❦ Capitolo 6: Un tuffo nel passato
❦ Capitolo 6: Un tuffo nel passato
Napoli, 23 agosto.
Un anno prima l'inizio degli avvenimenti narrati precedentemente.
Caterina Di Salvo non era tipo da discoteca.
Molte volte era stata trascinata in quel posto da Gaia, la sua migliore amica, ma non era mai stata interessata a sudare ballando tutta la notte, quindi quando era costretta ad andarci si sedeva e beveva qualche cocktail senza superare i limiti.
Non che non amasse il divertimento, sia chiaro, ma preferiva di gran lunga divertirsi in altri modi.
Per lei la compagnia della sua amica bastava a divertirsi, e la discoteca non era proprio un posto d'unione.
O meglio, era un posto d'unione, ma solo unione fisica.
In discoteca potevi avere al massimo dei corpi struscianti o correre il rischio di prendere qualche malattia sessualmente trasmissibile o di rimanere incinta, ma non potevi dialogare o altro.
Balli, sesso, droga e alcol.
Solo questo.
Non era tipo da discoteca, per questo era riluttante ad accettare l'invito di Giulio, un suo caro amico e compagno di classe, che aveva deciso di festeggiare in un privè il suo sedicesimo compleanno.
Eppure, nonostante l'indecisione, si trovava comunque in macchina con suo padre che, ovviamente, aveva subito accettato di accompagnarla a via Toledo per comprare un vestito per la festa.
Nonostante fosse geloso e protettivo come ogni padre, Di Salvo era felice che sua figlia stesse finalmente iniziando a socializzare un pochino di più con altre persone che non fossero Gaia o i suoi fratelli.
Caterina amava suo padre che, del resto, stravedeva per lei.
Era la sua consigliera, la sua figlia prediletta e la sua più fidata alleata.
Prima che morisse.
"Ti vengo a prendere verso l'una e poi andiamo a pranzo fuori, okay? Tanto tua madre e i tuoi fratelli sono fuori" le propose il padre mentre parcheggiava davanti al negozio da cui la figlia voleva incominciare.
Era vero. Wanda, Carmine ed Ezio erano partiti due settimane prima per Roma, mentre Cate e il padre erano rimasti a Napoli per i rispettivi motivi: studio e lavoro.
Il padre non poteva lasciare gli affari sospesi in un angolino per così tanto tempo, e Caterina aveva troppe interrogazioni e troppi compiti importanti per saltarli.
E poi non voleva che il padre stesse da solo, sapeva quanto l'uomo odiasse la solitudine.
"Va benissimo, papà" saltò fuori dalla macchina e gli regalò un sorriso accompagnato da un bacio sulla guancia "a dopo".
~ Salto temporale. Due ore dopo, circa. ~
Camminava da come minimo due ore, aveva almeno girato trenta negozi, e anche non aveva neanche un sacchetto di vestiti in mano.
Aveva solo un sacchetto di KIKO con alcune palette occhi e matite labbra, e uno di un negozio economico di calzature dove aveva visto che magnifici tacchi argentei che avevano assolutamente bisogno di un degno vestito da accompagnare.
Il problema era trovarlo, specie per una indecisa come lei.
Decise che era ora del caffè delle dieci, così si avviò verso un bar dall'altra parte della strada, stando ben attenta ad attraversare.
Era quasi arrivata a mettere il piede sul marciapiede davanti a lei, quando qualcuno le andò a sbattere addosso, facendole cadere le buste di mano.
Si girò verso il ragazzo, poco più alto di lei, con i capelli pieni di gel e dei vestiti di marca indosso.
Una sigaretta era situata tra le labbra carnose e dall'aspetto morbido mentre nella mano destra il telefono che gli occhi guardavano non assolti, anzi, proprio stregati.
"Hey! A casa mia si chiede scusa" lo richiamo, raccogliendo le buste da terra.
Ovviamente il ragazzo non la degnò di alcuna considerazione, così, infuriata, gli corse dietro — facendosi quasi investire — e lo accerchiò per ritrovarsi davanti a lui.
Finalmente, percependo un ostacolare davanti a se, Ciro alzò gli occhi dal suo IPhone.
"Ti servire qualcosa?" incominciò spazientito.
La giornata era iniziata troppo male, ed era troppo nervoso.
