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Quattro
Quando Flora si voltò con tutta la forza e la velocità che aveva in corpo, pronta a subire ogni genere di rimprovero e, nel peggiore dei casi, anche una denuncia, la visione del ragazzo che l'aveva urtata all'emporio di antiquariato le tolse ogni traccia di terrore che aveva invaso il suo corpo fino a quel momento.
“Questa sarebbe… casa tua?!” sbottò la ragazza, incredula sulla frase sentita prima. Non poteva essere così: come faceva un ragazzo come lui a vivere sereno in un mucchio di immondizia? Tra la polvere e le ragnatele che aveva contato, avrebbe giurato si trattasse di una piccola discarica comune.
“Era dei miei nonni in realtà. Avevano l'abitudine di collezionare qualsiasi cosa catturasse la loro attenzione”.
“Ah, sì? Oserei dire che fossero persone… molto interessate a ciò che li circondava…” un'altra occhiata fugace servì principalmente ad essere certa che non si fosse materializzato qualcos'altro nell'ambiente circostante, constatando che molto probabilmente quella stanza non rappresentava affatto la casa intera. Non era nemmeno sicura di aver mai incrociato persone del genere.
“Ma… come mai sei entrata in casa mia?” la domanda del ragazzo la riportò sul motivo che l'aveva portata a quella situazione. In effetti, se il giorno precedente aveva quasi avuto la sfacciataggine di insultarlo, adesso si sentiva profondamente in colpa e in imbarazzo. Non avrebbe dovuto invadere una proprietà privata. Per nessuna ragione. Ma quella piccola porta l'aveva attirata talmente tanto che non aveva resistito.
“Be' io… volevo distribuire volantini” mentì velocemente, ma non era nemmeno del tutto una bugia. Il suo intento iniziale era proprio quello di distribuire volantini per le case, solo la sua non era stata di fatto contemplata. “Ho trovato la porta aperta e ho pensato ci fosse qualcuno”.
“In effetti, io non chiudo mai la porta d'ingresso a chiave”.
“Davvero? Ma non hai paura che possano entrare i ladri?”
Il giovane mosse gli occhi per tutto il perimetro di quel simil-salotto, per poi alzare le spalle con un sorrisetto divertito: “Non penso vorrebbero tentare in questo posto”.
La consapevolezza di vivere in un buco composto da ammassi di mobili, polvere e ogni genere di marciume, fece ridere Flora. Ma era una risata sincera, divertita e per nulla canzonatoria. Si rese conto un momento dopo di essersi lasciata andare e di non riuscire nemmeno a fermarsi, coinvolgendo anche il ragazzo si mise una mano nei folti capelli castano scuro. Era una scena effettivamente comica, quanto il fatto che la sua domanda fosse altamente stupida.
“Comunque” disse poi lei, ricomponendosi pian piano, “Questa volta sono io a dovermi scusare. Non avrei dovuto entrare senza permesso”.
“Non fa niente, penso avrebbero fatto tutti la stessa cosa. In effetti potrei mettere un cartello che invita ad entrare” poi lui fece un passo avanti, quasi nella semi-penombra non riuscisse a capire bene chi avesse davanti, “Sei la ragazza dell'emporio”.
“Sì, in persona. E questa volta non ti sgriderò per avermi fatta cadere” rispetto alla prima volta che lo aveva visto, adesso Flora sentiva una nota tranquilla nell'aria, leggera come le foglie che, fuori dalla finestra, stavano volteggiando spinte dal vento che le aveva staccate dagli alberi. Creavano una pioggia intensa di colori, leggiadre nella loro forma sottile danzavano anche alla leggerissima aria che tirava. La finestra semi aperta di quella piccola casa concia lasciava entrare quel soffio gelido ma per nulla fastidioso.
“Io sono Flora, comunque. Non mi ero presentata l'altra volta”.
“Joseph” sorrise lui, togliendosi il cappello e passandosi una mano sui capelli scuri e scompigliati.
Adesso il loro incontro aveva cambiato del tutto faccia. Se all'inizio lei lo aveva visto come un imbranato fastidioso, adesso poteva dire di aver aggiunto un elemento in più: sembrava sempre un imbranato, ma non poteva certo lamentarsi del carattere, pacato e gentile, e per nulla permaloso sapendo il trattamento avuto in precedenza. Flora rimase per un secondo interdetta, ma senza darlo a vedere. Non si sarebbe mai aspettata di vedere lo stesso ragazzo con cui aveva quasi litigato la prima volta, e riderci insieme.
Non è affatto male come ragazzo, a dire il vero. Pensò che potesse essere un ottimo secondo inizio quello di parlarci insieme, del più e del meno: “Da quanto tempo vivi qui da solo? Questo posto per di più sembra abbandonato”.
“Non da molto, ma ho poco tempo per sistemarla. Vivere da soli non è una passeggiata come può sembrare”.
