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❦ Capitolo 5: Piano (im) perfetto

Piccola nota: non ho revisionato. Mi scuso per eventuali errori di battitura. Revisionerò al più presto🫶🏻.

05: Piano (im) perfetto.

Dodici ore prima dell'incontro con Caterina.

Ciro Ricci aveva una mente geniale, crudelmente geniale.
Nonostante la sua scarsa conoscenza delle discipline scolastiche e nonostante la mancanza di un diploma.

Aveva quella lampadina sempre accesa in testa, forse costruita dalla durezza della strada, o forse creata dal glaciale comportamento del padre e del fratello.

Neanche lui aveva una risposta limpida in mente.
Sapeva solo di dover sfruttare al massimo le sue armi, e lo faceva, e anche bene.

Sedeva sul davanzale della finestra sbarrata, una sigaretta in bocca, e la mano tra i capelli privi di gel.

Quando erano liberi, spettacolo a cui pochi eletti (solo Edoardo e la sua famiglia) potevano assistere, erano leggermente arricciati e amava passarci la mano, per toglierseli dal viso.

Picchiettò con il dito contro una sbarra, indeciso su come affrontare la situazione "Caterina Di Salvo".

Di certo voleva divertirsi, prima di fare qualsiasi cosa.

Una sana scopata non faceva male a nessuno, no?
E poi sarebbe stato davvero soddisfacente sbattere in faccia ad Ezio Di Salvo, suo fratello, che si era portato la sua sorellina a letto e l'aveva scopata per un'intera notte.

E poi così avrebbe messo a tacere Edoardo che continuava a sfotterlo, sostenendo che non aveva il coraggio di dire che la Di Salvo era bella, solo perché pensava che non fosse alla sua altezza.

Puff, come se lui, Ciro Ricci, non fosse degno di qualcuno.
Al massimo, gli altri non erano degni di lui.

"Cirú" la voce del suo compagno di cella lo risvegliò bruscamente dalla corsa dei suoi pensieri, che quel giorno — a quanto pare — erano in vena di maratone.

"Che t serv, Eduà?"
(Che ti serve, Edoardo?)

"T veg pensieroso" affermò l'altro, buttandosi malamente sul suo lettino che, ovviamente, protestò emanando polvere e facendo un brutto rumore.

"Tra poco u spacc stu cos" buttò la sigaretta fuori dalla finestra "cu cazz poi che dormi nel mio. A cost e t fa rummì nder."
(Tra poco lo spacchi questo coso)
(Con il cazzo che poi dormi nel mio. A costo di farti dormire a terra)

Edoardo sbuffò, mettendosi comodo, stavolta con più attenzione.

"Allora? Che stai pensando? Tra poco dobbiamo scendere a mangiare."

Ciro si alzò, stiracchiando dopo ore le gambe, e incrociò le braccia al petto osservando il mare oltre alle sbarre con un sorrisetto sul viso.

"Sto pensando a come divertirmi, Eduà."

"Stamm in nu sfaccim e carcr, Cirù. Comm t vuò divertì?"
(Stiamo in un cavolo di carcere, Ciro. Come ti vuoi divertire?)

"Poi vedrai, Eduà. Poi vedrai."

***
Era incredibile come la vita in carcere fosse un loop continuo: ti alzavi, facevi la doccia e ti vestivi, avevi un po' di libertà, poi mangiavi, successivamente tornavi in cella e ci rimanevi per tutto il giorno fino alla cena. Cenavi e tornavi in cella a perdere tempo prima che le luci venissero spente.

Era tutto maledettamente monotono e soffocante.

Aveva i giorni di permesso, ovvio, ma non sembravano mai abbastanza.

E poi, senza Francesco non sapeva come divertirsi davvero. Poteva solo pensare agli affari del padre, che chiamava ogni due giorni (come suo fratello e sua sorella) ma alla fine era tutto troppo... banale.

Sapeva bene cosa aspettarsi una volta uscito per due giorni da lì, non era niente che lo eccitasse, che lo motivasse a uscire.

Non c'erano persone che amava o almeno fremeva di rivedere.

Erano solo i Ricci. E i Ricci erano stronzi anche tra di loro.

"Cirù" lo richiamò Totò "guarda là che duo a sta formand."

Indicò con il capo uno dei tavoli della mensa.

Sarebbe stato del tutto sgombro se non fosse stato per i due ragazzi che lo occupavano: Carmine Di Salvo e Filippo Ferrari.

Il piecoro e il chiattillo.

Ciro alzò un sopracciglio, colpito.
Erano praticamente come l'acqua e il fuoco; uno veniva da una famiglia mafiosa di Napoli, l'altro era un figlio di papà di Milano.

Le uniche cose che li accumunavano erano il posto dove erano finiti e il motivo per cui ci erano finiti.

"Chill infam ha uccis all'amic suoij." grugnì Pino, riferendosi al chiattillo.
(Quell'infame ha ucciso il suo amico)

"Infatti gli daremo noi una lezione, Pinù. Statt tranquill."

Ciro, nel profondo, sapeva di essere lui l'infame, ma non gliene fregava un cazzo.

Lui non aveva potuto punire se stesso per la morte di Francesco, e allora avrebbe punito Filippo.

Semplice.

E magari poteva vendicarsi anche della morte di Nazario.

Come?

Ancora più semplice.

Avrebbe ingannato Caterina Di Salvo: se la sarebbe portata a letto, magari più volte, e poi le avrebbe spezzato il cuore in mille pezzetti con cui poi avrebbe ammazzato il fratello.

Crudele, direte?

Questo era solo il minimo di quello che Ciro poteva anche solo pensare di fare.

O almeno, prima che si fregasse da solo.

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