"Sì, delle scuse" incrociò le braccia al petto Caterina.
All'epoca era più bassa e aveva i capelli leggermente più corti, oltre alla pancia un pelo più piena.
"E come mai?"
"Perché prima mi hai quasi fatto cadere ma a quanto pare sei isolato dal mondo, visto che non mi hai chiesto scusa e neanche mi hai notata."
"Beh, sei caduta?"
Caterina rimase leggermente sorpresa, ma si riprese subito.
"No, ma le mie buste sì."
"Si è rotto qualcosa?"
Confusa su dove il ragazzo andare a parare, scosse il capo per negare.
"Allora le scuse non te le devo. Ora levati dal cazzo."
La superò bruscamente, colpendo le la spalla, e guadagnandosi un sonoro vaffanculo che fece voltare molte persone, ormai incuriosite dall'accesso dialogo tra i due.
Il movente della loro curiosità, nonostante Caterina ne fosse all'oscuro, era perlopiù che il ragazzo maleducato che l'aveva colpita non era altri che Ciro Ricci.
Ciro-fottuto-Ricci.
***
Ciro Ricci non era il tipo da "no".
Odiava che gli fosse negato qualcosa, e questo era ovvio — seppur non giustificato — vista la condizione in cui era cresciuto.
Era nato e cresciuto avendo il mondo tra le sue mani, o almeno la parvenza di averlo, il che, con il senso di poi, non era poi una grande fattore visto il carattere che questo — più l'educazione criminale che il padre gli aveva inculcato — gli aveva formato.
Per questo quella mattina, nonostante i dissenti del padre, decise di uscire comunque.
Don Salvatore, che da anni aveva cercato di "addomesticare" il figlio e aveva cercato di crescerlo a sua immagine e somiglianza, non aveva neanche minimamente pensato che Ciro, il più ubbidiente e temerario, si sarebbe calato dalla finestra per andare contro il divieto del padre.
Quest'ultimo gli aveva vietato, infatti, di raggiungere Francesco in un bar lungo via Toledo perché aveva "cose più importanti da fare".
Quelle fatidiche cose più importanti, altro non era che un servizietto relativo a un carico grosso di droga per la Sicilia.
Fosse stata un'altra giornata, Ciro lo avrebbe fatto sicuramente con piacere, ma mai e poi mai avrebbe lasciato Francesco solo il giorno del suo compleanno.
Gli affari erano importanti, ma la famiglia e il rispetto ancora di più e Francesco era un membro della sua famiglia, senza se e senza ma.
Sapeva che, una volta tornato a casa, si sarebbe pentito di questa scelta ma, anche se odiava deludere il padre e cercava ogni pretesto per dimostrargli di essere degno del cognome che gli aveva donato alla nascita, ogni tanto desiderava disperatamente un pò di libertà.
Purtroppo, però, nessuno lo avrebbe mai spinto a lottare per questa libertà.
Nessuno. Neanche Francesco, come avrebbe scoperto due giorni dopo.
Parcheggiò il motorino poco lontano dal bar in cui Francesco lo aspettava, desideroso di fare due passi a piedi tra la folla, e mentre attraversava la strada gli arrivò un messaggio dal suo migliore amico.
"Si può sapere arrò staij?"
Alzò gli occhi al cielo, digitando una risposta veloce.
"Due minuti e sono da te, principessa. Non t lamentà semp."
Cambiò poi chat vedendo che Serena, la ragazza che occasionalmente si scopava quando aveva voglia, gli aveva inviato un messaggio nonostante le avesse detto quaranta volte che non voleva essere contattato da lei, e che se voleva vederla l'avrebbe chiamata lui.
Non sapeva neanche perché effettivamente gli avesse dato il suo numero, per farlo doveva essere ubriaco fradicio.
"Quando ci vediamo?"
Proprio mentre stava per risponderle, sentì una presenza davanti a lui e arrestò i suoi passi.
Alzò lo sguardo e si ritrovò davanti una ragazza dai capelli così scuri da sembrare neri, poco più bassa di lui.
Aveva gli occhi pieni di fastidio e le labbra dipinte di rosso piegate in una smorfia infastidita.