“Capisco…” al sentire quella frase, Flora iniziò effettivamente a rivalutare il suo desiderio di potersi sistemare autonomamente al più presto. La consapevolezza che avrebbe dovuto badare a sé stessa a trecentosessanta gradi, e che avrebbe dovuto pensare al doppio delle esigenze senza nessuno che potesse ricordarle certe dimenticanze sembrava una grande impresa. Non aveva la sanità mentale per stare dietro a faccende domestiche, spesa, bollette come facevano i suoi genitori, almeno non adesso. Era già molto se non perdeva i volantini in giro per strada, figurarsi a perdere il portafogli…
“sei un mito, davvero. Ad essere ancora vivo nonostante il disordine!” rise contagiando anche Joseph. Vide nei suoi occhi una luce diversa, come uno scintillio allegro che si trasmise nell'aria, e per un momento Flora fu certa che quel qualcosa avesse cambiato la consistenza nell'atmosfera. Si concentrò di più, su quegli occhi particolari, chiari ma con all'interno tanti colori che si intrecciavano e si mischiavano tra loro.
Non lo aveva mai visto, quel tipo di scintillio. Di solito si concentrava sullo sguardo di chi le rivolgeva la parola, notando sempre le note belle e brutte che le iridi trasmettevano. Ivan diceva sempre che in un'altra vita avrebbe potuto avere un lavoro come sensitiva, in grado di capire, percepire e gestire le emozioni degli altri. E a giudicarlo da lì, con Joseph questa cosa le stava venendo benissimo: riusciva a vederlo felice, un sentimento in tutta la sua purezza.
“Adesso… dovrei andare. Scusa ancora se mi sono intrufolata” disse abbassando lo sguardo, ma sorridendo contenta, sia per non essere stata cacciata e sia per aver incontrato un volto amico.
“Vieni tutte le volte che vuoi, la porta é sempre aperta per te, Flora”.
“… grazie Joseph. Ci vediamo un'altra volta”.
Se lo avesse raccontato a Minnie, le avrebbe lanciato uno di quegli sguardi ovvi che solo le migliori amiche sono in grado di sfoggiare. Se avesse saputo dello stato della casa di Joseph, avrebbe sicuramente dato conferma sul fatto che come ragazzo era un madornale disastro e che il soprannome affibbiatogli non si era mai plasmato tanto bene come in quel momento. Se le avesse detto di aver visto quello scintillio puro e genuino negli occhi del ragazzo, lei avrebbe imitato la voce di Ivan mormorando quanto Flora fosse brava a capire gli altri.
Per ogni situazione, caso o evento, Flora sapeva esattamente come avrebbe reagito la sua amica, da sempre al suo fianco e in grado di capire quasi in anticipo cosa potesse passare per la testa dell'amica tuttofare. Eppure, se Flora avesse anche solo voluto impegnarsi, non sarebbe mai stata capace di capire Minnie.
Ogni volta che si presentava l'occasione, la vedeva ritirarsi, nascondersi dietro un palo invisibile come fanno le persone timide e incapaci di relazionarsi con il mondo, come se un dito sottile potesse improvvisamente farli scomparire. Ma invece li si notava perfettamente, e forse anche troppo.
Era difficile accettare quel rapporto astratto a senso unico, era difficile pensare che Minnie potesse risultare un aiuto inestimabile per Flora, ma Flora non lo sarebbe mai rappresentato per Minnie; era difficile accettare che Flora di Minnie sapeva solo poche cose e stupide ma Minnie poteva quasi indovinare la taglia dell'intimo che portava sempre e il colore; era difficile accettare che forse una delle due poteva anche fare a meno della seconda metà ma quest'ultima invece ne dipendeva, e Flora detestava quell'orrido pensiero che a dipendere fosse lei.
Minnie rappresentava il suo scoglio sicuro in una tempesta, la sostituita di Ivan quando non era nei dintorni per il lavoro o per la leva militare. Con lei poteva parlare di tutto, lamentarsi, piangere e gioire, ma non era mai stata in grado di riconoscere l'esatto momento in cui i ruoli si fossero invertiti. Minnie ora voleva abbandonare gli studi ma aveva mentito sulle motivazioni. Conoscendo i suoi genitori, non avrebbero mai accettato che lei si riducesse alla nullafacenza per un periodo tanto lungo.
Chiaramente l'amica nascondeva qualcosa, che forse la opprimeva, e quello poteva essere il momento tanto atteso da Flora per ribaltare i ruoli. Sarebbe stata lei, questa volta, la spalla su cui piangere e non sempre la piangente; l'avrebbe confortata e capita, e rassicurata sul futuro.
“Quindi hai visto di nuovo il disastro fatto a persona?” chiese Minnie trattenendo una risata, cercando di non far cadere il boccone di gelato che aveva appena addentato.
“Non è così male come sembrava all'inizio. È molto carino e simpatico, e molto autoironico. Cosa non scontata per un ragazzo” Flora alzò il dito come per recitare una legge della natura, unica e inimitabile madre che nessuno poteva piegare né sottomettere.
