che fermenta e diventa mosto: quel profumo la nauseava, come se non bastasse l'essere perennemente bloccata a testa in giù, con il manico storto, ferma al freddo assieme ad altre tazze e bicchieri di vetro, impilati gli uni dentro agli altri.
Odiava la credenza.
La odiava con tutta se stessa.
Era freddo, era buio, l'aria fermentava per via delle candele e del chiuso... un inferno. La polvere, il cozzare delle altre tazze che le faceva vibrare la ceramica del corpo, dipinta di blu come il cielo di giugno: questo lo detestava ancora di più. Sentiva le sue molecole che si stringevano, che formicolavano di fastidio ogni qualvolta succedesse, timorose di subire lo stesso trattamento. Temeva di essere ferita, temeva il dolore che poteva procurarle un impatto troppo violento con un'altra tazza, temeva la morte ma non poteva farci niente: solo stare ferma al buio e al freddo nella credenza, ad aspettare.
Aspettare cosa? Chi?
Era questione di poco, veramente.
Due mani sempre fredde, un tocco che lei avrebbe riconosciuto fra mille. Un tocco che agognava come un germoglio che cresceva con l'incessante ricerca della luce, un tocco che faceva trasalire le altre tazze, ma che lei adorava sentirsi addosso.
Due mani sempre fredde, salde attorno alla sua ceramica, che le infondevano sicurezza e una discreta dose di amore: sapeva di essere la sua tazza blu, solo sua, e la ragazza stava ben attenta a non usarne mai una che non fosse quella. Il tè non avrebbe avuto lo stesso gusto, altrimenti. 
Il tocco delle mani fredde arrivò all'improvviso, quel giorno – saranno state le tre del mattino, e lei sicuramente non se lo stava aspettando.
Vide la luce entrare dalla porticina della credenza, un raggio giallo fendere l'aria dolciastra e buia, facendone entrare di pulita, poi sentì il cozzare delle altre tazze mentre venivano spostate di lato, e per un attimo ebbe paura – un fremito di puro orrore la percorse tutta, facendola vibrare leggermente, ma quella paura durò poco: ecco le mani. Due serpenti che percepì avvolgersi attorno al manico, poi attorno al suo corpo cilindrico e liscio, in una spira stretta, e un caldo sollievo si propagò per la sua ceramica blu mentre veniva accarezzata piano.
La ragazza la girò nel senso giusto, finalmente, appoggiandola con un quasi impercettibile tintinnio sulla superficie della cucina, di marmo gelido, chiaro e lucente, accanto al bollitore che già borbottava e gorgogliava e si agitava come se avesse avuto un mare in tempesta nello stomaco.
Le versò dentro un cucchiaino di zucchero bianco, assieme alla bustina di tè nero, proveniente da qualche parte oltre le montagne, da qualche parte a Nord, e subito dopo spense il bollitore con un movimento rapido, aggiungendo anche quel contenuto al suo interno, fino a riempirla per tre quarti. Finì con un goccio di latte bianco, una tradizione alla quale era abituata, mescolando il tutto e togliendo poi la bustina.
Il bruciare non le faceva paura, non tanto quanto la credenza. Sapeva di riuscire a sopportare l'immenso calore senza il benché minimo sforzo: era ciò per cui era stata creata, l'andare a fuoco con l'acqua. Che poi era tutta un'illusione, il dolore. Il dolore vero era la credenza, non il tè.
La ragazza la sollevò ancora una volta, spostandola dal marmo alla penisola della cucina. Si sedette difronte a lei, sul suo solito sgabello, e dal basso, la tazza la osservava. Aveva i capelli biondi raccolti in una coda spettinata, pure leggermente sporchi, come se non se li fosse lavati da un po'. Era pallida. E le labbra, quando non erano serrate in una smorfia, tremavano leggermente. Gli occhi verdi erano invece rossi, lucidi e vuoti, tanto da sembrare quasi neri.
Cosa c'è?, voleva chiederle. Perché mi guardi così?
Ovviamente non riuscì a pronunciare alcun suono – in compenso, venne avvicinata alla bocca della ragazza, che si schiuse a mo' di rosa sbocciata, e al solo pensiero che stava per essere toccata da quelle labbra, tutti i dubbi della tazza, riguardanti la felicità della donna, si dissolsero. Le piaceva la sensazione di morbidezza che le procuravano quelle labbra, le piaceva così tanto!
«Bevo dieci tazze di tè al giorno per riempirmi di te dieci volte al giorno, e solo quando sono piena di tè riesco a scrivere di te, ma ti odio perché piena di te non lo sono mai,» sussurrò, e invece di prendere un sorso della bevanda, si mise a piangere silenziosamente, così silenziosamente da non essere neanche pervasa da singulti e singhiozzi che avrebbero potuto scuoterle le spalle e farle tremare le mani, per indicare ad un osservatore esterno che stava effettivamente piangendo. Lacrime tiepide le uscivano dagli occhi arrossati, ecco tutto, e stavolta la tazza dovette riporsi la domanda iniziale: Cosa c'è?
E poi: a cosa pensi? Perché sei triste? Non mi bevi? Non mi vuoi? È successo qualcosa? C'entra lui? Cos'ha fatto? Mi riporti nella credenza? Non voglio!
Ma la ragazza non poteva udirla, e continuava a piangere e piangere e piangere e piangere e piangere... e la bevanda era ormai diventata fredda, ma lei piangeva ancora.
Se quella tazza da tè blu come il cielo di giugno avesse avuto un cuore pulsante, sicuramente l'avrebbe sentito rompersi nel petto: le faceva male vederla ridotta così, con gli occhioni gonfi e la bocca tremolante – faceva più male della credenza. Però un cuore non ce l'aveva, non le era stato concesso, quindi l'unica cosa che sentì creparsi fu la sua ceramica. Un dolore acuto, che durò qualcosa come un paio di secondi, poi crack!
E il tè freddo si svuotò tutto per terra.

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