Lo sguardo gli cadde in automatico sul seno abbastanza piatto e poi sul fisico nella media: aveva un pò di ciccia, che le rendeva la pancia evidente e il viso tondo. Gli occhi, di un marrone banale, erano evidenziati dalle ciglia lunghe e l'eyeliner che aveva sulle palpebre. Indosso aveva una maglietta a mezze maniche bianca infilata in un pantaloncino di jeans chiaro che le arrivava a metà coscia. I piedi erano chiusi in delle Nike bianche e aveva delle buste in mano, segno che era in piena fase compere.
"Ti serve qualcosa?" domandò spazientito, volendo chiudere la questione il prima possibile.
Francesco iniziava a spazientirsi e quella ragazza, che poi non lo attirava neanche chissà quanto vista la sua bellezza pur sempre semplice, non sembrava in procinto di avere una conversazione serena con lui. Non voleva saltargli addosso, e non voleva chiedergli invano di uscire, cosa che lo infastidì nonostante non lo diede a vedere, ma al contrario era infastidita per Dio sa solo quello che le aveva fatto.
"Mi devi delle scuse."
"E come mai?"
"Perché prima mi hai quasi fatto cadere ma a quanto pare sei isolato dal mondo, visto che non mi hai chiesto scusa e neanche mi hai notata."
Ciro alzò istintivamente il sopracciglio tagliato.
Quella ragazzina o era maledettamente stupida per parlargli così o non sapeva chi fosse, il che implicava che o veniva da fuori o per tutto quel tempo aveva vissuto sotto terra con le talpe.
"Beh, sei caduta?" chiese, tanto per levarsela da torno senza ricorrere alla violenza.
Anche se odiava le regole, ce ne era una che seguiva senza obiettare: Mai fare del male ai bambini e alle donne, non importa quanto si sia arrabbiati o quali impulsi ci vogliano sottomettere.
"No, ma le mie buste sì."
"Si è rotto qualcosa?"
La ragazza parve confusa, probabilmente dalla sua mancanza di scuse ma la presenza di domande.
"Allora le scuse non te le devo. Ora levati dal cazzo."
La superò bruscamente, colpendole la spalla, guadagnandosi così un sonoro vaffanculo che fece voltare molte persone, ormai incuriosite dall'accesso dialogo tra i due.
Ma a Ciro poco importava. Era in ritardo e ora anche nervoso.
***
~~ Due giorni dopo ~~~
Caterina si risistemò nuovamente i capelli con le mani tremanti.
Non riusciva a non pentirsi di aver accettato l'invito di quella serata che, ne era fin troppo consapevole anche a casa mentre indossava il vestito nero corto fino alle ginocchia, sarebbe stata un completo disastro.
Ogni volta che veniva invitata a questo tipo di feste era sempre consapevole del finale della serata, ovvero lei che tristemente si pentiva di aver sprecato una sera che poteva usare per leggere, eppure non rifiutava mai.
Che sciocca che era.
Suo fratello le aveva fatto numerose raccomandazioni, finendo anche per essere ripetitivo, mentre prendeva le chiavi di casa e superava l'uscio della porta alzando gli occhi al cielo.
Aveva deciso di indossare un vestito talmente aderente da aver rivalutato l'idea di indossarlo una volta davanti allo specchio.
Le sembrava di essere così sbagliata...
Poi Ezio era entrato, le aveva sorriso e aveva affermato con assoluta devozione: "la bellezza è proprio di famiglia."
Solo allora aveva ritrovato la forza necessaria per indossare quella fittizia sicurezza che vestiva odiernamente.
Eppure stava esitando.
Le luci dirompevano dal locale, provocando fugaci lampi colorati che illuminavano la strada cupa ma affilata che si affacciava all'esterno.
Sussultò quando una mano fredda prese la sua penzolante nel vuoto.
Si voltò subito e incontrò gli occhi color cioccolato di Gaia, da lei soprannominata Gea (la dea) per la somiglianza tra i due nomi e l'aspetto con cui la dea era stata raffigurata in un video su internet visto in classe, molto simile a quello di Gaia.
Possedeva un fisico asciutto e ben delineato che attirava lo sguardo di tutti, specie se combinato con la ribelle e lunga chioma riccia.
"Ciao" la salutò con un sorriso.
"Pensavo di scappare, non è così?" la sbeffeggiò la riccia, sistemandosi la borsetta nera.
Indossava un tubino di velluto bordò che le fasciava il corpo fin sopra il ginocchio.