“E ti credo” continuò Minnie alzando gli occhi al cielo, “Con una casa del genere, hai solo da scherzarci su. Altrimenti sembreresti una di quelle persone che non hanno cura di se stessi”.
“È sempre fuori casa, e non ha tempo per pulire”.
“Capirai. Passare il piumino non richiede così tanto tempo. Io lo faccio in cinque minuti nella mia stanza. E sai che é piena di cose!” era una cosa da puntualizzare, Flora si mise a ridere con il cucchiaino di plastica ancora stretto tra i denti per la considerazione di Minnie, che aveva smentito tutte le possibili scuse del povero Joseph. Minnie era così: qualsiasi fosse stato il problema, per lei non lo era mai stato; ma se tale problema riguardava lei, eccola cadere e andare in crisi, la perfetta personificazione del detto avrai sempre degli ottimi consigli per gli altri, ma non per te stesso.
Si sedettero nella loro panchina preferita presente in quel viale. Il porto era adiacente e lo separava dalla trada il lungomare curato con mattonelle d'inciampo dai mille colori. L'artista che lo aveva pensato doveva avere un ottimo occhio per i giochi di colori e forme, ogni persona che lo percorreva immaginava sempre un disegno, un momento, una storia diversa. E lì, osservando quelle mattonelle quadrate e dipinte, Flora stava cercando un pretesto per iniziare il discorso. Sapeva che era una cosa che Minnie doveva elaborare da sola, ma per una volta voleva risultare la persona con cui valeva la pena aprirsi, sapere se ci fosse dietro un motivo valido o se fosse stata una scelta del proprio istinto. Era difficile poter trovare un pretesto anche stupido per poter dire: allora, riguardo alla tua decisione di mollare l'università, senza risultare curiosa di sapere il caso nello specifico. Avrebbe anche potuto tirare il ballo un amico o un parente, non sarebbe stato così strano in fondo.
“Pensi… che Joseph studi?” le venne in mente proprio l'unica persona che era meglio non nominare.
“E che ne so. É sempre in giro per il paese, ma non lo vedo un tipo da studi”.
Pessimo tentativo. Flora si ritrovò in un punto cieco.
“Hai ragione. Sai cosa mi ha ricordato casa sua? Quando giocavamo a nascondino insieme agli altri”.
“Come ha fatto a venirti in mente un ricordo da casa sua?”
“Se l'avessi conosciuta prima, quella piccola baracca, non mi avresti nai trovata. Oppure sarebbe diventata la clinica dei nostri animali di peluche!”
Minnie rise, mostrandosi più interessata alla conversazione, e Flora sentì di aver compiuto il primo passo giusto. Magari attraverso i ricordi sarebbe risalita al presente, trovando la giusta strada per farla confessare.
“Ricordo che volevi curare gli animali più bizzarri. Avevamo appeso dei disegni davvero strampalati”.
“Era un'aspettativa di lavoro agli occhi di una bambina. Mi sembra più che normale!”
“Sì… adesso tale aspettativa ricopre qualcos'altro”.
Quello era vero, aveva cambiato molti interessi nel corso degli anni, passando dagli animali fino alla legge. Non ricordava nemmeno quando la sua vita aveva preso quel percorso, sapeva solo che un giorno aveva preso in mano il libretto delle facoltà disponibili e aveva appoggiato il dito sulla voce giurisprudenza.
“Invece adesso, la tua aspettativa di vita qual è?” chiese a un certo punto Flora, certa di aver raggiunto il punto decisivo. Il sasso lo aveva tirato e, girando intorno alla cosa, era riuscita a fare breccia sull'argomento.
“Non lo so… so solo che non sono in grado di andare avanti. Non voglio passare il resto della mia vita sui libri”.
“Questo lo hai già detto” non voleva rassegnarsi a vedere i suoi pochi tentativi andare in fumo nel giro di due parole, due scambi di battute che non avevano portato a niente. Ma la sua amica continuò imperterrita a sostenere la sua tesi, quasi forse l'unica verità che Flora doveva aspettarsi.
“Sai che puoi dirmi tutto” provò con il secondo affondo, cercando di mostrarsi aperta e disponibile per eventuali sfoghi. Le andava bene qualsiasi cosa, purché fosse stata una confessione sincera e amichevole, degna di un rapporto di buone e migliori amiche. Il suo era un netto rifiuto davanti alla chiara consapevolezza che Minnie non voleva saperne di vedere Flora come un valido aiuto.
“Non può essere solo per questo!” borbottò fera, cercando di nascondere (male) la sua frustrazione, “Conoscendo i tuoi, non esiste che ti lasciano smettere così!”
“Ma i miei sono d'accordo, invece” il tono di voce di Minnie era fin troppo tranquillo, quasi rassegnato, pacato e apatico. Non aveva alcun senso. Quella non la stessa amica che conosceva da sempre.
Si lasciò cadere sullo schienale della panchina, sentendo dei rivoli di gelato iniziare a bagnare le dita. Fissò il vuoto cercando ad un pretesto per cambiare, di nuovo, argomento.
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