❦ Capitolo 8: Una rosa per ogni giorno in cui ti penserò
❦ Capitolo 8: Una rosa per ogni giorno in cui ti penserò
Filippo Ferrari non sapeva cosa avesse in testa quando aveva rubato, con addosso l'ansia di essere visto, la lametta di Gigi.
O meglio, lo sapeva, ma non sapeva come affrontare il suo problema se non in quel modo, un modo non affatto da lui.
Non era una cattiva persona, e nemmeno un criminale.
Quello di Greg era stato un incidente, un incidente che lo avrebbe segnato a vita sia per il senso di colpa che per gli anni di prigionia.
Greg era suo amico, forse il suo amico migliore, e la sua morte gli aveva provocato un misto di shock e rammarico difficile da superare.
Non ci dormiva la notte.
Il suo inconscio sapeva per certo che doveva essere lui a morire.
Greg non lo meritava, lui adesso sì.
Era colpevole, nonostante le circostanze, e si sentiva sporco e vomitevole e... Non lo sapeva neanche più lui.
Voleva solo alienarsi dal suo corpo, diventare qualcun altro, essere altro da sé.
Voleva scappare, ritrovarsi a casa sua con Greg vicino che sopportava il suo resoconto delle lezioni di piano di quel giorno.
Voleva che la mamma li ascoltasse di nascosto bisticciare, con un sorriso in volto, dalla cucina.
Voleva riavere la pace di un tempo. Voleva che sua madre non lo guardasse come se fosse un mostro. Voleva che Greg fosse lì con lui a supportarlo.
Ma non era possibile.
Era in carcere, con dei pezzi di merda alle calcagna, e con un senso di colpa impossibile da estinguere.
La domanda che gli ronzava in testa quando era un po' più lucido, senza l'alcolico senso di colpa nello stomaco, era: Sono colpevole o innocente?
Era possibile dissimilare le due cose considerando le circostanze?
Probabilmente no. O forse sì, ma non era capace di farlo da solo.
Quando aveva preso la lametta era consapevole che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, ma aveva paura.
Paura di Ciro.
Paura di Pino.
Paura di tutti loro.
E di sé stesso. Perché era stato lui a rovinarsi, questo lo sapeva bene. E se poteva rovinare sé stesso, forse, poteva rovinare anche gli individui attorno a lui e le persone che amava.
E una di quella persone l'aveva già rovinata, nel peggiore dei modi, il che bastava eccome. no
Nel pomeriggio, poche ore dopo aver parlato con Caterina, la sorella minore di Carmine, aveva deciso di consegnare l'arma alla direttrice.
A primo impatto Caterina le era sembrata una ragazza gentile, seppur diffidente, ed era così perché nonostante lo avesse convinto principalmente per il fratello, aveva capito che era anche perché non voleva che si rovinasse ulteriormente, il che lo aveva fatto sentire meno solo per un piccolo istante.
Carmine era fortunato. Molto.
Così si era ritrovato, verso le 16:30 del pomeriggio, seduto su una sedia con la direttrice davanti. Il comandante, a cui aveva chiesto di essere scortato dalla donna, era invece in piedi dietro di lui.
"Ti rendi conto della gravità della cosa?" gli ripetè per la quarta volta la donna bionda, alzando di poco il tono di voce.
Quest'ultima era ferma e severa, com'è giusto che fosse, ma gli occhi sembravano cercare qualcosa in lui.
Questo lo irritò un po'.
Quale arcano cercherà mai?
Anche adesso stava mentendo a sé stesso. Sapeva quale arcano stesse cercando, perché aveva di proposito evitato di rivelarlo.
Il suo movente.
"C'è qualcuno che ti dà fastidio?" finalmente Paola espresse il suo sospetto "Ti volevi difendere?"
Ovviamente il ragazzo negò.
Non sarebbe servito a nulla parlare, anzi, avrebbe peggiorato le cose. E poi, da come l'aveva trattato l'ultima volta quando era andato da lei, poche settimane prima, a riferirle ciò che ed accaduto sul tetto, quando Ciro e i suoi scagnozzi l'avevano messo a testa in giù è tenuto sospeso in aria, era meglio evitare.
Se fa la stronza poi non può pretendere che le parli apertamente come se fosse la mia psicologa. Ha detto che devo integrarmi? Lo sto facendo.
"Sei più che sicuro di quello che dici, Filippo?"
Annuì.
