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Cinque

La Tea House del paese portuale era famoso per i suoi infusi particolari. Vendeva te freddi, te caldi, dai gusti e abbinamenti più improbabili. Ai giovani piaceva provare anche mix di sapori che non si sarebbe sognato nessuno, forse perché ritenuti troppo bizzarri. Ogni volta che la porta si apriva, i clienti venivano inondati dal profumo degli aromi intenti a lasciare colore e sapore nell'acqua. Il vapore dell'acqua calda nei bollitori riempiva lo spazio vuoto tra il soffitto e il pavimento disseminato di tavolini rotondi e quadrati, un accostamento che i fratelli Vagary, giovani proprietari del locale da tre generazioni, aveva deciso per rendere il luogo originale e simpatico.

Componevano una sorta di scacchiera rivisitata: i tavolini rotondi non erano mai vicini tra loro tranne che in diagonale, creando questo gioco visivo che l'occhio non disgustava affatto. Anche i piattini e le tazzine erano quadrate o rotonde, e la cosa divertente era che non le mettevano mai coordinate con il tavolo: un tavolino quadrato ospitava sempre un piattino rotondo, con la tazzina abbinata oppure opposta, e viceversa. Lo stesso discorso lo facevano per le sedie. Non seguivano mai la stessa forma dei loro tavoli.

La sala per le feste invece risultava più grande di quella principale: i tavoli erano ovali o rettangolari, più grandi dei primi ma sempre disposti in modo sfalzato. Le sedie erano sempre o quadrate o rotonde, ma molto più numerose.

Era un luogo perfetto per ritrovarsi, in tutte le situazioni: festeggiare un evento allegro o consolare dopo una delusione. E in quello stesso locale Flora era seduta al suo solito tavolino rotondo, guardando fuori dal grande muro a vetri che dava sulla strada, dove le barche a vela e i pescherecci erano nitidi e vicini, pronti a scaricare tutto il pesce che avevano pescato o i turisti che avevano deciso di buttarsi in un'esperienza nuova. Era intenta a girare il suo te al mango in modo distratto, senza staccare le dita dal cucchiaio e senza fermare il movimento, quasi avesse voluto consumare il fondo della tazza trasparente talmente era sovrappensiero.

Voleva mollare il volantinaggio, ma non poteva rischiare di sprecare tutto quel tempo e di perdere i crediti che le spettavano per poter ottenere la borsa di studio che le avrebbe permesso di riscattarsi nella vita. Voleva risolvere con Minnie, ma la sentiva sempre più schiva e lontana, come se nei suoi piani futuri l'amicizia non fosse presente. E poi Ivan… si faceva sentire sempre meno. Lo capiva, era nel periodo di leva militare, ma non le aveva più scritto e ormai era passato tanto tempo. Quella lontananza non le era mai pesata tanto, aveva iniziato a sentire una certa insoddisfazione per colpa di quei giorni così vuoti e con l'impressione che al ragazzo non stesse importando per niente. Non avrebbe potuto tradirla, come avrebbe fatto? Ameno che non fosse stato gay, le possibilità erano davvero misere.

Il suono della campanella appesa sopra alla porta la riportò alla realtà facendole scivolare il cucchiaino dalle dita. Emise un tintinnio sordo sbattendo contro il vetro della tazza e due minuscole gocce si sollevarono dal liquido colorato cadendo sul legno del tavolino. Era solo una coppietta felice che stava ridacchiando e avviandosi verso il bancone dove il fratello Vagary più giovane era intento a lucidare la superficie per accogliere i clienti. Il sorriso sul suo volto era invidiabile, aveva mollato uno studio facoltoso e rinunciato ad un posto di lavoro nettamente più dignitoso per darsi alla distillazione di te, un impiego decisamente mediocre se si considerava che il nonno aveva tirato su un'enorme impresa di concessionarie, e di auto molto costose. Se le avessero presentato un foglio con su attestato che avrebbe potuto ereditare tutto quel ben di Dio, avrebbe messo il suo nome senza pensarci un secondo; non avrebbe lasciato un'occasione del genere nemmeno se l'avessero torturata, eppure Giovanni è Arturo Vagary parevano aver deciso di mollare tutto di buon grado. Era proprio vero che la felicità si trovava nei posti più impensabili.