La collana ornata da un piccolo punto luce era messa in risalto dallo scollo a barca e, stranamente, le ciocche ricce anteriori non erano legate indietro da forcine invisibili.
Era perfetta.
"Forza, il tuo Romeo ti sta aspettando."
Alzai gli occhi al cielo.
"Smettila di chiamarlo così" fece riferimento a Giulio.
"Ma se sei tu che ti sei fissata" controbatté "stavi parlando di lui fiko a un'ora fa."
Caterina sospirò, non sapendo come ribattere.
Gaia aveva ragione: era cotta di Giulio dal primo anno di liceo.
Era il ragazzo perfetto sotto tutti gli aspetti.
Possedeva capelli color oro che gli incorniciavano il dolce viso illuminato da due grandi sfere azzurre.
Quell'azzurro simile alla superficie marina che l'aveva stregata fin dal primo istante in cui aveva varcato la soglia della sua classe.
Giulio era il ragazzo più intelligente che conoscesse.
Era un vero genio in matematica, e conosceva a memoria i discorsi di Cicerone e Cesare (in latino!)
Era anche estremamente dolce e gentile. Lo vedevi ogni mattina con un sorriso sul volto; un sorriso così luminoso da contagiare chiunque.
Non era così sciocca da credersi innamorata, ma sicuramente non lo vedeva solo come un amico. Se potesse comunque considerarlo un amico; non aveva neanche il coraggio di parlargli.
Lei, Caterina Di Salvo, che aveva timore di parlare con un ragazzo.
Se ne vergognava lei stessa.
Gea la prendeva costantemente in giro per questa cosa, solo perché era consapevole che la Di Salvo si sarebbe irritata.
Era sempre facile quando il discorso era incentrato sui suoi difetti.
Caterina aveva molti pregi, ma di certo non apprezzava le critiche.
"Non volevi entrare?"
"Lo voglio ancora."
Così, a malincuore, la Di Salvo varcò la soglia del locale con la mano in quella dell'amica.
***
Ciro Ricci stava ballando con una ragazza di cui non conosceva neanche il nome.
Era il diciottesimo di suo fratello, Pietro, che aveva deciso di festeggiare in un ristorante a Posillipo dotato di una grande terrazza che era stata decorata con un lunga tavola per il buffet e un piccolo parco dove erano presenti le casse per la musica e un microfono.
Al posto dei jeans strappati e stretti e la maglietta di marca che calzava a pennello, indossava un pantalone in tinta unita nero che era detto da una cintura nera. La camicia era sbottonata fino a metà petto lasciando così in bella vista il crocifisso d'oro.
I capelli erano come di consueto pieni di gel e mocassini neri ai piedi.
Al suo fianco, allacciato ad una ragazza mora, c'era Francesco - il suo migliore amico - che indossava la medesima camicia: nera in stile barocco, decorata quindi con ghirigori dorati.
Si scostò dalla giovane fanciulla il cui corpo era fasciato da un vestitino fatto interamente da paillettes di vari colori, per dirigersi verso il buffet. Proprio in quel momento passò davanti a lui un cameriere con un vassoio colmo di calici di champagne.
Ne prese uno senza neanche ringraziare e lo bevve tutto d'un fiato.
Sì riavvicinò alla ragazza, ora in compagnia di un ragazzo e una ragazza sui vent'anni, e - con suo sommo dispiacere- si intrattenne in una discussione con loro.
Fortunatamente la tortura terminò quando Francesco staccò le labbra da quelle della ragazza e lo richiamò: "Oh Cirù, vogliamo fare gli auguri a tuo fratello?"
"Comm"
(Certo)
Si girò e chiamò a gran voce il fratello, in quel momento vicino al buffet, che si girò con uno scatto repentino rischiando quasi di far cadere la pizzetta.
"Oh" rispose con una punta di fastidio.
"Vien cà."
(Vieni qua)
Con passo accelerato si diresse verso Ciro che, prendendo un altro calice di champagne, si preparò a fargli gli auguri pubblicamente.
"Uagliù, facciamo tanti auguri a Pietro, che oggi compie diciotto anni."
Dalla basta folla di persone, orami riunita attorno ai fratelli, partì un coro di forti applausi che si sfumò solo con l'ausilio delle parole di Ciro.
"Proprio per festeggiare questa occasione, gli ho fatto scrivere una canzone."
