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Nove
“Hai fratelli, Joseph?”
Il ragazzo emise un versetto divertito: “No, sono solo come un cane”.
Anche la ragazza emise un verso divertito, non rise per evitare di far cadere il gelato dalla bocca, rischiando di sporcare la camicia color carta da zucchero.
Aveva sentito il bisogno di parlare con qualcun che non fosse dentro la sua cerchia di confidenza. Qualcuno che non avrebbe giudicato ogni parole che lei avrebbe pronunciato. Minnie era stata esclusa a prescindere, non sarebbe nemmeno stata in grado di ascoltare le prime sillabe. Non se l'era sentita di telefonare a Ivan, altrimenti avrebbe firmato la sua condanna agli ultimi mesi infiniti di silenzio forzato, e non aveva altre conoscenze con cui valesse la pena sfogarsi del più e del meno.
Joseph era stato l'unica presenza con i requisiti adatti. Aveva già dimostrato varie volte di essere un oche ascoltava con attenzione, che al momento giusto diceva la sua. E anche se i suoi movimenti nel portare il cucchiaino di plastica alla bocca erano terribilmente lenti, Flora si sentiva seguita con le orecchie e con la mente.
Suo padre non le aveva nemmeno chiesto come fosse andata la mattina in Università. Già lo vedeva poco, e quelle scarse volte non si dimostrava interessato a niente che riguardasse la figlia maggiore; anzi le aveva chiesto di aiutare nelle pulizie, e in più Giada, si era rintanata bel suo angolino senza finire la sua parte.
“Magari fossi anche io sola come te” disse guardandolo mangiare la sua coppettina, “Ho una sorella che va alle medie. Ed è terribilmente stupida” tornò a guardare rassegnata le onde del mare colpire lievemente il muro del porto.
“Come tutti i ragazzini delle medie”.
“Sì, ma lei è in grado di essere su un altro livello” il livello a cui Flora alluse era il fatto che ogni singolo divieto per Giada diventasse un pretesto per trasgredire le leggi naturali dell'impotenza, dandole modo di prendere la vita sempre come voleva lei senza che nessuno la sgridasse dopo. Anni fa questa cosa la faceva soffrire parecchio, prendersi i rimproveri che dovevano essere indirizzati a qualcun altro non era mai stata l'attività preferita della ragazza, e peggio ancora sentiva sempre una nota di astio nei due modi di educazione.
“Sai che la cosa andrà peggiorando, vero?”
“Come fai ad esserne sicuro?”
“Sentivo spesso i miei nonni dire che i miei cugini erano fin troppo privilegiati per l’età che avevano. Hanno solo tre e cinque anni in meno di me”.
Era la prima volta che Joseph alludeva alla sua famiglia, Flora si voltò velocemente e gli rivolse uno sguardo interessato. In tutte le volte che si erano incrociati e dove avevano finito per parlare per minuti interi, il ragazzo non aveva mai detto nulla riguardo alla sua vita privata. La casa dove abitava era trasandata, ma vuota tranne quando lui era presente all'interno.
Avrebbe voluto chiedergli dove fossero i suoi genitori, i nonni di qui parlava e i cugini privilegiati, ma quando aprì la bocca per formulare una sola di quelle domande, inaspettatamente le parole le morirono dentro. Non era sicura che il ragazzo ne volesse parlare, una piccola nota nostalgica si era fatta sentire quando aveva tirato fuori quell'aneddoto dal nulla.
“E loro… sono rimasti privilegiati?” chiese cercando di assumere un tono divertente.
Joseph rise, e le raccontò che adesso entrambi saltavano da un piccolo impiego e l'altro perché non avevano mai abbastanza competenze per tenersi un posto fisso. Il maggiore era aiutante in nero da un meccanico, e tornava sempre a casa con le mani nere e un diavolo per capello, mentre il minore vendeva frullati in un chiosco ambulante. Da piccoli avevano sempre dichiarato che sarebbero diventati proprietari soci di un'importante concessionaria di automobili, capaci di correre a grandi velocità e rotanti di prestazioni innovative e uniche. Nel giardino degli zii si divertivano sempre a costruire prototipi con i bancali, frugando nel garage del loro padre e rubando gli attrezzi dai cassetti. Quante volte erano finiti dal medico per un chiodo arrugginito. La zia aveva iniziato ad odiare le loro trovate per improvvisarsi meccanici esperti, tanto da ordinare al marito e al suocero di nascondere ogni tipo di attrezzo o materiale che potessero accaparrarsi.