“Ti piace questo posto? Abbiamo qualcosa in comune!” una voce la fece sobbalzare, e girandosi di poco, Flora vide Joseph con una tazza in mano e sorridente. Vederlo in un momento del genere la mise di buon umore, doveva riconoscerlo. In mezzo a tutti quei pensieri il suo sorriso semplice e ingenuo era una luce per i suoi occhi annebbiati.

“Diciamo che è un luogo dove posso farmi il mio lungo repertorio di pensieri. Vuoi sederti?”

“Certo. Grazie dell'invito” Joseph prese lo schienale della sedia e tirò in modo goffo, per poco il te che aveva in mano non cadde per terra. Flora soffocò l'impulso di ridere, voleva evitare di risultare antipatica al loro terzo incontro casuale, dopo il primo in cui lo aveva proprio preso a parole. Si concentrò invece su come il ragazzo tenesse la tazza: con due mani, come se dovesse scaldare i palmi. Le diede l'idea di un gesto protettivo. delicato, le tazza non avrebbe mai potuto rischiare di rompersi e scheggiarsi sotto il morbido contatto. Beveva il contenuto a ritmi regolare, due soffi deboli e poi un sorso, dando odo alla bocca di non scottarsi per colpa del calore. Era un rituale. Ne era assolutamente certa, come in quei momenti dove sai che le certezze sono importanti per far filare la giornata. Capitava anche a lei, Flora era piena di piccoli rituali personali che potessero garantirle un giorno senza troppe delusioni. Spesso si premurava di spazzolare capelli con la stessa pettinatura: la riga sempre a sinistra e poche ciocche che incorniciavano il volto cadendo davanti alle spalle. Niente coda o intrecci strani, se fosse andato tutto storto avrebbe avuto l'impulso di strapparsi i capelli.

“Sono così interessante?” chiese Joseph facendola sobbalzare, non si era neppure accorta che lo stesse fissando.

“Scusa… mi chiedevo solo se anche tu avessi dei piccoli rituali di garanzia per far girare bene la giornata”.

“Come tutti. Inutili passaggi che ti danno sempre l'impressione che tutto andrà bene. Anche se sai che non è così”.

“Non hai tutti i torti… però rendono le batoste meno forti e più gestibili” pur sapendo che fosse solo un subdolo modo per ingannare la propria mente, era una delle poche cose che potevano dare all'essere umano un palo su cui appoggiarsi, anche se era fatto della carta più fragile e sottile di tutte. Flora si era ritrovata spesso a pensarla in quel modo, ad immaginarsi quel famoso palo che al tatto era parso marmo resistente, ma era carta velina. Nemmeno Minnie o Ivan erano stati in grado di darle una visione artistica di quei piccoli rituali inutili che coloravano ogni giorno la sua povera vita, destreggiata tra un volantino, un cagnolino a cui badare e allo studio sfrenato che doveva portarla all'apice delle sue capacità. E il fatto di essere dentro alla Tea House migliore del paese, le fece credere che potesse essere un luogo magico. Capace di accendere anche le idee più nascoste.

“Tu frequenti spesso questo posto?” chiese poi, più per avere un dialogo che per curiosità reale.

“È uno dei pochi dove non rischio di fare danni. Ha degli ambienti molto ampi”.

“Insomma… tra un tavolo e l'altro correrà un metro se ti va bene”.

“Mi basta e avanza” Flora notò che Joseph non aveva ancora sbattuto le palpebre, le venne l'invidia dato che lei finiva per chiudere e riaprire i suoi occhi sì e no un centinaio di volte, ed era anche poco. Joseph doveva essere un ragazzo molto rilassato. E aveva un che di particolare, che lei era ormai volta a scoprire un po' per volta. Lo vedeva sempre allegro e contento di vederla, mai una volta che - tra le poche - che se ne fosse uscito con una battuta sarcastica o che le avesse fatto osservazioni scomode. L' unica cosa bizzarra del suo essere, oltre al portamento da scoiattolo terrorizzato in una cristalleria, era quel cappello Steampunk posizionato leggermente all'indietro, e a guardarlo bene anche tutto il vestiario, che pareva un arcobaleno sbagliato: probabilmente Arlecchino aveva deciso di disfarsi del suo costume variopinto e glielo aveva spedito per Natale e come segno di amicizia.

“Cosa ti fa ridere?” chiese di nuovo Joseph, sentendo la risatina divertita di Flora.