Un altro coro di applausi.
"Ma serij fai?" Pietro alzò la voce abbastanza da farsi sentire dal fratello minore. Nel mentre lanciò una fugace occhiata nella direzione in cui Rosa, sua sorella, stava ridendo con le sue amiche.
"E cert."
(Certo)
Quando Ciro fece un cenno al cantante difronte a loro, quest'ultimo iniziò a cantare accompagnati da una dolce melodia che mi accompagnò finché Pietro non lo prese per il braccio, interrompendo il suo abbraccio con Francesco.
"Papà ti deve parlare."
***
Caterina Di Salvo si sentì soffocare.
Era entrare in quel locale, uno dei più prestigiosi di Napoli, tra l'altro, da neanche un'ora e sentiva la gola chiudersi.
Gli occhi le lacrimavano per il forte odore di fumo e di alcol e non riusciva più a trovare Gaia.
All'inizio aveva ballato con lei e poi con un ragazzo carino che le aveva affibbiato l'amica — Leone, Leonard, Leo... non ricordava bene — prima di dirigersi da Michele Rossi, il ragazzo che le piaceva da ormai un anno.
Per un po' si era anche divertita: aveva ballato insieme al ragazzo e bevuto con moderazione.
Il ragazzo non possedeva un viso così bello da rimanere impresso nella mente: forse era biondo, o castano... non ricordava neanche il suono della risata, anche se aveva riso parecchio.
"Dove diavolo sei?" ringhiò sottovoce, stringendo i denti.
Camminò a tentoni per il locale, incontrando molti suoi compagni di classe: Giulia e il suo abitino corto che le aveva sorriso alzando un bicchierino di shot, Giovanni che le aveva sorriso sbrigativo prima di rincorrere Marta della 3B, e anche Alfredo che non l'aveva minimamente notata, troppo occupato a ballare con una ragazza di almeno vent'anni.
L'unico che non aveva visto era proprio il festeggiato...
Neanche a pensarlo, svolto a destra e finì in un corridoio i cui fianchi erano costellati da porte.
Pregando che una di queste fosse il bagno, aprì la seconda a destra e la richiude velocemente dietro di sé.
Allora sentì i gemiti e i sospiri.
Quasi subito realizzò di essere in una camera dalle pareti rosse e le tende nere.
Sul letto dalle lenzuola d'avorio c'erano due figure una sopra l'altra.
Sgranò gli occhi prima di sentire una fitta al cuore comprendendo l'identità dei due amanti: Giulio e Angela della 2C.
I capelli dorati erano disordinati e alcune ciocche cadevano sulla coscia della ragazza sotto di lui. Aveva i pantaloni abbassati fino alle caviglie e i boxer abbassati al punto che Caterina riuscì a vedere il suo membro teso.
Angela non era più vestita si lui: il reggiseno era stato gettato nell'angolo sinistro della porta e la gonna era stata abbassata fino alle caviglie.
Indossava solo il perizoma nero che Giulio cercava di togliere con i denti.
Sentì una sensazione di vuoto nel petto e il viso arrossire per l'imbarazzo e la rabbia.
Sentiva gli occhi bruciare, ma non per l'alcol...
Sentiva gli occhi umidi, ma si impuntò sul non cedere ai sentimenti.
Piangere è solo una reazione umana, può essere fermata, Caterina.
Piangere è solo una reazione umana, può essere fermata, Caterina.
Piangere è solo una reazione umana, può essere fermata, Caterina.
Piangere è solo una reazione umana, può...
Sentì una lacrima scorrerle lungo la guancia.
Gli occhi le bruciavano come se le avessero buttato la testa nel camino e non avesse chiuso gli occhi.
Si sentiva bruciare.
Quando Giulio si accorse di una presenza estranea, si alzò di scatto e sgranò gli occhi vedendola lì in piedi.
"Caterina..."
Quando si ricordò di essere completamente nudo, si tolse la camicia e si coprì l'intimità.
"Scusatemi, cercavo il bagno."
Così corse via dalla camera e anche dal locale.
***
Ciro Ricci quasi lasciò cadere il bicchiere per lo shock.
Si trovava all'interno del locale che era stato appositamente adornato di palloncini color oro e nero.
I tavoli di forma circolare erano rivestiti da sontuose tovaglie bianche e abbondavano di bicchieri di vino o/e champagne.