"Bene, complementi" la direttrice sbatté senza troppa violenza una mano sul tavolo "sei diventato come loro."
Quelle parole fecero più male del dovuto.
~~~
Ciro Ricci non era abituato ad essere rifiutato.
Insomma, era un bel ragazzo, anzi bello era un eufemismo, era pieno di soldi — seppur sporchi di sangue, ma questo era un altro conto — e con delle prestazioni sessuali a dir poco soddisfacenti.
Che altro gli mancava?
Se lo ripeteva spesso da solo: niente.
Era perfetto.
Eppure Caterina Di Salvo, dopo averlo completamente snobbato quando aveva spudoratamente flirtato con lei, era corsa dal chiattillo.
L'aveva vista prenderlo e portarlo dietro lo stesso muro utilizzato da lui come copertura. Ed era assolutamente irritante.
Non sapeva bene perché si arrabbiasse tanto, era una Di Salvo e i Di Salvo non erano dotati di quello che lui chiamava buon gusto, eppure lo stomaco si era contratto quando aveva visto quei due sgattaiolare per parlare in un posto appartato.
O, forse, anche per fare altro.
Se voleva che il suo gioco funzionasse, doveva intervenire.
Ci pensò molto, per non fare scelte da cui non sarebbe potuto tornare indietro, e alla fine decise di fare l'unica cosa che poteva davvero fare chiuso lì dentro.
Chiamò Lino per ordinagli di fare una cosa.
~~~
Caterina Di Salvo era appena tornata dalla palestra.
Era zuppa di sudore e con i capelli conciati peggio di quelli di Frankenstein, e i suoi muscoli sembrava volessero abbandonarla.
Per questo lasciò andare senza cura il borsone a terra, poco distante dalla porta di ingresso di casa sua, e iniziò a cercare lentamente le chiavi per entrare.
Se le avesse perse, suo fratello l'avrebbe ammazzata.
Era già successo due volte, potevano bastare.
Non riuscendo ad aprire, fece un passo avanti e sentì qualcosa sotto la suola delle scarpe da ginnastica.
Qualcosa di abbastanza spesso e pungente.
Abbassò lo sguardo, confusa di non sentire il morbido materiale del tappetino dell'ingresso, e vide...
Una rosa?
Era lunga circa quindici centimetri, con i petali di un delicato rosa e lo stelo costellato di spine.
Era bellissima, seppur strana.
Non per la forma o il colore, ma per dove l'aveva rinvenuta.
Chi ce l'aveva messa? Qualcuno l'aveva persa? O magari era un regalo o uno scherzo?
Con una delicatezza che non sapeva neanche di possedere, la prese tra le dita, e l'ammirò sfiorandole piano i petali con il dito della mano libera.
Era fresca, questo si notava subito.
Ma non le interessava, per quanto fosse bella, la rosa in sé ma bensì il proprietario. O meglio, l'ex proprietario, perché sicuramente ormai era sua, almeno che qualcuno non l'avesse persa.
Magari era parte di un mazzo per qualcun altro, ed era giusto che tornasse a quel qualcuno.
Magari era di Giovanni, il loro vicino, che abitava proprio di fronte a loro.
Da quel che sapeva, aveva litigato di recente con il ragazzo, Mario, e forse quest'ultimo aveva deciso di farsi perdonare ( come al solito) con delle rose.
Anche se spesso prediligeva il classico mazzo rosso.
Più tardi avrebbe chiesto.
O meglio l'avrebbe fattore non avesse scoperto prima che non ce ne era bisogno.
Notò infatti un bigliettino a terra, che prima non aveva neanche lontanamente sfiorato con gli occhi, poco distante da dove era stata appoggiata la rosa.
Lo prese velocemente, curiosa di sapere cosa ci fosse scritto, ignorando il bruciore agli occhi dovuto alle lenti e che le si stavano iniziando ad asciugare per il vento.
Non mi scappi. Puoi provare a farti rincorrere, ma ti prenderò e lo sai. Nel mentre, però, mi accontento di mandarti una rosa. Una per ogni giorno in cui ti penserò. Aspettatene tante.
X
All'inizio aveva quasi creduto fosse una minaccia.
Ma, sfortunatamente, non lo era.
O almeno così sperava.
L'angolo di zia Annie
Vorrei dirvi solo una cosa in questo capitolo: nulla è mai come sembra, non fermatevi all'apparenza.
Un abbraccio
Zia Annie🫶🏻
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