“Mi è solo venuto in mente Arlecchino, guardandoti”.

“Ho di nuovo mischiato i colori. Mi succede continuamente. Però l'effetto non viene così male come potrebbe sembrare sai?”

“Be'… diciamo che è un pugno nell'occhio, comunque”.

“Forse” Joseph fece spallucce, “Però non mi dispiace lo stesso. Essere un po' esuberanti ha i suoi vantaggi”.

Per quanto potesse sembrare una frase detta all'ultimo minuto e al solo scopo di fare bella figura, Flora ci trovò qualcosa di interessante. La pura e genuina consapevolezza di essere strano ma di non farsi nessun tipo di problema, come se apparire in pubblico fosse una cosa secondaria e priva di importanza. Si rese conto di dover ammettere che lo aveva sempre valutato diversamente: per Flora l'aspetto esteriore avevo sempre rappresentato un punto focale da cui molti decidevano come comportarsi. Joseph invece non doveva aver mai badate a questo tipo di bisogno, mostrandole come un'inutile fissa che molti si mettevano in testa. E forse ma avevo per nulla torto.

“A proposito” disse poi appoggiando la tazza, “Aspettavi qualcuno di particolare?”

“Ehm... no” balbettò Flora, non aspettandosi una domanda del genere, “In realtà aspettavo un messaggio da una persona in particolare”.

“Il tuo ragazzo?”

“Da cosa lo deduci?”

“Non sono molte le persone in particolare che hanno diritto a questa lunga attesa”.

Non aveva torto: le parla persone che potevano definirsi adatte a quel ruolo erano solo tre. Sua madre, Minnie e lvan. Quest'ultimo per l'appunto era risultato irraggiungibile, non aveva ancora risposto ai messaggi né aveva provato a telefonarle. Flora si era sentita abbandonata, oltre che presa in giro. Non era possibile che in tutto l'arco della leva lui non avesse trovato un solo minuto libero. Le sembrava ridicolo allo stesso tempo avere quei pensieri, ma riconosceva di sentirsi giustificata ad averli.

Osservò di nuovo Joseph che stava girando la testa a in modo curioso per tutto il locale. Chissà se lui avesse o meno una fidanzata, o un fidanzato, o qualcuno a cui dare amore in qualsiasi forma e dimensione. A giudicare da come lo chiamavano in molti e dal fatto che lo avesse trovato da solo già due volte, la risposta poteva essere molto chiara: no.

“Comunque…” decise di sviare l'argomento, “Forse non hai torto. A guardarti meglio… non è male come abbigliamento il tuo”.

“Visto? Ci fai l'occhio e alla fine non risulta tanto male” Joseph sfoggiò un sorriso simpatico, che Flora copiò senza accorgersi. Si rese invece conto di aver emesso una risata genuina e divertita, ma senza schermo e senza malizia. Si ritrovarono a ridere insieme del nulla, dell'unica frase che aveva chiuso quel discorso che alla fine di divertente non aveva niente, eppure avevano riso. Avevano riso della situazione, degli argomenti chiusi per forza perché ogni parola era un tasto dolente; avevano riso del fatto che, anche se lei aveva davanti un clown, egli non si curava dell'opinione altrui; avevano riso del fatto che tutte le convinzioni che avevano in quel momento erano risultate stupide e insignificanti, delle inutili barche lasciare alla deriva che in fondo non avevano motivo di esistenza. Avevano riso di tutte quelle persone che intorno a loro mostravano uno scarso interesse per altri, avevano preso in giro il loro stesso modo di crearsi ansie e paranoie. In quel momento Flora si era sentita leggera come non lo era mai stata: si era sentita libera da quei pensieri opprimenti che si solito la mettevano di malumore, ed era bastato un ragazzo vestito da Arlecchino con una tazza in mano. Joseph aveva qualcosa che la attirava, che la incuriosiva, uno strano senso di mediocrità che paradossalmente sovrastava tutti i successi che un essere umano poteva collezionare.

“È tulipano?” chiese improvvisamente Joseph dopo un ennesimo momento di silenzio.

“In che senso?”

“Il profumo che usi. Tulipano?”

Flora sgranò gli occhi. Nemmeno il suo fidanzato lo aveva mai notato: “Oh! Sì: tulipano e miele”.

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