Era interessante il loro temperamento, aveva aggiunto il ragazzo. I suoi cugini erano ancora convinti di poter aprire la loro officina, e ad ogni lavoretto tenevano da parte lo stipendio scrivendo in un taccuino la somma raggiunta e quanto mancasse per ottenere il capannone. Flora pensò invece che fosse ormai un compito troppo arduo. Già non si era presentato come un gioco da ragazzi, ma sapeva per esperienze familiari che i capannoni - specie quelli tenuti bene - andavano a ruba, e che se volevano ottenerne uno ancora in buone condizioni avrebbero dovuto sudare molto. Joseph però la contraddì: “So che non è facile, ma se si parte prevenuti, tanto vale non sperare”.
“Perché?” chiese lei perplessa, “Da quando la speranza ha dato i suoi risultati?”
“Per quel che ne so io… sempre”.
Era enigmatico. Flora tornò a concentrarsi sulla sua ultima pallina di gelato, lasciando di nuovo cadere il silenzio su di loro, ascoltando solo il cucchiaino di plastica del ragazzo grattare leggermente la coppetta di carta per recuperare i rimasugli mezzi sciolti. Per quel che riguardava lei, sperare aveva solo portato a perdere tempo. I suoi desideri ancora non si erano avverati, le cose non si erano sistemate, la sua inutile e noiosa vita non era cambiata. Eppure aveva sperato con tutte le sue forze, aveva pregato tutti i santi che era riuscita a leggere sul calendario e aveva fatto promesse di cui poi si era pentita, ma nulla era servito.
Ma in quel momento si sentì quasi patetica: aveva di fianco una persona nettamente più sfortunata e che nessuno voleva intorno e aveva pure il coraggio di lamentarsi. La cosa divertente era il fatto che fosse proprio quella persona a dirle che la speranza aveva sempre effetto. Decisamente la situazione era patetica.
Joseph appoggiò la coppetta vuota sul muretto, accanto a lui, allungò le mani lungo il corpo ed emise una risata malinconica, diversa da quelle che aveva fatto prima. Flora alzò di nuovo lo sguardo verso di lui: “C'è qualcosa che non va?”
“No… stavo solo pensando al tramonto” disse indicando il sole che pian piano stava scendendo verso il mare, “Mio padre diceva sempre che lo avrebbe toccato e che mi avrebbe portato un raggio di sole come prova” un sorriso triste si dipinse nel suo volto, e Flora improvvisamente sentì uno strano peso dentro, come se quei ricordi non avessero nulla di dolce e di bello. Eppure era una semplice storiella infantile, la classica promessa che i genitori dicevano ai bambini per farli ridere, suo padre ne aveva dette di ogni quando era piccola.
“Te lo ha… mai portato?” chiese, solo per poter continuare il discorso e sperando che volgesse in qualcosa di positivo. Ma così non fu: “No purtroppo. Mio padre e mia madre non ci sono più”.
Non ci sono più era da sempre la frase peggiore da sentire quando si parlava di persone care. Sin da piccola, la ragazza sapeva benissimo il reale significato di quelle semplici parole che in casi normali non avrebbero significato nulla. Non ci sono più nel caso delle persone voleva dire Sono morti, e nel vedere lo sguardo adesso spento di Joseph, aveva centrato il concetto. Non era certa a quel punto di voler mandare avanti il discorso, preferiva sviare su altro, raccontare qualcosa di allegro per scacciare quel nodo alla gola che si era aggrappato come un polpo, tutto pur di non scoppiare in lacrime davanti ad un ragazzo.
Ma prima che potesse effettivamente tentare quella strategia, Joseph proseguì: “Ai miei piaceva organizzare viaggi turistici. Era un pretesto per essere sempre in vacanza e finché hanno potuto, io andavo con loro. Volevano che conoscessi bene il mondo che mi circondava”.
“Immagino... avessero anche più domande non mano che questo business cresceva” la voce era incrinata, era meglio non parlare sapendo che il pianto era in agguato.
“Oh sì, parecchie. Hanno girato quasi tutto il mondo grazie a quest'attività. E portavano sempre dei souvenir: denti di squalo, conchiglie, rocce provenienti da grotte nascoste...”