Tutti gli invitati erano ancora all'esterno, sul terrazzo, e si godevano la musica, mentre Ciro e suo fratello sedevano al tavolo destinato alla loro famiglia con il padre, Don Salvatore Ricci, e il suo braccio destro.
Ciro aveva captato fin da subito che ci fosse qualcosa che non andava.
Il padre non era la persona più espressiva che conoscesse, senza dubbio, ma era fin troppo serio quella sera. A casa non ci aveva fatto caso, pensando fosse dovuto ai richiami che aveva dovuto fare ai figli purché si sbrigassero, ma i suoi occhi non avevano vacillato neanche un momento neppure quando la festa era nel suo vivo.
Salvatore Ricci non era una persona frivola, anzi.
Raramente si divertiva, o almeno non lo faceva davanti agli occhi dei figli, e ogni occasione per lui era buona per parlare di "affari".
Ciro, Pietro e Rosa ci erano abituati; insomma, da piccoli giravano per i quartieri più precari di Napoli con dentro i giubbotti delle bustine contenenti quello che, avevano capito pochissimo tempo dopo, non essere zucchero o sale.
Salvatore Ricci era un uomo senza scrupoli, il cui potere era l'unica vera fonte di amore e benessere. Amava i figli, ma questo non lo spronava ad allentare la presa, anzi, fosse stato messo davanti alla scelta, avrebbe scelto la camorra anziché loro.
Il fatto, poi, che Pietro e Ciro fossero entrati a far parte del sistema lo aveva reso ancor più autoritario e convinto di quel che faceva.
"Ma cosa stai dicendo, pà?"
Non era possibile. Non poteva essere lui L'infame che il padre gli aveva chiesto di ammazzare. Non poteva essere Francesco.
Era il suo migliore amico, suo fratello, erano cresciuti insieme ed avevano fatto le cavolate peggiori. Sì erano coperti le spalle a vicenda, si erano sostenuti e aiutati.
Sentì un crampo al cuore doloroso come la puntura di un calabrone.
Aveva gli occhi spalancati al punto che briciavano, se non per quello allora per le lacrime, e una smisurata voglia di urlare.
Non è vero.
Non è vero.
Ciro, non credergli.
È tuo padre Ciro, non sta mentendo ma lo sta facendo.
Non può essere lui l'infame, ieri ha anche proposto di andare a fare quel servizio per il siciliano insieme.
Francesco sta mentendo.
No, papà sta mentendo.
Non voglio saperlo ma sì che voglio.
No.
Sì.
Voglio andarmene. Non farti vedere così da papà. Papà non può vedermi crollare. Non avere paura, Cirù.
No, lo champagne è buonissimo e il locale tutto sommato è carino... Francesco... Tu sij nu Ricci, non puoi essere debole. Sono stanco...hanno spento le luci?
"Ciro!" sbottò il padre, tentando di riportarlo alla realtà "che cazzo fai?"
Il ragazzo aprì di scatto gli occhi, rendendosi conto solo nell'atto di averli chiusi e di avere in mano un bicchiere di champagne che stava tracannando come un barbone.
Cos...?
"Mi hai capito?" ringhiò Don Salvatore "sai cosa devi fare, no?"
Gli allungò una pistola coperta da un tovagliolo in tessuto che afferrò subito.
Cercò di ricomporsi poiché non poteva permettersi di farsi veder crollare dal padre.
«Non devi mai avere paura, Cirù. È da deboli e tu nn devi essere debole. Tu sij nu Ricci.»
(Tu sei un Ricci)
"Ho capito."
***
Ciro Ricci era scappato dopo neanche dieci minuti dalla festa.
Il tempo di controllare che né il padre né il fratello lo stessero osservando e se l'era svignata. Prima, però, aveva controllato che la sorella stesse bene e, dallo stato di ebrezza in cui era, stava molto più che bene, il che lo aveva spinto a chiedere a Gaetano di sorvegliarla.
Non riusciva a smettere di camminare. Era già alla terza sigaretta e non faceva altro che pensare e pensare
Giunse al lungomare di Margellina e sperò, guardando il mare, che Dio lo aiutasse. Non voleva ucciderlo.
Non voleva e non poteva. Francesco era suo fratello e, se si fosse trovato al suo posto, non lo avrebbe mai ucciso. Gli voleva bene, forse aveva fatto qualche baggianata delle sue, ma niente di troppo serio per arrivare a questo punto.