Ti prego, arriva al punto... non avrebbe resistito ancora per molto, e la storia di Joseph si stava allungando troppo ritardando l'inevitabile, rendendo quel dardo ancora più appuntito e pericoloso. Era incredibile come fosse, nonostante tutto, in grado di restare così calmo e pacato mentre ripercorreva quelle vite ormai diventate fumo da un giorno all'altro, una forza che avrebbe fatto invidia persino ad un guerriero.
“Una volta hanno deciso di provare a fare arrampicata. Era di moda quell'anno e mio padre e mia madre erano sempre stati ottimi scalatori. Alcune montagne erano le più richieste per chi amava gli sport estremi. Ma la corda non era così resistente come avevano pensato… si è spezzata facendoli cadere tutti e due. Per fortuna… non avevano nessun altro attaccato a loro”.
Quella parte fu così pesante, che Flora si ritrovò a premere una mano sulla bocca inconsapevolmente. Il dardo aveva fatto anche più male sapendo che quella era stata una vera e propria tragedia. Non ricordava se avesse o meno sentito delle notizie in TV, al telegiornale, ma avrebbe pregato perché la risposta fosse un no. Non voleva nemmeno immaginare la reazione del ragazzo nel sentire una cosa del genere, non voleva avere davanti la faccia di Joseph bambino che piangeva e urlava per chiamare la mamma che non sarebbe più tornata, il papà che non lo avrebbe più abbracciato.
“Quando è successo, la custodia l'hanno ottenuta i miei nonni. Hanno avuto mio padre molto giovani, quindi erano ancora disponibili”.
“Non oso immaginare il dolore…”
“È stato tanto, penso non sia molto difficile immaginarlo davvero”.
Se sua madre o suo padre fossero venuti a mancare in un modo tanto orribile - ma anche a prescindere dalla causa - Flora avrebbe certamente provato un forte dolore. Forse si sarebbe sentita morire con loro. Aveva dei momenti in cui desiderava andare a vivere da sola al più presto perché erano capaci di essere molto pressanti, ma se fosse successo qualcosa del genere, non l'avrebbe mai superata. E se avesse perso un figlio, non avrebbe cambiato il tasso di dolore che avrebbe provato. Quella famiglia era stata davvero sfortunata, vittima del crudele destino della vita che non accetta mai di vedere una creatura felice troppo a lungo. Ammirava i nonni di Joseph per essersi presi quella responsabilità.
“I tuoi nonni… ora dove sono?”
“Oh be', come ogni nonno o anziano, l'età ha iniziato a fare il suo corso e… sono entrambi in una casa di cura”.
Flora si maledisse per aver chiesto delle informazioni tanto delicate. Avrebbe voluto avere un pulsante per riavvolgere quelle ore ed evitare il discorso, avrebbe voluto evitare a Joseph di dover ricordare un momento tanto brutto della sua vita, avrebbe voluto essere meno ficcando. Minnie l'aveva sempre ammonito sul fare troppe domande, che spesso avrebbe fatto meglio a non indagare troppo e a farsi i fatti suoi; ma ogni volta ci ricalcava, tornava su quella cattiva strada che la faceva vergognare come un ladro. E con Joseph in quel momento la situazione di certo non era andata diversamente.
“Non è il caso che tu pianga, va tutto bene” il ragazzo si voltò verso di lei, e Flora nascose in pochi secondi il viso dietro un braccio per asciugarsi le lacrime. L'aveva scoperta subito, eppure era stata attenta a non farsi sentire mentre il respiro aveva iniziato a farsi irregolare e veloce, evitando anche i singhiozzi.
“Scusa... è che mi dispiace, davvero...”
“Sì, anche a me. Ma è successo tanto tempo fa. Ormai ho imparato a conviverci”.
Flora avrebbe tanto voluto sapere come si potesse imparare una cosa del genere. Lui in effetti le confermò che non lo aveva mai superato, perché come giusto che sia la morte non è fatte per essere superata. E' una delle tante leggi preimpostate nel cervello umano: a un certo punto, una mattina, un giorno indefinito, il dolore smette di bussare alla porte, le lacrime non escono più e la vita torna a far girare quelle ruote che aveva fermato. Semplicemente il tutto finisce per incastrare. bene nel mosaico della propria esistenza, e tu torni a vedere quel sole che avevi recluso fuori, notandolo più bello di prima.
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