Devi prendere una posizione se vuoi essere preso nel sistema, gli suggerì una vocina cauta e sottile proveniente dalla parte più depravata di sé.
Scosse energicamente la testa. No.
Devi. Non posso.
Devi, ma non puoi...
Devi... non posso...
Puoi... non devo...
Devi...no.
Sì prese la testa fumante tra le mani e si lasciò andare su un muretto che affacciava proprio sulla distesa d'acqua che oramai era scura e invisibile si suoi semplici occhi umani.
Sì accese la terza malboro rossa, non aveva alcuna voglia di rollarne una da sé.
Proprio quando stava per bruciare il tabacco giunse alle sue orecchie una voce derivante da destra.
"È già la quarta sigaretta che fumi, non so quale sia il tuo problema ma questa non è decisamente una soluzione."
Si voltò di scatto e si ritrovò davanti una ragazza dall'aria familiare.
Aveva indosso un vestito aderente che le arrivava a metà coscia.
Nonostante il fisico fuori dai canoni di bellezza che prediligeva (come il resto della società), le stava divinamente e questo non poteva non ammetterlo.
Si concentrò un pochino e riuscì a riconoscere in lei la stessa ragazza con cui si era scontrato la mattina prima.
"Ma staij nata vot appriess a me?!"
"Io non sto seguendo nessuno. Al massimo sei tu che lo stai facendo. È la seconda volta che ti rivedo, purtroppo."
La risposta piccata fede ridacchiare il ragazzo.
"Non è serata, nennè" tornò a fissare il mare.
"Neanche per me, se per questo" sospirò e, inaspettatamente sia per lei che il Ricci, appoggiò anche lei le braccia sul muretto finendo per far sfiorare i loro gomiti.
Rimasero per un po' di tempo in uno stato di silenzio spezzato solo dal fruscio delle piccole onde del mare.
"Cosa ti è successo?" chiese finalmente il ragazzo, preso dalla curiosità.
"Cos'è successo a te?"
Ricadde il silenzio.
"Ho visto il ragazzo che mi piace a letto con un'altra."
Ciro si limitò ad annuire lentamente.
Di nuovo il silenzio. Forse era meglio così: il silenzio era una lingua universale, comprensibile a tutti e parlata da chiunque.
"Mi hanno detto di fare una cosa che non voglio fare."
Abbassando lo sguardo, Caterina vide il giovane torturarsi l'anello all'anulare della mano destra. Era agitato, lo si vedeva chiaramente, anche se cercava di nasconderlo.
"Se non vuoi farlo, non farlo. Mio padre mi ha insegnato che se stessimo agli ordini degli altri, non saremmo mai padroni della nostra vita e, non so te, ma io preferisco essere lo scrittore della mia vita piuttosto che lo spettatore."
"Non siamo i protagonisti?" sbuffò il suo interlocutore.
"Anche, sì. Ma non per questo dobbiamo stare alle regole dettate dagli altri."
Il silenzio venne interrotto di nuovo dalla suoneria di un telefono.
La vibrazione elettronica era un fattore di irritazione troppo forte per ignorarlo, per questo Ciro pescò il telefono dalla tasca e guardò il mittente della telefonata.
Pietro.
Con uno sbuffo rifiutò e tornò a guardare il mare come se fosse la sua unica ancora di salvezza.
Se solo avesse saputo che il mare quell'ancora gliel'aveva donata proprio quella stessa sera.
Era di fianco a lui e neanche la guardava.
Era già insieme a lui ma non riusciva a capirlo.
L'angolo di Zia Annie
Ciao, amici! Premetto che questo capitolo è sicuramente uno dei miei preferiti del primo atto, mi sta molto a cuore e spero che piaccia anche voi. Come avete potuto ben vedere Ciro e Caterina si sono già incontrati 🫶🏻😭
Capisco che, ora come ora, ci sorga spontanea una domanda: ma se lo ricordano? La risposta è ovviamente che dovrete continuare a leggere per scoprirlo. Con me niente è lasciato al caso, tranquilli.
Non vedo l'ora, però, di entrare nel vivo della storia; credetemi, ce ne saranno delle belle!
Vi mando un abbraccio.
Zia Annie🫶🏻
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro